Aiutiamo i ragazzi a litigare bene

"Questo non lo scriva", intervista classica a Daniele Novara, di Manuela Croci pubblicata da Sette - Corriere della Sera

Durata: Tempo di lettura 3 minuti.

Il pedagogista piacentino descrive l'importanza di lavorare in gruppo: «L'osmosi sociale produce apprendimento». Sottolinea che imparare a litigare è «un antidoto alla violenza». E spiega
come nelle scuole sia opportuno eliminare la lezione frontale, gli insegnanti sadici e i compiti: «Trasformano le famiglie in un doposcuola» 

Piacenza mi accoglie con le piante appena velate di rugiada e il cielo terso. All’interno di un palazzo tutto scale e porte si trova il CPP (Centro PsicoPedagogico per l’e- ducazione e la gestione dei conflitti), fondato nel 1989 da Daniele Novara, pedagogista e autore di 53 libri, una manna per i genitori che tentano di districarsi tra bambini e adolescenti sempre più difficili da gestire. «Difficili? Non mettiamo etichette. Domandiamoci “quali sono gli errori educativi?” non “che patologia ha questo ragazzo?”. Spostarci dall'aspetto neuro-patologico a quello educativo significa iniziare a occuparsi di quelle che già 12 anni fa avevo chiamato “le malattie dell’educazione”. Un esempio? Qualche sera fa in una scuola di Milano i genitori mi chiedevano come si fa a limitare l’uso degli smartphone.
Ma se non è questo un compito dei genitori, allora qual è il loro ruolo?! Ad essere fragili non sono i ragazzi, ma i genitori e il sistema scolastico. Dietro un bullo infatti c’è un’orfanità educativa, un vuoto».

Questo significa che la maggior parte delle responsabilità le abbiamo noi genitori.

«Le chiamerei risorse: i genitori hanno le risorse, ma non le usano. Se imposti bene il primo anno di vita, metti tuo figlio in uno stato di sicurezza. E non lo dice Novara, ma gli scienziati che hanno studiato l’attaccamento primario: bisogna mantenere quella fusione così importante nei primi dodici mesi, quindi, progressivamente, gestirne l’autonomia».

Uno dei primi momenti in cui i nostri figli devono imparare a fare da soli è quando iniziano la scuola, luogo a cui ha dedicato il suo ultimo libro, Cambiare la scuola si può. Partiamo da qui: la prima modifica che farebbe?
«Da pedagogista sono molto attento agli aspetti metodologici. Subito, perché è a costo zero, sospenderei la lezione frontale che è poi l’architrave della scuola tradizionale: l’insegnante consegna ai suoi allievi il corpus di conoscenze che ha. Un modello idealistico che si palesa in particolare al Liceo Classico. In realtà sappiamo che non è l’ascolto che permette l’apprendimento, ma l’applicazione. Quindi non mi meraviglia che abbiano più successo i cuochi italiani di molti giovani che hanno superato ginnasio e liceo».

La scuola è fatta di nozioni, ma anche di compiti.
«I compiti... (sospira). Questo è un termine che faccio rientrare nelle cosiddette “pratiche inerziali” insieme a campanella, cortili, note... Sono quel tipo di abitudini, tipiche della scuola tradizionale, che non hanno un riscontro normativo: non esiste una legge che dice “nella scuola ci vuole la campanella”, o “nella scuola ci vogliono i compiti”, al punto che le uniche vere circolari sui compiti sono state emesse negli Anni 90 da alcuni ministri illuminati che hanno richiamato gli insegnanti a non darne troppi, senza però specificare qual era la normativa per cui ci volevano i compiti. Sarebbe meglio creare delle situazioni per cui a casa il ragazzino senta la necessità di fare qualcosa: andare a vedere un monumento perché il giorno dopo si lavora a scuola su quel luogo; chiedere ai genitori l’origine del proprio cognome perché è previsto un approfondimento sulla famiglia; intervistare un adulto sulla sua professione perché in aula se ne parlerà...».

In questo modo i compiti diventerebbero un vero momento di approfondimento.
«Certo. E qui torniamo al discorso iniziale: il metodo giusto di apprendimento non è l’ascolto passivo. Quindi anche la sequenza lezione-studio-interrogazione è fallimentare. Ha prodotto solo più abbandoni, pochi laureati e diplomati: un fenomeno che colpisce specialmente i maschi e che ci pone agli ultimi posti in tutte le classifiche scolastiche del mondo. I ragazzi sono demotivati e la pretesa che gli alunni studino sempre di più, come se lo studio garantisse l’apprendimento, non ha basi scientifiche. Nessuna! C’è di più, alcuni insegnanti dicono “non devi studiare ripetendo, devi capire”. Ma come fa un ragazzo? Gli hai assegnato venti pagine, e le deve pure capire!».

