Come gestire i conflitti nella casa diventata troppo stretta

Più il tempo passa e più le convivenze forzate acuiscono, o possono acuire, eventuali tensioni, incompatibilità, contrasti e conflitti.

A quanto pare, la clausura in casa andrà avanti ancora un po’, anzi forse un bel po’.
Più il tempo passa e più le convivenze forzate acuiscono, o possono acuire, eventuali tensioni, incompatibilità, contrasti e conflitti. Non lo neghiamo: è inevitabile. Allo stesso tempo, rappresenta davvero un’occasione preziosissima, se non unica, nella nostra storia, per lo meno quella recente, se non addirittura nella storia dell’umanità in quanto tale, per costringerci a imparare a gestire questi contrasti in maniera adeguata, ossia per imparare finalmente la famosa gestione dei conflitti. 

Dirigo il CPP – Centro Psicopedagogico per l’Educazione e la gestione dei conflitti, un istituto specializzato da più di trent’anni su questo versante, specialmente nel campo educativo, ma non solo.
I nostri corsi sulla gestione dei conflitti sono tantissimi e spaziano dai conflitti sul lavoro, in azienda, con i figli e tra i figli, e nella coppia. Ciò nonostante, una situazione del genere era totalmente imprevedibile e necessita di uno sforzo di comprensione come anche di capacità di trovare nuove applicazioni. Il banco sembra essere saltato. In particolare, la causa è un eccesso di intimità. Già di per sé – lo vediamo nelle coppie sentimentali, matrimoniali e coniugali –, la capacità di gestire questo aspetto relazionale è assolutamente decisivo per la salute stessa della relazione di coppia. Mi riferisco alla troppa vicinanza, o viceversa alla troppa lontananza, come ci insegnano i due famosi porcospini di Schopenhauer che per scaldarsi in una fredda notte invernale devono trovare il modo di stare vicini, senza pungersi con i loro famigerati aculei. Vicinanza e lontananza possono compromettere la relazione, creando contrasti difficili da sciogliere. Non mi stancherò mai di ricordare che stiamo comunque parlando di conflitti, normalmente conflitti gestiti male, e che non si tratta di violenza (leggi anche "La distinzione fra conflitto e violenza: una necessità imprescindibile").  

C’è una tendenza a utilizzare questo termine in senso metaforico: se qualcuno ti disturba diventa violenza, oppure affermi che ti sta facendo violenza, è sufficiente un vicino di casa che faccia un po’ più di rumore del solito. O che qualcuno ti faccia notare una cosa in maniera inopportuna… Nulla di tutto questo: si tratta di conflitti gestiti male e sono molto comuni. Occorre avere il buonsenso di utilizzare il termine violenza per le situazioni in cui effettivamente si tratta di questo, sia le situazioni in cui c’è un danno sostanzialmente irrecuperabile con l’intenzione di fare del male (anche sul piano psicologico) nel vero senso della parola che è tale in un contesto di reiterazione. La violenza fisica può essere solo l’atto di un momento, pensiamo ad esempio alle risse fra i giovani fuori dalla discoteca. È pur vero anche il contrario: alcune coppie patologiche tendono a costruire rapporti tra di loro basati sulla violenza pensando che si tratti solo di comuni contrasti relazionali.

La cosa certa è una sola: bisogna imparare a gestire bene i conflitti. Questo è uno straordinario antidoto alla violenza e uno straordinario viatico per poter essere felici nelle relazioni con gli altri. Non si tratta di coltivare il mito dell’armonia nelle relazioni, tanto più improbabile in queste relazioni forzate, ma di attrezzarci per diventare competenti quando le stesse necessariamente si tingono di complicazioni conflittuali.

Ormai, in tutto il mondo, si trova una decennale tradizione di ricerca accademica e scientifica sulla gestione dei conflitti. I manuali grondano di buoni propositi più o meno scolastici: non svalutare l’altro, non denigrare la tua controparte, stai sul problema, non attaccare chi ti contrasta, fai l’ascolto attivo, cerca sempre di essere positivo, sdrammatizza e via di questo passo. Siamo al limite dei buoni sentimenti e delle buone intenzioni, ma come ho detto all’inizio, il banco è saltato. Queste convivenze forzate sono una prova che metterebbe in difficoltà anche Gandhi, Luther King, Mandela… chiunque. Bisogna quindi che la buona gestione dei conflitti si nutra di indicazioni più pratiche e concrete, più basiche. 

