Un ambiente alienante favorisce la carenza conflittuale

Il contributo delle scienze sociali al costrutto CPP.

Grazie alle ricerca condotta nel 2015 in ambito psico­sociale e coordinata da Daniele Novara, il CPP ha contribuito in maniera significativa a dare rilievo scientifico alla formulazione del costrutto concettuale denominato carenza conflittuale.

L'individuazione di questo costrutto, con le rispettive declinazioni in tendenze comportamentali misurabili, ha introdotto un punto di vista innovattivo nella ricerca delle cause degli agiti violenti degli individui, perché “è una visione che esclude un collegamento diretto fra conflittualità e violenza e introduce viceversa un nesso tra mancanza di conflittualità e violenza. Esattamente il contrario della visione tradizionale”.

I comportamenti che solitamente vengono rubricati nell'area della psicolabilità, dell'istintualità, della rabbia e della violenza, sono letti e interpretati alla luce della carenza conflittuale tenendo conto dei "deficit che un individuo ha accumulato nel corso della sua formazione e che lo portano a un atteggiamento di totale fragilità di fronte alle criticità relazionali con reazioni di violenza verso se stessi o di violenza verso gli altri".

La domanda che potremmo porci allora è la seguente: nella biografia di una persona che mette in atto comportamenti violenti verso gli altri, o distruttivi verso se stesso, quanto influisce (in termini predittivi) la produzione di comunicazione sociale generata in contesti in cui è presente un stress ambientale diffuso?
È possibile cioè ipotizzare una maggiore presenza di carenza conflittuale in contesti sociali che producono un livello elevato di stress ambientale, cioè una cornice di senso comune che predilige valori e simboli squisitamente competitive e prestazionali, ma solo a fini consumistici, che rientrano nell’area dell’economia del godimento (la compulsività all’avere sempre di più)?

Questo contributo cerca proprio di offrire un'opportunità esplicativa alla presunta predisposizione ambientale ai futuri agiti violenti degli individui, o all’alta concentrazione di carenza conflittuale in alcuni contesti culturali rispetto ad altri. Da questo punto di vista, ritengo abbastanza convincente il presupposto psico­sociale che individua nel cosiddetto attaccamento sociale non funzionale la causa delle future patologie comportamentali. In altre parole, se la famiglia (che produce relazioni significative a livello simbolico nello spazio­tempo della socializzazione primaria) non è riuscita a gestire l’alienazione da stress ambientale e a presidiare simbolicamente le funzioni evolutive nei passaggi educativi chiave, rientranti nelle sfere dell’individuazione, della soggettivizzazione e della separazione, facilita l'ingresso dei propri componenti nell'alveo della carenza conflittuale.

Viceversa, se la famiglia è in grado di produrre una frustrazione evolutiva e quindi un attaccamento sociale funzionale, contrastando il modello culturale della competitività, può con più facilità presidiare il suo sistema relazionale dallo stress ambientale che produce alienazione.
Se la pressione ambientale è minore rispetto alla produzione di modelli culturali prestazionali, è più basso il livello di alienazione sociale. La famiglia pertanto può contenere con più facilità le crisi di senso, perché i modelli culturali di riferimento sono più condivisi, la coesione sociale più diffusa.

Seguendo questo processo esplicativo, potremmo ipotizzare che la carenza conflittuale sia fisiologica­strutturale in sistemi sociali che occludono esperienze di frustrazione evolutiva, cioè che non permettono trasformazioni, cambiamenti; viceversa, sia ipotizzabile una funzionale presenza conflittuale in sistemi sociali che permettono esperienze di separazione dalla famiglia (fusionale), in quanto predispongono a relazioni evolutive "resistenti" alle aggressioni di perdita di senso.

Se il sistema sociale non sviluppa un'adeguata struttura di desiderio (idealità, valori, progetti, modelli di senso), produce relazioni a carenza conflittuale. Spostando l'interesse (la matrice di senso) esclusivamente verso il godimento compulsivo­consumistico, otteniamo una sottrazione di codice paterno, di frustrazione evolutiva e, quindi, di conflitto.

