Il grande equivoco del capirsi al volo

"Se ci capiamo al volo siamo uguali e quindi innocui l’uno per l’altro..."

Durata: tempo di lettura 2 minuti.

Sarebbe tutto più facile se... bastasse poco per capirsi al volo” dice Giulia, educatrice, riflettendo su un momento di difficoltà che sta vivendo con un collega.
Capirsi al volo, essere in sintonia: questo ci attrae nel pensare la collaborazione con gli altri, ma è anche ciò che ci tiene prigionieri, il grande equivoco che non ci permette di utilizzare le relazioni di lavoro per quello che sono, eccezionali occasioni per imparare a convivere con il diverso. Un equivoco che, se superato, può mostrarci la fatica della relazione professionale come un’opportunità per la nostra crescita verso la libertà e l’espressione della nostra specificità, invece che come la catena che ci tiene ancorati all’affannosa ricerca della rassicurazione e che, prima o poi, crea dipendenza e abitudine.

Sempre più spesso incontro ambiti di lavoro nei quali la differenza di punti di vista fa fatica a essere accettata e integrata.

Responsabili che lavorano alacremente per rendere il proprio gruppo di lavoro omogeneo, armonico, allineato su uno stile, un patrimonio di competenze, un modo unico di vedere la realtà. La diversità, la divergenza e il conflitto non sono tollerabili nella pratica quotidiana: sono buoni argomenti per un corso di formazione forse, capaci di suscitare interesse, ma certamente non effettivi orizzonti verso il quale sterzare la propria pratica di conduzione di gruppo, di rapporto tra collaboratori, di metodo di lavoro.
Mi chiedo: cosa muove l’affannosa ricerca della somiglianza e dell’affiatamento?
È evidente che lavorare con chi ci è simpatico, con chi condivide con noi una stessa visione delle cose, è più facile. Ma la vera domanda è se ciò rappresenta una condizione perché il lavoro sia anche di qualità. Io sono convinto che non sia così. Un gruppo di lavoro e una collaborazione orientati alla ricerca dell’armonia e della somiglianza non sono garanzie di qualità e benessere professionale. Anzi, è il contrario. Il gruppo che si riconosce nella misura in cui riesce a instaurare e mantenere armonia tra i suoi componenti, perde, man mano che cresce, la sua sintonia, la capacità di lavorare, di essere significativo e di cambiare la realtà.
Trovarsi tra colleghi con cui ci si capisce al volo, con cui è semplice trovare l’accordo, con i quali regna l’affiatamento e l’assenza di conflitti rischia di rendere il gruppo sempre più povero di esperienza, di diversità, incapace di farla esprimere, integrarla e orientarla all’obiettivo. In fin dei conti il gruppo di lavoro è un’invenzione culturale, fondata sulla necessità di disporre di diversità (di competenze, di esperienze, di modi di affrontare la realtà) per poterne fare la principale risorsa in quel processo di continua negoziazione e convalidazione che è l’essenza del lavorare insieme in situazioni complesse.

Cosa muove allora questa radicata ricerca di armonia e cosa ci può aiutare ad abbandonarla per aprirci a un utilizzo creativo della diversità?

Il primo passo in avanti sta nel riconoscere il bisogno di rassicurazione collegato a questo ideale armonico. Chi è simile a me, non mi minaccia. Se ci capiamo al volo siamo uguali e quindi innocui l’uno per l’altro. Ma, quando si tratta di dover lavorare insieme, essere vicendevolmente rassicuranti e non minacciosi può far perdere di vista l’impresa della collaborazione effettiva, che non si basa sul sommare le forze ma sull’integrare le differenze.

La diversità del mio collega prima di minacciare me (le mie idee, convinzioni, abitudini) minaccia positivamente la costruzione di scorciatoie rispetto alla fatica di pensare la realtà, di esplorare le difficoltà, di affrontare quella complessità che chiede non di ridurre i punti di vista ma di moltiplicarli. Di stare nel conflitto e non di evitarlo. Pensarla allo stesso modo - o meglio, spesso credere di pensarla allo stesso modo - ci rassicura quindi ma in verità rischia col tempo di farci perdere tensione rispetto a quello che c’è da fare. Apre la strada al dare tutto per scontato, alla pretesa che l’altro capisca senza bisogno di fare lo sforzo di spiegarci, al rimanere nella routine del “si è sempre fatto così”. Solo moltiplicando le idee, facendole interagire, contrapponendole, contaminandole, possiamo cogliere ciò che non torna e che ci mette in difficoltà. Così il gruppo di lavoro serve a ciò per cui è stato pensato: integrare le diversità ritenute risorse e orientarle al raggiungimento degli obiettivi.

Certo, non basta la buona volontà.

Non siamo naturalmente equipaggiati per questo approccio. Bisogna imparare a gestire la diversità nostra e dell’altro e i conflitti che inevitabilmente il nostro lavorare insieme ci propone.
“Sarebbe tutto più facile... se ci si capisse al volo”? Direi di no, cara Giulia. Sarebbe più rassicurante, certo, ma quando lavoriamo insieme non ci è chiesto di occuparci della reciproca tranquillità, ma piuttosto della possibilità di facilitare l’espressione della diversità nostra e altrui, certi che di questa c’è bisogno per poter lasciare il segno.

Articolo di Fabrizio Lertora pubblicato sulla Rivista Conflitti n°4 - 2014

Staff

Fabrizio Lertora

Formatore e consulente organizzativo

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