Aiuto, il morsicatore!

Come aiutare genitori ed educatori a comprendere questo fenomeno fisiologico.

Sfido chiunque a trovare un asilo nido dove non si tema il morsicatore.

Spesso le educatrici sanno come comportarsi, sanno che il mordere per un bambino piccolo è un qualcosa di “normale”, ma non sanno cosa fare quando devono consegnare ai genitori un bambino “marchiato”.

Eh sì, perché una delle caratteristiche principali per cui il morso spaventa tanto è che lascia il segno. Bambini e bambine si portano un bell’orologio per giorni, il segno dei dentini rimane e questo di sovente spaventa.

Capita che i genitori dei morsicati si sentano montare la rabbia, perché ritengono che il proprio bambino sia una vittima di qualche lupetto famelico, se si tratta di genitori del morsicatore, al contrario, vivono un profondo senso di colpa e talvolta attivano modalità non proprio “canoniche” per tentare di far smettere il proprio bambino.

Credo importante aiutare genitori ed educatori a comprendere questo fenomeno fisiologico, passeggero, sicuramente relegato ad una precisa fase dello sviluppo del bambino.

Bambini che mordono

PERCHÈ UN BAMBINO MORDE?

Diciamo subito che non tutti i bambini mordono e non tutti con la stessa intensità o frequenza. Un bambino, una bambina entro l’anno di età morde per conoscere. Già a partire dai sei/otto mesi un bambino tende a portare tutto alla bocca, esplora il mondo attraverso questo organo di senso fondamentale.

Questa fase di sviluppo viene definita “fase orale”, quel momento in cui il bambino attraverso la fame sperimenta il “mettere dentro” qualcosa di buono.
Nel momento dell’allattamento utilizza la bocca per far entrare il cibo, quindi far passare il disagio dovuto alla fame e riconciliarsi con il mondo, con la mamma che soddisfa questo suo bisogno. È proprio per questa caratteristica che la bocca è l’organo più importante per un neonato e lattante per esplorare e conoscere.

Questo “mettere in bocca tutto” tendenzialmente riguarda anche i pari, immaginiamo bambini che si “assaggiano“ a vicenda, si sperimentano, provano a vedere l’effetto che fa.

Certamente in un periodo in cui arriva la dentizione, proprio a partire dal sesto/settimo mese il mordicchiare diventa quasi un’esigenza, per alleviare il fastidio alle gengive.

È un mordere dettato dal fastidio, dal dolore causato dai dentini che spingono.

Dopo l'anno il piccolo incomincia a capire che il mordere può essere una modalità comunicativa con l’altro: “lasciami stare”, “non mi dare fastidio”, “dammi quell’oggetto che è mio”.

Più il bambino cresce, più il morso viene utilizzato quando c'è frustrazione, disagio, insoddisfazione. 

Solo dopo i due-tre anni diventa un modo deliberato per esprimere le proprie emozioni come la rabbia e può essere pertanto utilizzato per intimidire i coetanei.

PERCHÈ TANTA ANSIA DI FRONTE AL MORSO INFANTILE?

Il morso ha un effetto duraturo. Lascia un segno preciso ed estraneo a chi lo riceve, resta evidente anche per più giorni lasciando un’impronta che spicca.

Il morso fa male, è seguito spesso dal pianto del morsicato e l’adulto si sente spiazzato e portato quasi istintivamente a prendere le difese di chi viene ritenuto vittima.

Si fa fatica a vedere il morso così come si possono vedere altre manifestazioni fisiche tra pari, è difficile dire “è una cosa da bambini, che se la vedano loro”.

È l’ansia adulta che va a rivestire questo atto di significati esasperati, una paura eccessiva rispetto al dolore, la paura che il piccolo possa soffrire.

Il significato che l’adulto tende a dare al morso è spesso collegato all’esperienza adulta, una persona “normale” non si sognerebbe mai di mordere un suo simile, sarebbe come ammettere una sorta di aggressione cannibale; o ancora l’adulto abbina il morso a qualcosa di traumatico, come il mordere di un cane rabbioso, di una bestia feroce.

Sono questi “inquinamenti” che non consentono di collocare il morso di un bambino dentro una cornice corretta.

COME GESTIRE UN MORSICATORE?

La domanda che abitualmente viene posta da educatori e genitori è: ma come mi devo comportare? È giusto punire o devo lasciar fare?

Innanzitutto è importante poter partire dalla considerazione che i bambini e le bambine hanno il diritto di sperimentare, esplorare, trovare accordi tra di loro. Per far questo hanno bisogno di adulti (genitori, educatori, nonni) che non li giudichino ma che siano presenti e rispettosi. Adulti non giudicanti significa adulti capaci di osservare le dinamiche infantili dando loro il giusto spazio e intervenendo solo se si intravede una difficoltà reale. Noi adulti spesso pecchiamo di interventismo, nel momento in cui vediamo un bambino che alza una mano nei confronti dell’altro lo fermiamo, senza aspettare di vedere che cosa realmente il bambino sta facendo e privando l’altro dell’opportunità di dire la sua, di difendersi o restituire.