Nel libro scrive che bisogna scegliere gli insegnanti con un test attitudinale.
«I sadici, per esempio, non bisogna assumerli: l’adolescente è molto sensibile al sadismo degli adulti, non è come il bambino che poi torna a giocare. Non possiamo mettere in cattedra quelli del “sei passato dal due e mezzo al tre meno meno, però vedrai che migliori; magari la prossima volta prendi solo tre”. Però attenzione, non vado alla ricerca di insegnanti colpevoli, attraverso questo libro vorrei sostenere l’insegnante, invitarlo a fare meglio e uscire dalla vecchia scuola che ha come obiettivo finale l’interrogazione. È come se la scuola dicesse “io ti consegno certi contenuti e, a prescindere dal fatto che tu abbia imparato qualcosa o meno, devi acquisire questi contenuti”».

Così i ragazzi sono infarciti di nozioni, a volte anche troppo complesse per la loro età.
«Esatto. La scuola elementare italiana era la migliore al mondo e probabilmente è stata rovinata proprio dagli eccessi di precocismo: in seconda e terza elementare i bambini devono imparare a leggere e scrivere, non fare l’analisi logica. È un’assurdità, fanno delle analisi logiche che voi giornalisti ne uscireste moribondi. E questo ci riporta alla questione dei compiti da fare a casa. La cosa che contesto, definendola una vera vessazione, è di aver trasformato le famiglie in un doposcuola. Anzitutto è un’ingiustizia, perché c’è il genitore laureato e quello non laureato. Secondo, il genitore ha la sua vita, non può passare il pomeriggio sui libri. Le faccio un esempio: una mamma faceva l’avvocato ad altissimi livelli, ha smesso per seguire gli impegni scolastici dei figli. E sa una cosa? Non è servito perché la signora era così ansiogena che ha passato una pressione tale a uno dei suoi bambini che per tirarlo fuori dai guai ci abbiamo messo quasi tre anni. I genitori devono educare i figli a saper vivere, non diventare dei coach scolastici. A scuola ci va il bambino».

Quindi, come possiamo aiutare i nostri figli?
«Lasciate che lavorino in gruppo, che svolgano i compiti assieme, perché è la componente di osmosi sociale che produce apprendimento: chi non sa, si fa aiutare e chi sa, rafforza il suo apprendimento aiutando gli altri».

A proposito dell’importanza di fare gruppo, molti suoi libri già nei titoli utilizzano la parola “litigio”: quanto è importante litigare per i ragazzi?
«I bambini litigano con i loro amici non con gli estranei, è una variabile dipendente dell’interesse reciproco. Invece di voler evitare a tutti i costi una delle esperienze più tipiche dell’infanzia, non è meglio se aiutiamo i ragazzi a litigare bene? Anche perché il litigio è un antidoto alla violenza: una persona violenta è una persona che è inca- pace di reggere i conflitti».

Come sono cambiati i ragazzi negli anni?
«Non sono cambiati. Il bambino è sensoriale, fa degli scherzi, vuole stare scalzo, mangiare con le mani, si lava i denti solo perché può ingoiare il dentifricio... Sono sempre stati così e saranno sempre così. Sono cambiati mamma e papà. Da genitori distaccati, sono diventati ultra-disponibili e questo ha creato una generazione senza punti di riferimento. Non sono i ragazzi a poter decidere se tenere acceso o no di notte lo smartphone. Ci deve essere un paletto. E non possono scegliere loro se andare o non andare a scuola. Dobbiamo ritornare su un altro piano in cui i genitori sono una risorsa per aiutare i figli ad acquisire tutte le loro autonomie».

Smartphone, internet, social: che impatto hanno sui nostri figli?
“Stiamo dando molto lavoro agli storici. Sul piano evolutivo la tecnologia è una risorsa enorme, se usata in senso sociale. Quando diventa un privatismo vengono fuori i problemi, perché la macchina è superiore alle potenzialità specialmente dei più piccoli. L'Italia è l’unico Paese al mondo dove un bambino di otto anni può avere un numero di cellulare personale. Basta lo scarabocchio di un genitore. Ma il genitore sa cosa sta firmando? A quell’età il piccolo è nel pensiero magico, deve giocare nella natura, con gli amici, buttarsi per terra, fare dei pasticci... Non finire in un mondo virtuale dove necessariamente si perde».

L’articolo completo, di Manuela Croci, è stato pubblicato da Sette – inserto del Corriere della Sera del 6 dicembre 2019
Foto di Roberto Caccuri

Staff

Daniele Novara

Fondatore e direttore del CPP, pedagogista e autore

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