La gestione dei conflitti come antidoto alla violenza

La competenza conflittuale spazza via la violenza

Il Ministero dell’Interno ha pubblicato i dati relativi al tema “sicurezza” (agosto 2019). E anche quest’anno, rispettando una tendenza in corso da tempo - e a dispetto di una diversa percezione diffusa - si conferma il calo di atti di violenza (a eccezione di quella contro le donne) di una media del 10%. Allo stesso tempo è innegabile, come chiunque può sperimentare ogni giorno, che questi tempi siano attraversati da una forte conflittualità. Un tema caro, da 30 anni, al Cpp e al suo fondatore Daniele Novara (tema affrontato in apertura del Convegno Nazionale "Né buoni né cattivi", 12 ottobre 2019 al Teatro Dal Verme di Milano).
Ecco una sintesi delle sue riflessioni.

«L’aumento di conflittualità è, da un lato, frutto di questa società narcisistica. Oggi tutti sgomitano, vogliono emergere e apparire e questo aumenta i contrasti interpersonali: il narcisismo è il terreno di coltura ideale per i conflitti sul lavoro, nella coppia, con i figli, a scuola, tra i vicini. Dall’altro, però, questo aumento è commisurato a una maggiore competenza della gestione dei conflitti stessi, una conquista tutta contemporanea: oggi nessuno si sfida più a duello per uno sgarbo! I tempi sono cambiati e io credo che il nostro lavoro trentennale come Cpp, insieme alle conquiste della psicologia, abbia dato un contributo prezioso in questo senso, puntando sulle capacità relazionali degli esseri umani.

Dobbiamo quindi continuare su questa strada: educare al conflitto, a saper stare nel conflitto, l’ambito in cui esprimo la mia divergenza, la mia contrarietà e dico le mie ragioni ma lo faccio in modo da favorire la ricerca di un accordo. In questo senso il conflitto è l’antidoto alla violenza: il violento risolve il problema eliminando la persona che gli si oppone, che lo contrasta, che lo disturba.  Il violento vuole distruggere: la sua carenza conflittuale (vedi approfondimento) è alla base della violenza che esprime. Tutte le ricerche sull’origine della violenza si soffermano sugli elementi neuropsichiatrici, ma - chiedo - viene prima l’uovo o la gallina? Fatta salva la nostra specifica disponibilità neurocomportamentale ad agiti di violenza, come mai in alcuni casi questi si verificano e in altri no? La risposta è che dipende da fattori educativi che hanno generato uno scompenso formativo nell’area dell’onnipotenza, nell’area della difficoltà a tollerare l’esistenza altrui. È come se il bambino spaventato, minacciato, picchiato, non tollerasse la presenza altrui che gli ha procurato così tanti dolori e traumi e quindi lo allontanasse da sé.

Le ricerche dimostrano che, se si interviene entro l’adolescenza, questo è un processo reversibile: l’educazione permette di creare gli antidoti giusti per cui la convivenza da luogo di pericolo diventi spazio di apprendimento, dove godere della presenza altrui e sviluppare le proprie risorse. Prima, però, dobbiamo liberarci delle idee assolutistiche, quasi degli slogan, per cui “Si sta bene solo quando c’è collaborazione” e “Si sta male quando c’è conflitto”. Sono antitesi micidiali, da combattere decisamente: il conflitto è un pezzo della collaborazione. Non puoi collaborare se non entri in conflitto, è il conflitto che ti permette di capire le ragioni dell’altro».


Intervista a Daniele Novara, pedagogista e direttore CPP

Staff

Daniele Novara

Fondatore e direttore del CPP, pedagogista e autore

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