Carichiamo spesso di eccessivo moralismo il nostro agire educativo impedendo ai bambini di fare esperienza. In realtà i bambini sono competenti nelle loro relazioni, sanno negoziare anche se non sanno ancora parlare, hanno capacità empatiche a partire da piccolissimi. Dobbiamo solo fidarci di loro.

Per gestire i bambini che mordono ci sono dei comportamenti che vanno evitati ed altri che sarebbe opportuno poter assumere, vediamo quali:

COSA È MEGLIO NON FARE?

Sgridare il bambino: serve a molto poco se non a nulla, anzi mette il bambino nella condizione di non capire che cosa stia succedendo, non possiamo pensare di sapere esattamente quello che passa per la mente di un bambino nel momento in cui si sta relazionando all’altro, rivestiamo l’atto di preconcetti adulti.

Restituire il morso: al nido non si fa ma talvolta i genitori utilizzano questa modalità con l’intento di far sperimentare al bambino il dolore che provoca agli altri. In realtà questa modalità può avere l’effetto contrario, quello cioè di vedere il mordere come un gioco che anche mamma e papà fanno, quindi sdoganarlo.

Lasciarsi mordere: che il bambino morda anche la mamma o il papà è abbastanza frequente, è importante in quei casi non lasciarlo fare facendo intendere che è un gioco possibile.

Mordicchiare il bambino/a: a volte i cosciotti paffuti o le braccine rosate fanno venire il desiderio di “mangiarsi il bimbo” e così le mamme, i papà, talvolta anche le educatrici danno piccoli morsetti al bambino. Può diventare un apprendimento che il bambino utilizza verso terzi.

Mettere in castigo un bambino: il castigo non ha alcun effetto se utilizzato in prima e seconda infanzia perché non vi è la possibilità di capire ma suscita esclusivamente sensi di colpa che volentieri sarebbe bene evitare.

COSA SAREBBE CORRETTO FARE?

Cercare la coesione tra adulti: il comportamento nei confronti del bambino/a dovrebbe essere il più possibile coeso: tra colleghe di nido, tra mamma e papà, con la baby sitter piuttosto che con i nonni, è fondamentale dare messaggi coerenti ai bambini. 

Interrompere il morso con un netto "no", eventualmente porre dolcemente una mano davanti alla bocca, ma solo se il fenomeno si ripete.

Intervenire solo se si vede che la cosa crea difficoltà ai bambini, non lasciare agire l’ ansia preventiva.

Con fermezza e decisione dare un rimando sicuro di disapprovazione al bambino: fermezza non significa durezza e tanto meno aggressività, semplicemente dire “No, non si fa”. Il bambino, la bambina, percepiscono molto più il come diciamo le cose piuttosto che il che cosa diciamo.

Utilizzare una modalità non preoccupata, in grado di sdrammatizzare la situazione è molto importante, tanto quanto importante è ricordarsi di non ridicolizzare mai alcuna espressione emotiva dei bambini.

Fornire giochi “mordevoli”: se il piccolo ha meno di due anni ed è nel periodo in cui mastica e mette in bocca tutto, può essere interessante fornire dei giochi che possono essere morsi, tipo anelli o forme di plastica dura, piuttosto che negargli questo suo modo di scoprire e conoscere le cose. 

Dare regole: con i bambini un po’ più grandi (oltre i 24 mesi) si può iniziare a stabilire delle regole, esprimendo al bambino la contrarietà ai morsi, si può dire  che fa male agli altri e che le maestre non usano i morsi per comunicare.

Il morso estemporaneo è normale e non deve creare preoccupazioni particolari. Se attorno ai 2-3 anni persiste la frequenza, si tratta di una segnalazione di disagio che potrebbe necessitare di un sostegno educativo e pedagogico ai genitori.


Articolo di Paola Cosolo Marangon, vicedirettrice della rivista Conflitti, formatrice e consulente educativa CPP.


PER SAPERNE DI PIU’ 

Filliozat I. – Le emozioni dei bambini – Piemme, Casale Monferrato, 2002
Gottmann J., Joan De Claire – Intelligenza emotiva per un figlio – Rizzoli, 2001
Honegger Fresco G., Essere genitori, Red, Novara, 2003
Novara D. – Litigare per crescere – Erickson, Trento, 2010
Novara D., Dalla parte dei genitori, FrancoAngeli, Milano, 2009
Oliverio Ferraris A. , Oliverio A.,– Le età della mente – Rizzoli, Milano 2004
Oliverio Ferraris A., Non solo amore, Giunti, Firenze, 2005
Vegetti Finzi S., Annamaria Battistin, A piccoli passi, Mondadori, 1997
CONFLITTI. Rivista Italiana di Ricerca e Formazione Psicopedagogica, edita dal CPP (conflitti@cppp.it  - www.cppp.it)

Staff

Paola Cosolo Marangon

Formatrice e consulente pedagogica

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