8 marzo. Pari dignità, pari opportunità, pari possibilità?

Di: Paola Cosolo Marangon

La lotta delle donne per il riconoscimento della parità è un conflitto quasi perenne dove spesso la violenza ha visto prevalere sul conflitto.

La Festa della Donna ha perso un po’ del suo valore iniziale, si tende a legarla ad una tragedia accaduta nel 1908 quando alcune operaie dell’industria tessile Cotton di New York rimasero uccise in un incendio. A questo proposito è stata fatta un po’ di confusione: un incendio vi fu davvero ma nel 1911 dove 146 persone rimasero uccise la maggior parte delle quali erano donne.

La storia della Festa della donna ha una matrice diversa, parte dalla discussione sulla questione femminile e il voto alle donne, il primo evento importante fu il Settimo congresso della II Internazionale socialista svoltosi a Stoccarda dal 18 al 24 agosto 1907. In vari Stati il movimento delle donne dichiarò la Giornata a loro dedicata. 

Nel 1908 negli Stati Uniti, a seguire in Danimarca, poi nel 1917 è stata la volta della Russia e nel 1921, l’8 marzo, è stata dichiarata a Mosca la Giornata Internazionale dell’operaia.

In Italia la prima Giornata della Donna risale al 2 marzo del 1922.

8 marzo CPP

Dobbiamo arrivare al 1975 perché le Nazioni Unite proclamino l’Anno Internazionale delle Donne[1] e in quell’occasione tutti i movimenti femminili del mondo hanno manifestato per dichiarare l’importanza dell’uguaglianza tra i sessi. 

Il 16 dicembre1977, con la risoluzione 32/142 [2] l'Assemblea generale delle Nazioni Unite propose a ogni paese, nel rispetto delle tradizioni storiche e dei costumi locali, di dichiarare un giorno all'anno "Giornata delle Nazioni Unite per i diritti delle Donne e per la pace internazionale". L'8 marzo, che già veniva festeggiato in diversi paesi, fu scelta come la data ufficiale da molte nazioni.

La lotta delle donne per il riconoscimento della parità è un conflitto quasi perenne dove spesso la violenza ha visto prevalere sul conflitto.

Festeggiare l’8 marzo ha perso in larga parte il suo significato originario per la drammatica situazione che ancora ci si ritrova a vivere. Una parole per tutte: femminicidio.

LA PARITÀ DEVE FARE I CONTI CON IL PATRIARCATO

Partendo dalla parola femminicidio ci scontriamo con il termine violenza patriarcale. Il patriarcato ha costruito categorie dove la donna è appartenente a quella dell’inferiorità, della sottomissione, dell’insicurezza e dell’incertezza. Il pensiero patriarcale ha definito il maschile come superiorità e il femminile come inferiorità. È molto difficile uscire da questa categoria, c’è un sentire collettivo che incastra la donna, Hillman nel suo “Il mito dell’Analisi” la colloca dentro il mito della creazione. Questo autore sottolinea quanto si continui, nell’occidente giudaico cristiano, a pensare all’uomo e alla donna sulla falsariga della creazione: “Tutto ciò che in Eva c’è di divino le viene di seconda mano attraverso la sostanza di Adamo” [3]. Come dire che tutto ciò che riguarda la donna dipende dall’uomo.

Si fa estrema fatica a pensare a un’immagine femminile sganciata da questa, tant’è che siamo dovuti arrivare addirittura al 1996 prima che venga considerata la violenza sulle donne come un delitto contro la libertà personale.[4]

Già Adler, pur superando il modello biologico freudiano dell’inferiorità femminile postulava un modello culturale dove la donna non sarebbe per natura inferiore ma per la struttura e la composizione dei ruoli familiari e sociali vi è un mancato riconoscimento, viene riconosciuto minor valore e dunque minor potere come invece avviene per la rappresentazione del maschile.[5]

Non ci stupiamo dunque di quanto ancora oggi sta accadendo: paghe più basse a parità di ruolo, posti di prestigio riservati ai soli uomini, tendenza a percepirsi come inferiori e disposte a “servire” l’altra metà del cielo, che è quella dominante. Ma come si può fare per uscire da questa storia?

Molte, anzi moltissime donne hanno lottato e stanno lottando per una parità di genere. Non può esistere Festa della donnasenza questo riconoscimento. 

Cosa possiamo fare perché un collettivo arrivi a pensare e riconoscere che uomo e donna sono pari? Pari dignità, pari opportunità, pari possibilità?

PRIMA DI TUTTO INIZIAMO IN FAMIGLIA

È superfluo dirlo, l’ambiente familiare ha un’importanza fondamentale per quanto riguarda l’educazione alla differenza di genere e ai comportamenti dei futuri adolescenti o giovani. Le distanze tra “cose da maschio” e “cose da femmina” si avvertono per prime in ambito familiare. Accade in tante piccole cose a cominciare dai giochi infantili. È ancora molto frequente rivolgersi alle bambine con richieste legate alla cura della casa mentre i bambini ne sono dispensati. Pensiamo all’apparecchiare la tavola, lavare i piatti, tenere in ordine le proprie cose.

Le madri in modo particolare richiedono certi servizi alle figlie femmine mentre con i maschi sono molto più tolleranti. I maschi fanno cose “da maschi” pertanto non si ha la pretesa di farsi aiutare in cucina o nei vari lavori domestici.

Spesso si sentono madri esasperate per il carico che il doppio lavoro comporta, quello fuori e quello dentro casa.

