Risse tra adolescenti e gestione dei conflitti

Saper gestire i conflitti è la base della convivenza, della democrazia e dell’esistenza stessa.

Fioriscono in tutta Italia e anche a Piacenza le risse in strada tra ragazzi e ragazze. Pur con tutta la comprensione per l’età ancora acerba e incontinente dal punto di vista emotivo, ne facevamo volentieri a meno.

La violenza, perché di questo si tratta, non ha né giustificazioni né legittimazioni. La si può solo respingere e rifiutare in nome dei nostri valori di convivenza, di rispetto reciproco e di accettazione delle differenze altrui.

Senz’altro vanno comunque considerati due fattori che risuonano fra le grida dei giovani rissaioli. Il primo ci riporta a un anno di lockdown vissuto dai nostri ragazzi con estrema pazienza da un lato, ma anche con tanta rabbia e frustrazione dall’altro.

Restare, tutto il giorno e tutti i giorni, a casa senza neanche la possibilità di andare a scuola, di certo non ha aiutato la crescita e la stabilizzazione neuroemotiva in un’età di grande cambiamento e col bisogno di uscire di casa allontanandosi così dal controllo genitoriale per costruire una nuova premessa di vita con i propri compagni e compagne.

Risse tra adolescenti e gestione dei conflitti

Il secondo riguarda il “di cosa dobbiamo preoccuparci”. Oggi i dati ci dicono che i ragazzi sono pericolosamente propensi a far del male a se stessi.

Le spinte autolesionistiche e depressive prevalgono su quelle aggressive. Lo smarrimento per una situazione che nessun’altra generazione ha vissuto accentua gli episodi di danneggiamento personale, se non di veri e propri tentativi di suicidio.

Anche precedentemente al lockdown, i dati sulla violenza adolescenziale facevano pendere la bilancia statistica completamente su quella verso se stessi piuttosto che verso gli altri.

Permalosità e suscettibilità sono stati d’animo, se non emozioni, già ben presenti sui social. Quando si trasferiscono sul piano della realtà, le reazioni possono scatenare tempeste pericolose e comportamenti spavaldamente violenti verso gli altri. 

Grazie a una ricerca compiuta fra il 2011 e il 2015, avevo scoperto coi colleghi una sensibile difficoltà dei nostri adolescenti a vivere le situazioni di contrasto, di divergenza e di contrarietà.

Chiamammo questa scoperta carenza conflittuale, uno stato emotivo e comportamentale facilmente superabile se prima dell’età adulta si vivono esperienze formative adeguate, in altre parole se si acquisiscono gli apprendimenti necessari a gestire bene le contrarietà con gli altri senza fare male a se stessi e ai propri simili.

Scoprimmo infatti che era proprio l’incapacità di gestire i conflitti che spingeva alla violenza come forma di intolleranza alla frustrazione. L’esatto contrario di ciò che sostengono certi luoghi comuni e l’opinione pubblica stessa, ovvero che il violento sia un litigioso. Il violento non sa litigare, i bulli non sanno litigare. Quelli delle risse ancora meno.

Si tratta dell’educazione alla buona gestione dei conflitti, intendendo per conflitto non la violenza, ma le situazioni di contrasto che avrebbero dovuto essere il mood profondo della nuova educazione civica.

Saper gestire i conflitti è la base della convivenza, della democrazia e dell’esistenza stessa. Ogni organismo vivente deve imparare ad affrontare le difficoltà nel momento in cui nasce una discrepanza fra il proprio desiderio e l’opposizione altrui.

Sfruttare questa necessità evolutiva dovrebbe essere un compito primario della scuola come ambiente elettivo non solo del conoscere la geografia, la storia, la matematica, la lingua italiana, ma prioritariamente del saper vivere con gli altri creando le necessarie negoziazioni ogni volta che subentra una discordanza. Questi sono momenti apicali per imparare a vivere.


Articolo Daniele Novara, pedagogista e direttore CPP, pubblicato dal quotidiano Libertà martedì 9 febbraio 2021.
daniele.novara@cppp.it

Staff

Daniele Novara

Fondatore e direttore del CPP, pedagogista e autore

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