Il cervello continua a imparare, basta usarlo

L’unica persona che si può ritenere istruita è quella che ha imparato come si fa a imparare, e a cambiare.

È di qualche anno fa la notizia che la signora Anna, insegnante di scuola primaria di 88 anni, ha discusso la sua tesi di laurea magistrale conseguendo, con il massimo dei voti, il titolo di dottoressa in filologia moderna.

Si tratta evidentemente di una bella storia di passione, impegno e determinazione. Ma non solo.

Cosa ha permesso ad Anna di realizzare il sogno della sua vita, sfruttando capacità cognitive quali memoria, attenzione, linguaggio, pianificazione a un’età in cui ci si aspetterebbe un comprensibile declino di tali funzioni? Se è vero che “non si finisce mai di imparare” è altrettanto vero che la spinta verso l’apprendimento, prerogativa dell’essere umano, è il risultato di un lento processo evolutivo iniziato centinaia di migliaia di anni fa e tuttora in corso.

Il costrutto di “neotenia” viene dal greco νέος "nuovo, giovane" e τείνω "tendo": tendenza al giovane.

Introdotto per la prima volta dallo zoologo Julius Kollmann venne poi ripreso nel 1920 dal medico anatomista Louis Bolk per formulare la sua teoria della fetalizzazione secondo la quale gli essere umani sarebbero giovani scimmie dallo sviluppo ritardato.

In biologia il termine “neotenia” fa quindi riferimento al permanere di caratteri fetali o infantili in organismi che hanno già raggiunto la maturità sessuale, definendo così una sorta di ritardo di sviluppo di caratteri morfologici o funzionali. Questo fenomeno, osservato e studiato soprattutto in alcuni anfibi come la salamandra, avrebbe favorito nel tempo la nascita di specie in grado di adattarsi meglio alle condizioni ambientali circostanti.

Il cervello umano rappresenta uno degli esempi più interessanti di neotenia perché, a differenza di quello che accade in altri primati, permane in una condizione di crescita ben oltre la maturità sessuale.

Nell’uomo lo sviluppo embrionale nel grembo materno dura quasi un anno e prosegue anche dopo la nascita per consentire al cervello di raggiungere le dimensioni che sono proprie dell’individuo adulto. E ancora, se negli scimpanzé il ritmo di crescita cerebrale rallenta subito dopo la nascita e si arresta intorno ai 12 anni, nell’uomo i ritmi di maturazione restano molto elevati anche in età adulta: impieghiamo circa il 30% della nostra vita a crescere! I circuiti neuronali dei nostri cugini primati, una volta stabilizzati, garantiscono maggior velocità di trasmissione delle informazioni e grande efficienza nelle risposte ma, di contro, una scarsa possibilità di essere modificati e modellati.

L’unica persona che si può ritenere istruita è quella che ha imparato come si fa a imparare, e a cambiare. (Carl Rogers)

Viceversa la lenta maturazione dell’encefalo umano, pur non consentendo la stessa rapidità di reazione e di risposta, permette all’uomo di continuare ad apprendere dall’ambiente e riuscire così a modificare il proprio comportamento in senso adattivo. Secondo il biologo evoluzionista Stephen Jay Gould la comparsa del tratto neotenico, pur manifestandosi come ritardo dello sviluppo, ha rappresentato per l’uomo un vantaggio sul piano evoluzionistico perché ha consentito un maggior adattamento a un ambiente mutevole e in rapida trasformazione.

Con l’homo sapiens sapiens, quindi, le reazioni istintive tipiche degli animali hanno gradualmente lasciato spazio al ragionamento e all’apprendimento.

Non è ancora chiaro a che età il cervello umano smetta di crescere, la variabilità da individuo a individuo è ampia ed è legata a numerosi fattori, genetici e ambientali, ma recenti scoperte riportano che l’età di assestamento dello sviluppo cerebrale possa avvenire intorno ai 40 anni, sebbene, come è noto, l’architettura cerebrale continui a modificarsi per tutta la vita.

Le ricerche fatte in campo neuroscientifico e l’utilizzo di tecniche di neuroimmagine confermano infatti che il nostro cervello è plastico e dinamico ovvero modifica la propria forma e le proprie funzioni sulla base degli stimoli provenienti dall’ambiente.

Le esperienze che viviamo, o che scegliamo di vivere, vanno a sollecitare determinati circuiti cerebrali e provocano delle alterazioni nei collegamenti tra neuroni (sinapsi) delle aree coinvolte in quello specifico apprendimento.

I processi di nascita e sfoltimento delle sinapsi sono guidati dal principio del “use it or lose it” ovvero “usalo o lo perdi”: i collegamenti che non vengono utilizzati si eliminano, mentre quelli necessari vengono potenziati.

La vita è un processo di conoscenza. Vivere è imparare. (Konrad Lorenz)

Per semplificare: se oggi io decidessi di intraprendere lo studio di uno strumento musicale, ad esempio il pianoforte, i collegamenti tra i neuroni delle diverse aree coinvolte in questo tipo di apprendimento si attiverebbero creando così una nuova rete di sinapsi, indispensabile per permettermi di suonare il pianoforte in modo dignitoso. In momenti specifici della crescita, ad esempio nei primi 3 anni di vita, la plasticità cerebrale è così elevata da consentire che le funzioni proprie di alcune aree, se danneggiate per un trauma o una lesione, possano essere assolte da altre aree del cervello. Ecco allora che, in seguito alla mutazione neotenica avvenuta centinaia di migliaia di anni fa, le nostre strutture cerebrali maturano tardivamente e mantengono nel tempo una plasticità tale da favorire una maggior predisposizione all’apprendimento e una maggior potenzialità di adattamento a una realtà in continuo mutamento.

Quali sono le conseguenze di questa specificità e quali sono le tracce di neotenia riscontrabili nel nostro modo di agire? Operiamo sul mondo in modo attivo e dinamico, possiamo ristrutturare e aggiornare apprendimenti precedentemente archiviati imparando dalle esperienze e possiamo “cambiare strada”, quando la situazione esterna lo richiede, adottando soluzioni creative.

Il gioco, la sorpresa e la curiosità, aspetti tipici dell’età infantile, ci accompagnano anche da adulti, guidano il nostro desiderio di scoperta e ci orientano verso scelte di vita inedite e originali. Il nostro cervello è nutrito dalle esperienze che ogni giorno viviamo, la sfida che ci riguarda consiste nel saper assecondare questo bisogno di conoscenza senza aver paura di esplorare territori sconosciuti ma con la convinzione che dietro ogni vissuto, a volte conflittuale, possa nascondersi un apprendimento.

Verso la fine della sua vita Albert Einstein dichiarò di essere giunto alla teoria della relatività proprio grazie al suo porsi domande “infantili” sui problemi dello spaziotempo, mantenendo il costante atteggiamento di curiosità proprio dei bambini.

Il paradosso neotenico ci induce quindi a credere che sia proprio la condizione di “eterni immaturi” a fare di noi la specie più evoluta sul piano cognitivo.

Non si tratta però di oziare in una condizione di perenni Peter Pan, ma di sfruttare appieno le potenzialità che il nostro cervello ci offre, sviluppando e promuovendo progetti di vita che tengano conto della nostra innata predisposizione a imparare.

Proprio come ha fatto la dottoressa Anna, esempio virtuoso della nostra condizione neotenica.


Articoli di Laura Petrini pubblicato sulla rivista Conflitti n°4-2019

Staff

Laura Petrini

Formatrice e counselor

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