Tornare a scuola con la certezza che rappresenti un luogo di accoglienza

Di: Daniele Novara

La scuola è una comunità di apprendimento.

La  scuola riparte fra paure, apprensioni e lamentazioni.

Finisce di nuovo al centro dei riflettori non solo come luogo di formazione e apprendimento, ma anche con tutta l’ansia che negli ultimi due anni l’ha investita trasformandola in un luogo di assenza più che di presenza. Imbastire una qualche forma di augurio risulta davvero difficile e, per una sorta di scaramanzia, mi proporrei di evitarlo.

Mi preme però ricordare alcune semplici evidenze utili per poter vivere la scuola per quello che realmente rappresenta: una comunità di apprendimento. 

Spero anzitutto che non si ripeta quello che abbiamo visto negli ultimi due anni, ossia l’accanimento - mediatico, sanitario e ansiogeno - contro le nostre scuole percepite come tremendo luogo di contagio, focolai ineluttabili di malattia, incubatori di ogni sorta di variante del virus Covid-19 con gli alunni considerati propagatori inconsapevoli di un virus letale, specialmente per i loro nonni.

Uno scenario catastrofico associato all’immagine della scuola. Inutile ripetere, per chi si nutre di questi pregiudizi, che tutte le vere ricerche epidemiologiche, in qualsiasi parte del mondo, hanno sempre riscontrato che la scuola non è un focolaio virale e che gli alunni, in particolare i bambini, non hanno una vera possibilità di ammalarsi. Il loro contagio, infatti, non corrisponde alla malattia così come abbiamo imparato a conoscerla nel mondo adulto. Il virus, in qualche modo, risparmia i più piccoli e i motivi scientifici ormai sono chiari.

Purtroppo non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire e si ostina ad accanirsi contro scuole, bambini, ragazzi Cconsiderati veri e propri untori.

L’ambiente scolastico risulta viceversa il più sicuro per la salute. La stessa cosa non si può dire per quello casalingo.

Con le vaccinazioni agli insegnanti che hanno raggiunto più del 90%, si devono spegnere i riflettori sulla scuola come luogo di espansione virale tornando a vederla per quello che è: un ambiente dove si impara, dove si costruiscono esperienze fondamentali per tutta l’esistenza, dove la propria “riserva cognitiva” –  mi permetto di citare il grande neurobiologo Alberto Oliverio che ne ha parlato nel nostro ultimo convegno "A scuola con coraggio" dello scorso 31 agosto – aumenta e crea quelle condizioni di strutturazione neurocerebrale che permettono di affrontare con sicurezza e determinazione le sfide dell’esistenza e della crescita.

Abbiamo bisogno di una scuola che torni a investire sulla formazione degli insegnanti per garantire a questa fondamentale professione una capacità di organizzazione dell’apprendimento che vada oltre il mito della materia, della disciplina staccata da tutto il resto delle conoscenze, dell’arroccamento in un ambito talmente specifico di conoscenza da risultare tedioso specialmente agli alunni che devono seguire programmi il più delle volte obsoleti e comunque eccessivamente nozionistici e ripetitivi.

Abbiamo bisogno di una scuola dove la valutazione avvenga sulla base dei progressi che realizza l’alunno e non sulla stigmatizzazione dei suoi errori. Di una scuola dove si torni a fare movimento, che preveda il gioco per i più piccoli e l’attività fisica, sempre più necessaria, la base stessa della salute psichica e mentale. La scuola sedentaria che chiede soltanto l’ascolto passivo è uno dei peggiori retaggi del passato e non trovo alcun motivo per averne nostalgia come prova a fare qualche editorialista in vena di ritorno al passato. 

Per finire, l’augurio è inevitabile, non riesco a negarmelo. Da pedagogista auguro che tutti, insegnanti e alunni, con la spinta dei genitori, tornino a scuola volentieri con la certezza che rappresenti un luogo di accoglienza, condivisione e collaborazione nell’apprendimento.

Non c’è niente di peggio di una scuola dove ciascuno finisce col sentirsi isolato. Abbiamo bisogno, viceversa, di una scuola dove tutti sanno fare squadra per raggiungere i propri obiettivi e desideri di crescita.


Articolo di Daniele Novara, pedagogista e direttore CPP.

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