Cerco allora di essere il più concreto possibile, utilizzando la nostra – e anche mia – esperienza di lavoro.

1) Tenere la distanza. La buona gestione dei conflitti non è in alcun modo una questione di confidenza e disponibilità, ma il suo contrario: occorre mettere la distanza giusta. Se c’è troppa intimità è logico che si può migliorare la situazione creando un ammortizzatore nell’evitare che questa intimità diventi quell’elemento quasi fusionale che poi fa esplodere l’eventuale spazio di incontro.

2) Accettare che, in questa vicinanza forzata, le emozioni vanno a mille e si scaldano tantissimo e che quindi spesso la comunicazione non è assolutamente razionale e tantomeno logica, ma semplicemente emotiva: “Non ce la faccio più, quando usciremo da questa casa saremo rovinati; Mi stai rovinando con le tue domande e le tue richieste; Non pensavo che tu fossi così petulante e pignolo; Non vedo l’ora che tutto questo finisca così finalmente mi scrollo di dosso tutta la tua invadenza; Basta! Smettila! Sei sempre il solito / la solita…”. Sono tutte affermazioni emotive, generalmente veicolate con urla che appartengono a una compressione anche neurovegetativa che impedisce al nostro sistema limbico di restare ben collegato con la corteccia prefrontale del nostro cervello. In questi casi, non resta che contare fino a 10-20-30-40, ossia semplicemente prendere tempo, non raccattare la frase rabbiosa per restituirla con tanto di interessi. Così non funzionerà mai…

3) Veniamo ora all’elemento chiave – stando alla mia e nostra esperienza - molto sottovalutato, ma estremamente importante nella gestione fra gli adulti, ma anche nella gestione coi figli: non prendere alla lettera, ovvero non dare peso alle frasi, alle verbalizzazioni, a tutto quello che la compressione, sia emotiva che prossemica, produce. In generale, nei conflitti prevalgono comunicazioni implicite, subliminali, non sono mai comunicazioni reali, razionali e ben strutturate. Sono sempre comunicazioni che in qualche modo si rivolgono a un implicito relazionale. Prenderle alla lettera significa veramente fare del male e farsi del male. Bisogna partire dal presupposto che in queste convivenze forzate tutti stanno facendo fatica e quindi tutti possiamo avere dei momenti in cui diamo il peggio di noi stessi. Se l’altro evita di raccogliere questo peggio, ecco che ce la possiamo fare, il momento critico si decomprime e ritorniamo a sviluppare una comunicazione sostenibile.

4) Vorrei dire un’ultima cosa, un po’ più complicata: nei conflitti, l’attitudine a fare commenti è molto forte, ma anche molto inutile, addirittura pesante, dal punto di vista comunicativo. È sempre meglio ascoltare senza commento perché in qualche modo questo accentua nell’altro l’impressione del disinteresse. “Ti sto parlando, ma tu pensi ai tuoi commenti; Ti sto dicendo che i nostri figli non si stanno impegnando abbastanza a scuola, ma tu già hai commentato dicendo che è inevitabile visto che io non me ne sono mai occupato”. Questa capacità, sempre legata alla giusta distanza, di rinunciare alla battuta, all’ironia o al commento, aiuta tantissimo la relazione a decomprimersi nei suoi aspetti minacciosi di attacco e viceversa liberare nuove possibilità.

Per finire, questa clausura è veramente una grande occasione. Chi sopravvivrà, e non parlo solo dal punto di vista sanitario, ma anche dal punto di vista relazionale, avrà creato dentro di sé quegli antidoti e quelle competenze che davvero gli potranno servire per crescere e migliorare la propria vita e quella degli altri.


Daniele Novara, pedagogista e direttore CPP (aprile 2020)
L'immagine è tratta dal film "La guerra dei Roses" (1989)


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Staff

Daniele Novara

Fondatore e direttore del CPP, pedagogista e autore

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