Nuovo progetto di cittadinanza sull’ascolto

Gestire bene i conflitti è diventata una competenza necessaria.

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Il conflitto tra residenti e stranieri rappresenta un classico della storia umana.
Il mito fondativo dell’appartenenza segna la nascita di ogni popolo e di ogni civiltà. L’appartenenza etnica ha le caratteristiche dell’esclusione, della dicotomia diabolica noi/loro e amico/nemico che da sempre genera violenza e guerra.

L’etnico prevale anche sul religioso: le guerre balcaniche degli anni novanta ne sono una prova inequivocabile. Le leggi servono a regolare questi conflitti. In particolare si è sempre trattato di limitare i danni che si generano quando vengono individuati dei capri espiatori con lo scopo di rafforzare l’identità del gruppo. Fatto salvo che questo conflitto è fisiologico il problema sorge quando le Istituzioni preposte a evitare che vengano superati i limiti stabili dalla legge sulla convivenza derogano alle loro finalità in presenza di leader ostili che accendono la miccia della paura verso gli altri.

Sono leader molto attivi oggi sullo scenario internazionale e purtroppo si stanno presentando anche nel nostro Paese con gravi danni alle relazioni sociali e interpersonali. Sono leader che fomentano le peggiori emozioni presenti nel cervello umano, quelle provenienti dall’arcaico cervello rettiliano, ossia quelle sadiche, ciniche e crudeli. Le tragedie del Novecento, fascismo, nazismo, stalinismo ci ricordano come questa fragilità umana sia stata drammaticamente sfruttata da leader a loro volta psicopatici e privi di ogni scrupolo. Sempre la storia del Novecento ci avverte di come la democrazia può trasformarsi in un vero e proprio incubo. Dal punto di vista psicologico è molto facile manipolare l’opinione pubblica trasformando così il sistema politico più avanzato e tollerante, quello democratico, in un crogiolo di tendenze aggressive e mortificanti. Nessuna votazione politica potrà mai di per se stessa tutelare le minoranze, semplicemente perché le minoranze non hanno i numeri. Soltanto dispositivi istituzionali adeguati possono permettere ai più deboli di avere le necessarie garanzie di sopravvivenza. Lo strumento che da sempre la società si è data è per superare questa lacuna è l’educazione, ossia la formazione a quei comportamenti che permettono il riconoscimento reciproco.

Su questo versante però l’educazione deve liberarsi del vecchio spirito moralistico, quella sorta di indottrinamento basato unicamente sulle parole. Le parole purtroppo hanno perso il loro spessore romantico. Occorre che le nuove generazioni imparino sul piano pratico, operativo, concreto.

Gestire bene i conflitti è pertanto diventata una competenza necessaria e imprescindibile nella convivenza. Mi pare inutile insistere su chi è più buono e chi è più cattivo quanto realizzare un nuovo progetto di cittadinanza non più basato su una visione paranoica dell’appartenenza ma sulla capacità di gestire i contrasti reciproci nell’ascolto, nel rispetto e nella possibile negoziazione dei diversi interessi.

Articolo di Daniele Novara “Nuovo progetto di cittadinanza sull’ascolto”, pubblicato sul quotidiano Libertà del 5 agosto 2018

Staff

Daniele Novara

Fondatore e direttore del CPP, pedagogista e autore

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