È vero che sono in aumento – per fortuna – i genitori maschi che supportano la compagna ma è altrettanto vero che esiste una grande percentuale di famiglie dove i ruoli sono ancora molto definiti e le madri sono molto orientate a farsi carico della casa e dei figli, anche se sono medico o ingegnere, si definiscono doppiolavoriste e talvolta lo fanno con un certo orgoglio. Dobbiamo uscire da tutto questo!

LA COMUNICAZIONE TRA GENITORI COME IMPRINTING PER I FIGLI

La violenza non va accettata, è necessario imparare a dire la propria idea, la propria posizione, a dichiarare se stessi fin da piccoli e per farlo è molto importante vivere in un contesto dove gli adulti possano essere consapevoli di ciò che attivano dentro le mura domestiche. In ambito scolastico si osservano modalità comunicative molto discriminanti tra maschi e femmine, maschi che pretendono dalle femmine una sorta di sottomissione, che si permettono di apostrofarle con parole decisamente poco edificanti, che molto spesso derivano da esperienze vissute in famiglia. Un padre che pretende la cena pronta, il vestito lavato e stirato, che si rivolge alla moglie con modalità aggressive, che comanda e ordina più che chiedere è senza dubbio un elemento che viene prontamente imitato dai figli. Una madre che lascia correre quando il compagno o il figlio maschio la manda a quel paese, che accetta senza colpo ferire la trasgressione verbale, sta dando un’informazione molto precisa: le femmine possono essere trattate così. Ricordo a questo proposito un’indagine molto interessante pubblicata sulla rivista Conflitti che metteva in evidenza questo aspetto: i figli maschi tendono ad essere insultanti molto di più nei confronti delle madri che non dei padri.[6]

È importante osservarsi mentre si comunica e avere ben presente che alcune modalità autorizzano i figli ad usarle a loro volta. Quando cresceranno riterranno corretto pretendere dalle femmine, così come hanno visto fare. Tenere un comportamento consapevole anche nella comunicazione verbale è fondamentale, l’educazione passa per piccole cose, quelle che accadono ogni giorno, le più semplici.

Per dirla con Daniele Novara: “Oggi è necessario non tanto chiederci se una coppia è conflittuale o meno, ma se sa comunicare o no, se sa gestire le emozioni, e se utilizza la propria conflittualità in funzione di una comunicazione profonda”.[7]

ATTENZIONE AI MODELLI IPERIDEALI

Nei modelli che permeano social e video sulle varie piattaforme, molto frequentemente passa un femminile fatto di languidità, di sottomissione al maschio, di adattamento acritico a canoni esteriori. Anche le cosiddette “ragazze con le palle” si rifanno a modelli maschili reinterpretati in chiave femminile ma con la stessa arroganza e competitività.

Sarebbe interessante proporre strade di vero riconoscimento interiore, dove vali esattamente per quello che sei. Maschile o femminile, forte o debole, determinato o timoroso. Accettare la propria unicità e specificità per dichiarare al propria indipendenza da chi vorrebbe, ancora oggi, sottometterla a canoni patriarcali.

È innegabile la marcia in più delle donne, basti notare i curricola scolastici a tutti i livelli, il raggiungimento di qualifiche in tutti i settori. Le donne ce la fanno, manca il riconoscimento collettivo, solo grazie a quello si può cambiare un modo di considerare la reciprocità per finalmente dichiarare una parità che porti alla eliminazione della violenza. 


Articolo di Paola Cosolo Marangon, formatrice e consulente pedagogica.


PER APPROFONDIRE

AA VV, Le radici del cielo e della terra. Saggi sul principio femminile, Persiani Editore, Bologna,2020

De Gregorio Concita, Cosa Pensano le Ragazze, Einaudi, 2016 

Esther Harding, La strada della donna, Astrolabio Ubaldini, 1978

Jodorowsky Alejandro, Il Maestro e le Maghe, Feltrinelli, 2014

Montessori Maria, Per la Causa delle Donne, Collana I Piccoli Grandi Libri, Garzanti, 2019

Mori M. Teresa, Pescarolo Alessandra, Scattigno Anna (a cura di), Di generazione in generazione. Le italiane dall'Unità a oggi, Collana: Storia delle donne e di genere, Viella editore, Roma, 2014

DanieleNovara, Meglio dirsele, BUR Rizzoli, Milano, 2015 

Pinkola Estes Clarissa, Donne che Corrono coi Lupi. Il mito della donna selvaggia,Sperling & Kupfer; 1^ edizione, 2016

Pupilli Lidia, Severini Marco, Dodici passi nella storia. Le tappe dell'emancipazione femminile, Collana: Ricerche, Marsilio, 2016


[1]United Nations Official Document https//:www.un.org/en/ga/search/view_doc.asp?symbol=A/RES/3520%20%28XXX%29

[2] www.worldlii.org/int/other/UNGARsn/1977/145.pdf

[3] J.Hillman, Il Mito dell’analisi, Adelphi., Milano 2009, p.230

[4] Legge n° 66 del 15 febbraio 1996

[5] A. Adler, La cooperazione fra i sessi. Scritti sulle donne e sugli uomini, sull’amore, il matrimonio e la sessualità., Ansbacher H. e R. (a cura di) Universitarie Romane, Roma, 2001

[6] Conflitti, numero 4 anno 2009 pagine 5-10

[7] DanieleNovara, Meglio dirsele, BUR Rizzoli, Milano, 2015 pag 16

Staff

Paola Cosolo Marangon

Formatrice e consulente pedagogica

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