Appare, inoltre, non trascurabile riconnettere la genesi culturale della propensione alla carenza conflittuale alla presenza di una mancanza di integrazione sociale e ad una diffusa anomia.

Le situazioni di carenza o mancanza d’integrazione non permettono un adeguato processo di riconoscimento delle esigenze personali da parte del sistema nel suo complesso. Inoltre l'individuo non ha più il supporto di una rete di rapporti umani socialmente significativi.

Il riferimento alla carenza di integrazione sociale è stato ripreso anche dal sociologo tedesco Jurgen Habermas, annoverandola come effetto della “colonizzazione del mondo della vita”. Quando cioè sfere integrate come la cultura, la vita affettiva e dei valori, vengono piegate alla logica del mercato, si produce la cosiddetta colonizzazione del mondo della vita: le relazioni umane sarebbero, secondo questa interpretazione, mercificate e burocratizzate dalla schiacciante presenza delle dinamiche collettive che tentano di organizzare la vita sociale in funzione degli imperativi del mero accrescimento economico. Habermas, senza mezzi termini, definisce questo processo come patologia sociale5.

Se un sistema sociale non produce al suo interno integrazione sociale ed è esposto a disfunzionalità anomica (una sorta di dissonanza cognitiva tra le aspettative normative e affettive e la realtà vissuta), facilita un processo endogeno di generatività violenta. La violenza si connota come scelta possibile, nel momento in cui mancano i presupposti normativi, sociali ed educativi che assicurano coesione, e se si sottrae alle “istituzioni intermedie” la capacità di elaborare significati condivisi.

Le cosiddette istituzioni intermedie, come la scuola, le associazioni, le organizzazioni familiari e religiose, le amministrazioni pubbliche, devono poter adoperarsi per favorire un processo integrativo (soprattutto delle giovani generazioni) nelle comunità locali, nell'ottica della prevenzione, della valorizzazione della parola e della demistificazione dei pregiudizi etnici e culturali.

Potremmo creare delle strutture di significato nuove, alternative alla alienazione consumistica? Non si tratta solo di sviluppare modelli economici sostitutivi, ma anche modelli culturali che sappiano contenere caratteristiche esperienziali che confutino il delirio della modernità (alto livello di crisi mimetica, parafrasando l'antropologo Renè Girard). L’altro aspetto interessante potrebbe essere la ricerca che parte da un’altra domanda: quali elementi mettere in campo per superare quest’impasse evolutiva? Un’alternativa potrebbe configurarsi nel recupero della funzione rituale, come spazio­tempo deputato al contenimento e alla gestione dell’ansia da prestazione. Le istituzioni intermedie (in primis la famiglia) potrebbero risintonizzare le proprie modalità organizzative attraverso nuove modalità dello stare insieme, che prediligano l'importanza dell'apparte­ nenza simbolica, del riconoscimento dei passaggi evolutivi dei propri componenti (sdoganando l'inevitabilità degli ostacoli evolutivi, del conflitto come strumento di apprendimento di nuove modalità dello stare in relazione). Un presidio educativo che permetterebbe di limitare i danni del diffuso stress ambientale.
Sta di fatto che i fattori socio­ambientali, compresa l'impronta educativa, sembrano caratterizzarsi sempre più come elementi predittivi di eventuali disturbi mentali. Gli ultimi studi e le recenti ricerche sulle cause della schizofrenia, dopo i deludenti risultati scientifici che riponevano nelle variazioni del corredo genetico la causa di questa grave malattia mentale, si stanno orientando e concentrando sulle "avversità nell'infanzia". Fattori ambientali, quali traumi infantili (abusi, abbandoni, bullismo, perdita dei genitori), vita in ambiente urbano, le origini da una famiglia di immigrati e l'uso di cannabis, sembrano essere associate significativamente all'insorgenza precoce della schizofrenia. 

Articolo di Filippo Sani, sociologo, formatore CPP, tratto dal numero 1-2018 della rivista Conflitti.

Staff

Filippo Sani

Formatore, counselor e sociologo

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Articolo di Filippo Sani, sociologo, formatore CPP, tratto dal numero 1-2018 della rivista Conflitti.