Una questione di attenzione

Di: Daniele Novara

Apprendimento e curva dell'attenzione a scuola

La psicologia cognitiva ci dice che l’attenzio­ne è un insieme di meccanismi di attiva­zione e inibizione, che permette di sele­zionare alcuni stimoli e ignorare tutti gli altri, interni o esterni, da cui siamo sem­pre bombardati simultaneamente.

L’at­tenzione “selettiva” che si sviluppa pre­cocemente nei bambini, è il meccanismo di base su cui, nel corso dello sviluppo individuale e nell’interazione con l’am­biente, si struttura un processo comples­so, di autoregolazione e controllo, che consente di implementare altre forme di attenzione. Diventiamo capaci di gestire sempre meglio l’attenzione in modo “vo­lontario”, competenza che richiede un si­stema di autoregolazione più articolato; e impariamo a mantenere a lungo nel tempo la nostra soglia attentiva.

Quello che si è scoperto, proprio rispet­to all’attenzione in grado di resistere nel tempo e richie­sta da una normale lezione frontale sco­lastica, è che non è un processo stabile e progressivo ma si caratterizza per un’alternanza continua, quasi ciclica, tra momenti di attivazione e momenti di pausa.

Questione di attenzione

È un processo fisiologico, estre­mamente individuale che viene influen­zato da numerosi fattori: le risorse che si hanno a disposizione, la motivazione, le caratteristiche personali, la stanchez­za.

Quello che è certo è che comunque, nella sua fase di massima potenzialità, attorno ai 18/26 anni, e nella situazione migliore da tutti i punti di vista, la nostra capacità di mantenere un’attenzione so­stenuta non supera i 40/45 minuti di tempo.

Fatte le dovute proporzioni, e al netto delle scoperte, ormai si sa che in un contesto reale di classe e con sogget­ ti ancora in fase di sviluppo delle capa­ cità attentive sottoposti a numerosi sti­ moli, la curva di attenzione di uno stu- dente raggiunge l’apice attorno ai 10 minuti, poi scema progressivamente per altri 20 per riprendere successiva­ mente a salire dopo quindi circa mez­z’ora dall’inizio della lezione.

Pensiamo a una classe media di bambini attorno ai 10 anni, a circa metà del loro percorso scolastico obbligatorio, in un ambiente in cui i fattori di interazione, di disturbo e quant’altro sono pressoché infiniti (dal compagno che chiacchiera con il vicino, alla preoccupazione per l’amica che non mi parla; dal sonno ai rumori che provengono dalla strada o dallo stomaco vuoto) e facilmente pos­siamo renderci conto di quanto la dina­mica della lezione frontale sia chiara­mente fallimentare.

Se infatti un adulto può essere in grado di atti­vare quel meccanismo di controllo che consente di gestire volontariamente l’at­tenzione, nelle aule delle nostre scuole ci troviamo di fronte a soggetti che non possono davvero farcela e che, con 50 minuti di spiegazione monocorde, si so­no attrezzati con la tecnica dello sguardo catatonico: si concentrano sull’inse­gnante senza minimamente ascoltarlo.


Articolo di Daniele Novara estratto dalla rivista Conflitti n°2-2018 "La scuola che insegna a imparare",
per informazioni conflitti@cppp.it

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