Il ritorno imprevisto della gratitudine

Per un nuovo inizio che crei ascolto fra le persone piuttosto che dominio

Stanno succedendo cose strane in questi giorni tragici della pandemia e di tanti, troppi morti. Alcune impreviste. Fra queste il ritorno della gratitudine. Rimossa e annichilita nell’epoca dell’esaltazione narcisistica, dell’enfasi sull’individuo più o meno di successo, dello sgomitare e dell’emergere solo per sé stessi costi quel che costi, si riaffaccia con tenerezza in questi giorni di emergenza estrema.

Da almeno tre, quattro decenni viviamo come ci ricorda il grande sociologo Christopher Lasch nell’ipertrofia dell’Io, nel dispotismo di una cultura sempre più esibizionistica, dove apparire conta più che essere. La piccola virtù della gratitudine si muove su un altro piano. Presuppone che hai bisogno degli altri, che non puoi usarli o manipolarli ma semplicemente ne hai una necessità. Diventano parte della tua stessa vita, si crea una sensazione di appartenenza comune, come dice il grande filosofo tedesco, ormai novantenne, Jurgen Habermas “Penso che la persona si può mantenere e sviluppare solo se ci sono le condizioni del comunicare, solo se queste condizioni non degenerano. Siamo noi stessi nella misura in cui siamo gli altri”.

Forse ci conviene passare dalla tirannia narcisistica della pretesa a un cambiamento, anche antropologico che porti a riconoscere che abbiamo un destino comune. In questi giorni così cupi penso che tutti capiscano quanto sia importante contare sugli altri. Nei miei giorni della malattia, quando il virus mi costrinse in casa per tre settimane con febbre e polmonite, tantissime persone, amici ma anche sconosciuti, hanno avuto per la mia guarigione un ruolo decisivo, a prescindere dalla loro consapevolezza. A volte basta poco per rendere la vita di un nostro simile migliore e più vicina ai valori che davvero sono importanti. Non si tratta di cercare eroi ma di coltivare la gratitudine perché questo è un sentimento che ci rende profondamente umani nella nostra fragilità ma anche consapevoli delle grandi risorse di cui tutti assieme possiamo disporre. 

Penso che chi è sopravvissuto abbia tanto da imparare e che questi apprendimenti possano segnare davvero un nuovo inizio che crei ascolto fra le persone piuttosto che dominio. Come direbbe Danilo Dolci.


Articolo di Daniele Novara, pedagogista e direttore CPP
daniele.novara@cppp.it

Staff

Daniele Novara

Fondatore e direttore del CPP, pedagogista e autore

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