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Convegno Nazionale CPP martedì 31 agosto 2021 - online dalle 10.00 alle 18.00

I bambini e i ragazzi hanno bisogno di normalità, non di neurodiagnosi

Di: Daniele Novara

È stato davvero un periodo duro per i piccoli e i più giovani.

Tanti di loro hanno vissuto senza veri contatti sociali, con pochissimo movimento e sport, con la scuola a singhiozzo e sempre con la mascherina. 

Non è lecito trasformare quanto accaduto in processi di neurodiagnosi, cercando disturbi neurologici che sono semplicemente la conseguenza di un arresto grave nella loro crescita e nel loro sviluppo.

Le scuole sono invase in questi giorni da screening neurodiagnostici, alla ricerca di presunti disturbi che altro non sono che la legittima risposta dei bambini e ragazzi alla difficoltà del momento.

Si tratta di evitare che i più piccoli vengano raggiunti da questi tentativi, proposti nelle scuole senza alcun quadro normativo, di realizzare screening per andare alla ricerca di questi disturbi.

I bambini hanno bisogno normalità, non di neurodiagnosi.

Il fenomeno degli eccessi di neurodiagnosi e di certificazione scolastica di disabilità che, negli ultimi dieci anni, si è letteralmente abbattuto su di loro, non lascia molti margini di interpretazione statistica. 

È un dato secco e inequivocabile. Nel report Istat relativo all’anno scolastico 2010-11, gli alunni disabili – secondo i criteri della legge 104 – erano 139 mila. Nove anni dopo, cioè nell’anno scolastico 2019-20, il dato è più che raddoppiato: 300 mila certificazioni di disabilità.

La stragrande maggioranza di queste certificazioni – l’80% circa –riguarda non più, come succedeva fino agli anni Novanta, disabilità fisiologiche, motorie e genetiche, ma quelle legate a deficit emotivi e comportamentali. In particolare, è cresciuta a dismisura la diagnosi di spettro autistico.

Bambini e normalità

Una valutazione che lo stesso Michele Zappella, decano dei neuropsichiatri italiani e fra i primi in Italia a studiare proprio l’autismo, ha definito una sorta di etichetta senza, il più delle volte, una precisa spiegazione diagnostica e che pertanto finisce con presentare una percentuale di cosiddetti falsi positivi elevatissima (40-50%, se non di più). 

Zappella, nel suo ultimo libro "Bambini con l’etichetta. Dislessici, autistici e iperattivi: cattive diagnosi ed esclusione" (Feltrinelli, 2021), ricorda come l’80% dei genitori che riceve questa diagnosi, o un suo sentore, con la parola autismo, cade in una depressione che può ancora essere presente a distanza di un anno, un anno e mezzo.

Spesso, e del tutto incautamente, questa neurodiagnosi viene accompagnata da commenti come «Da questa malattia non si guarisce mai», «Ve lo dovete tenere così com’è», e simili.
L’angoscia aumenta e va ad alimentare la grande fragilità genitoriale di quest’ultima generazione. Penso che il calo demografico non dipenda da motivi sociologici, quanto dalle tante problematiche educative. Ai genitori non si offrono sponde se non queste drammatiche diagnosi neuropsichiatriche gestite, il più delle volte, senza alcun riguardo verso i genitori e tantomeno privacy verso i bambini. Da ultimo, compare il fantasma degli screening precoci tra i 2 e i 6 anni.

Centri specializzati, senza alcuna cornice normativa, entrano nelle scuole, col consenso di dirigenti e di insegnanti mal consigliati, per cercare disturbi dell’apprendimento, dello spettro autistico e dell’iperattività. Fra i genitori si sta creando il panico. Anche nei miei studi continuo a ricevere madri e padri letteralmente terrorizzati. Già nel 2017 denunciai, sia col convegno nazionale "Curare con l’educazione, che con il mio libro "Non è colpa dei bambini. perché la scuola sta rinunciando a educare i nostri figli e come dobbiamo rimediare. Subito" (BUR-Rizzoli), la deriva verso cui si stava andando nell’indifferenza istituzionale.

Occorre che i genitori non vengano abbandonati a se stessi e, specialmente, che si impedisca la patologizzazione dell’infanzia, il crescere di un’epidemia che non corrisponde a veri dati scientifici. 
Occorre rispettare la crescita e l’età dei più piccoli con la consapevolezza che la plasticità neurocerebrale sa recuperare sui momenti di inceppamento evolutivo. Bisogna cambiare pagina e offrire alle famiglie un supporto pedagogico per educare e crescere le nuove generazioni. I genitori meritano fiducia, non angosce. 

Nel mio libro "I bambini sono sempre gli ultimi. Come le istituzioni si stanno dimenticando del nostro futuro" (BUR-Rizzoli, 2020) ho proposto un 'bonus pedagogico' per l’aiuto nella crescita educativa dei figli. 

Sarebbe bellissimo, ad esempio, che, all’uscita dai reparti di maternità, le mamme e i papà potessero avere non solo ciucci, pannolini e latti artificiali, ma anche un 'libretto di istruzioni' per seguire le tappe educative dei loro piccoli. È meglio porre attenzione ai bisogni educativi delle nuove generazioni piuttosto che certificarne la disabilità.
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Articolo di Daniele Novara, pedagogista e direttore CPP

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