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Convegno Nazionale CPP martedì 31 agosto 2021 - online dalle 10.00 alle 18.00

Riconoscere il bullismo: di cosa stiamo veramente parlando?

Di: Daniele Novara

I litigi risultano qualcosa di diverso dal bullismo, fanno parte della comune esistenza sociale dei bambini e dei ragazzi.

Agli inizi degli anni Ottanta un gruppo di studiosi del Nord Europa di area psicosociale ebbe un’intuizione importante: mettere assieme una serie di comportamenti infantili e adolescenziali e definirli “bullismo” (bullying), stabilendo una differenza netta fra la semplice prepotenza, il litigio o la più generica violenza. Da allora le ricerche sul bullismo si sono diffuse in tutto il mondo, creando una certa inquietudine sia fra gli insegnanti sia fra i genitori.

I bulli non sanno litigare


Il principale studioso in materia, il norvegese Dan Olweus, stabilisce tre indicatori molto precisi e tassativi per confermare la presenza di una situazione di bullismo:

1. la prepotenza deve essere intenzionale e orientata a creare un danno

2. la prepotenza deve essere continuativa nel tempo verso una stessa vittima (se è estemporanea non rientra nella definizione di bullismo)

3. la vittima deve essere palesemente inferiore di forze rispetto al bullo, quindi incapace di difendersi.

In questo modo isoliamo il bullismo da altri fenomeni.

Ad esempio, i litigi risultano qualcosa di diverso dal bullismo, fanno parte della comune esistenza sociale dei bambini e dei ragazzi.
Anche la violenza estemporanea è un’altra cosa, in quanto mancano sia la componente di continuità sia quella di disparità di forze. Possiamo parlare di bullismo in senso stretto a partire dai 9, 10 anni. Sotto quest’età risulta molto problematico definire il termine “bullismo” in senso tecnico perché il carattere di intenzionalità è assai difficile da registrare. 

Non ha senso pertanto parlare di bullismo alla scuola dell’infanzia o nei primi anni della primaria in quanto manca la consapevolezza di fare violenza.
Il bullismo, in altre parole, si manifesta quando un ragazzo o un gruppo di ragazzi prende di mira insistentemente e continuamente un “debole”, umiliandolo, rendendogli la vita impossibile, facendolo soffrire per il gusto di farlo soffrire, e creandogli un danno fisico o psicologico irreversibile.

Per fare questo, in genere il bullo si nasconde e opera nell’ombra, in quanto il suo comportamento è talmente riprovevole che non può assolutamente renderlo visibile agli adulti, benché spesso cerchi una platea nel gruppo dei pari. Alcune ricerche di dieci anni fa rilevavano che il luogo privilegiato delle azioni bullistiche era il pulmino scolastico, oggi probabilmente è diventato il web.

Il bullo è quasi sempre clandestino. Raramente avvengono episodi bullistici en plein air, e per sua natura il bullo si muove nell’ombra proprio perché non vuole che gli adulti possano riconoscerlo e intercettarlo.

Questa caratteristica comporta due riflessioni: la prima è che quando un adulto osserva qualcosa di trasgressivo, raramente si tratta di bullismo. La seconda è che per scoprire il bullo bisogna parlare e far emergere i problemi, e per questo è difficile intercettarlo e a volte si arriva troppo tardi.

Queste osservazioni fanno emergere un grosso limite della scuola intesa in senso tradizionale. Quando l’insegnante organizza la sua lezione utilizzando esclusivamente una didattica frontale, difficilmente si può accorgere di alcune dinamiche che si innescano nel gruppo classe. Nelle didattiche partecipative, invece, i movimenti socio-affettivi di cooperazione o di esclusione sono espliciti, ed è più semplice che gli adulti riconoscano e intercettino eventuali comportamenti problematici e le conseguenze che ne derivano.
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Testo estratto dal libro "I bulli non sanno litigare" (BUR Rizzoli) di Daniele Novara.

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