Silvia Vegetti Finzi

Psicologa clinica, già docente di Psicologia dinamica presso l'Università degli Studi di Pavia, scrittrice.

Psicoterapeuta specializzata nei problemi dell'infanzia, della famiglia e della scuola, per anni ha ricoperto la cattedra di Psicologia Dinamica presso l'Università degli studi di Pavia. Si è dedicata nel corso degli anni alla divulgazione competente dei meccanismi psicologici dei bambini e degli adolescenti. Collabora con il Corriere della Sera, con il blog " Io donna, Psiche lei " e scrive per il mensile Insieme.


Intervista a Silvia Vegetti Finzi sui temi del convegno CPP “Dalla parte dei genitori”, sabato 13 aprile a Piacenza.

Come Cpp da 30 anni lavoriamo nella convinzione che sia importante congedarsi dal genitore “fai-da-te” per costruire un nuovo modello di genitore “educativo”. A suo avviso come si può facilitare questo passaggio per costruire effettivamente una comunità educante?

Siamo tutti d’accordo che inizialmente, prima di mettersi al volante, è necessario seguire un corso e sostenere un esame di abilitazione alla guida. Eppure nessuno si stupisce se i genitori divengono tali senza alcuna preparazione. Mi si dirà: si è sempre fatto così. È vero ma il mondo è cambiato e molto rapidamente. Un tempo le generazioni si susseguivano trasmettendo dall’una all’altra il patrimonio di sapere e saper fare che avevano ricevuto in eredità. Ora il tessuto sociale tradizionale si è disgregato e le giovani famiglie sono spesso sole. In molti casi i nonni vivono lontani e quando sono vicini vengono utilizzati più come babysitter che come presenze sagge e rassicuranti. Assistiamo a un’inversione senza precedenti: sulle nuove tecnologie i bambini ne sanno più dei genitori, che non sempre riescono a seguirli nel mondo digitale, uno spazio illimitato, tanto avvincente quanto pericoloso. Divenuti adolescenti, i nostri figli ci sfuggono e l’affetto non basta per raggiungerli e stabilire un dialogo costruttivo. Anche il rapporto scuola-famiglia si è fatto difficile da quando il futuro si è oscurato e non sappiamo più a che mondo dobbiamo prepararli.
Per evitare di cadere nell’ansia e nello scoraggiamento è necessario stabilire nuove solidarietà: tra figli e genitori, tra padre e madre, tra insegnanti e alunni, tra scuola e famiglia.
Ma per far questo è necessario procedere insieme individuando le difficoltà, le regressioni  e i  conflitti,  trovando le parole per dirli. Il dialogo non s’improvvisa, va preparato con la guida di figure autorevoli e preparate. Non si tratta di proporre ricette, ma di rendere  ciascuno in grado di assumersi le proprie responsabilità e di svolgere il compito educativo che gli compete nel modo migliore , nella convinzione che non c’è educazione senza amore ma l’amore da solo non basta.

Diventare genitori è come intraprendere un misterioso, affascinante e faticoso viaggio. Quali sono, secondo lei, tre parole che non possono mancare nella valigia di ogni genitore?

La metafora del viaggio mi sembra particolarmente indovinata perché mette insieme il previsto e l’imprevisto, ciò che abbiamo programmato e ciò che non conosciamo.  Importante partire con un bagaglio adeguato, in cui non possono mancare intelligenza, fiducia e speranza.

Fragilità emotiva, vissuti autobiografici, colpevolizzazione e paura del conflitto spesso impediscono ai genitori di riappropriarsi del proprio compito educativo. Qual è la sua opinione in proposito?

La fragilità emotiva ostacola l’educazione quando non è riconosciuta, quando il genitore vede i punti di debolezza del figlio ma non i propri. Per conoscere l’altro dobbiamo conoscere noi stessi. Non si tratta di essere perfetti ma di mettersi in gioco, di essere disposti a cambiare.
 Si ha spesso l’illusione che, se potessimo svitare la testa dei ragazzi sostituendola una nuova, come si fa con le lampadine fulminate , tutto sarebbe risolto.
Ma noi possiamo intervenire soprattutto sulle relazioni che intratteniamo con loro cercando di comprenderli, di comunicare meglio e di stabilire un’empatia reciproca. Quanto ai vissuti autobiografici, essi intervengono inevitabilmente nel rapporto educativo ma divengono patologici solo quando, relegati nell’inconscio, non riconosciuti, agiscono come inconsapevoli ripetizioni.

I genitori hanno le risorse per educare bene. Ha qualche esempio tratto dalla sua esperienza professionale in cui “sembrava impossibile ma ce l’hanno fatta”.

Per fortuna la maggior parte dei genitori ce la fa. Le risorse ci sono ma si tratta di metterle in atto continuando a incrementarle e perfezionarle senza timore di chiedere aiuto e sostegno.
L’importante è sbagliare il meno possibile: seguire la rotta sapendo che il timone va tenuto sotto controllo e che può sempre accadere di sbandare, trovare una secca o  affrontare una tempesta. Nulla di male poi se si decide, tornati in porto, di ripartire più preparati e attrezzati di prima.
Ciò che conta è restare duttili, aperti, disponibili, disposti ad ammettere i propri errori e a perdonare quelli degli altri. Sono convinta che nessuno conosce i propri figli come i genitori che, non solo li hanno messi al mondo,  ma ogni giorno li  accudiscono, li seguono, li sostengono amorevolmente. Purché, rinunciando progressivamente al potere e al possesso, siano disposti a lasciarli andare, ad accettare  che diventino se stessi, magari diversi da come li avevano sognati e cresciuti.   Senza tuttavia mai sospendere l’attenzione e la disponibilità.

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