La distinzione fra conflitto e violenza: una necessità imprescindibile

Il conflitto appartiene all’area della competenza relazionale.

I vocabolari italiani non aiutano, il significato di guerra e conflitto appare sostanzialmente sovrapponibile.

Se la guerra è una delle forme estreme di violenza è evidente che ci troviamo di fronte a una confusione semantica particolarmente accentuata che anche la ricerca sui vocabolari non aiuta a dirimere.

L’uso corrente del termine conflitto che se ne fa nella lingua italiana è probabilmente legato ad aspetti della cultura mediterranea per cui si passa dall’armonia totalizzante alla violenza o alla guerra.

È come se la nostra cultura, molto fondata sulla dimensione dell’appartenenza onnicomprensiva di famiglia, stentasse a cogliere come l’armonia stessa sia l’esito di un processo che include l’elemento dialettico del confronto per mantenere un sistema, tanto più un sistema relazionale, in equilibrio.

Viceversa, nella nostra cultura la paura nasce proprio dalla differenziazione vista come componente minacciosa della relazione stessa che viene pertanto esorcizzata con elementi distruttivi legati alla violenza. Esiste un territorio di esperienza che appartiene alla violenza ed esiste un territorio di esperienza che appartiene al conflitto.

La violenza

Le caratteristiche della violenza, in opposizione a quelle del conflitto sono sostanzialmente tre:

  • il concetto di danno irreversibile
  • il concetto di identificazione del problema con la persona
  • il concetto di risoluzione unilaterale del problema

Forse l’elemento più importante in questa formulazione è la connotazione di violenza come danno irreversibile.

Sia dal punto di vista fisico che psicologico intendo per danno irreversibile un’azione estemporanea o prolungata nel tempo volta a creare intenzionalmente un danneggiamento permanente in un’altra persona.
Abusi fisici, abusi sessuali, abusi psicologici rientrano ovviamente in questa categoria, non rientrano azioni non intenzionali tra bambini piccoli, sostanzialmente sotto il sesto anno di vita, come i morsicatori a due anni, che possono effettivamente produrre un danno irreversibile, anche se molto raramente, ma il cui scopo non è quello, venendo pertanto a mancare un’intenzionalità consapevole.

Questa caratterizzazione presenta eccezioni e confutabilità, ma consente comunque di avere un orientamento per individuare il fenomeno violento come tale. 
Inoltre, la violenza appare un’azione, più o meno premeditata, volta proprio a sospendere la relazione ritenendo che la problematicità della relazione corrisponda alla persona stessa e che quindi sia necessario eliminare la persona per eliminare la problematicità della relazione stessa.

Appare pertanto una strategia arcaica, banale, semplicistica, ma proprio per questo in grado di far uscire dall’ansia e dall’incertezza per raggiungere uno spazio ripulito dalle complicazioni conflittuali.

La violenza insomma non risulta, come nel pensiero o senso comune, una sorta di conseguenza del conflitto, ma proprio al contrario un’incapacità di stare nel conflitto, visto il conflitto come momento fondativo, differenziativo della relazione e capace di creare una distanza che preservi la relazione stessa dalle sue componenti inglobanti e tiranniche.

Il conflitto

Al contrario della violenza, nel conflitto il danno si presenta come reversibile. Si tratta di un contrasto, di una divergenza, di un’opposizione, di tutto quello che attiene a uno scontro nell’ambito legittimo di questa parola che esclude comunque componenti di dannosità irreversibile. Anche un eventuale insulto, o comunque un gesto fortemente critico verso una persona o un gruppo non appare irrimediabilmente lesivo e pertanto consente una retroazione che mantiene il rapporto dentro binari praticabili.

Il conflitto appartiene all’area della competenza relazionale, mentre la violenza e la guerra appartengono all’area della distruzione, cioè dell’eliminazione relazionale.

L’elemento più interessante di questa distinzione è che permette di definire il superamento della violenza non tanto nella rimozione degli elementi critici della convivenza, quanto nell’assunzione consapevole di questi elementi come parte integrante della relazione stessa, generativi dell’incontro e con la funzione di garantire all’interno dello scambio la necessaria propensione al cambiamento, ossia la dinamica rinnovatrice che proprio il conflitto produce dentro le situazioni di incontro.

É pertanto la relazione e non la bontà, come nel senso comune si è spesso portati a credere, la misura discriminante fra conflitto e violenza.

Come a più riprese ha dimostrato Franco Fornari nei suoi testi di psicanalisi della violenza, non va dimenticato che la guerra appartiene da un punto di vista simbolico a una matrice di amore alienato, ossia di disponibilità sacrificale per i propri oggetti d’amore che porta alla distruzione del campo avverso e degli oggetti d’amore avversi, in una logica che ha raggiunto proprio in questi ultimi anni il suo parossismo col presentarsi sulla scena storica della figura drammatica dei Kamikaze che va oltre il mors tua vita mea per introdurre addirittura il mors mea mors tua.

In una società in cui i cambiamenti implicano una tensione frenetica nell’affrontare le nuove situazioni la capacità di gestire i conflitti, o meglio “so-stare nei conflitti”, diviene quasi una necessità di sopravvivenza.


Estratto dal libro di Daniele Novara “La grammatica dei conflitti” (ed. Sonda)

Staff

Daniele Novara

Fondatore e direttore del CPP, pedagogista e autore

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