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Convegno Nazionale CPP martedì 31 agosto 2021 - online dalle 10.00 alle 18.00

Rabbia, conflitti e la loro gestione

Di: Daniele Novara

La rabbia come emozione, il conflitto come relazione.

Che rapporto esiste fra rabbia e violenza, o fra rabbia e conflitto?

Quando parliamo di conflitto parliamo di un’esperienza molto diversa dalla violenza, intendendo per violenza un danneggiamento intenzionale con carattere di irreversibilità.

La violenza è nell’area della distruttività, invece il conflitto è nell’area della contrarietà, del contrasto relazionale.

La rabbia appare un evento a carattere estemporaneo, improvviso ed espulsivo di tensioni interiori, che possono essere legate a senso di inadeguatezza, di frustrazione, di dolore, di fatica, di indignazione.
La rabbia ha le caratteristiche tipiche dell’emozione, e come tale ha un’origine interiore, personale.

La rabbia come emozione, il conflitto come relazione.

La struttura della rabbia è l’emozione, la struttura del conflitto è la relazione.

Non c’è conflitto senza un’altra persona, ma la rabbia può esserci a prescindere da un’altra persona, ossia a prescindere da una struttura relazionale. Ci si può arrabbiare con se stessi. Ci si può arrabbiare scagliandosi contro un oggetto, digrignando i denti. È qualcosa che nasce dall’interno e può restare in questa dimensione sostanzialmente individuale.

Nel caso del conflitto la natura stessa del conflitto implica la presenza di altre persone, implica una dimensione relazionale. Anche quando parliamo di conflitto intrapersonale comunque è sempre una proiezione interiore di dimensioni esterne che hanno una propensione e una vocazione relazionale.

La rabbia, al contrario, essendo un’emozione, può strutturarsi lungo un asse che è sostanzialmente e puramente individuale. Anche se il soggetto arrabbiato si scaglia contro qualcuno, la sua è un’azione più emotiva che relazionale, irreversibile più che dialettica, unidirezionale più che reciproca.

L’elemento interessante di questa distinzione è quello che ci consente di definire la rabbia come un’esperienza assolutamente aconflittuale. Apparentemente presenta dei contenuti di conflittualità, di relazionalità, ma sostanzialmente è centrata su una forma di occlusione del rapporto.
La rabbia di per sé non implica l’entrare in relazione. A volte la rabbia vuole eliminare la relazione.

Attaccando bruscamente l’altro si esprime la propria intemperanza e la propria indisponibilità a ogni forma di contatto, con frasi anche significative: “Non mi rompere, lasciami stare, sei uno spaccaballe, sei incredibilmente noioso”, e così via. Un attacco brusco che rompe ogni forma di vicinanza.

La rabbia tende a non vedere l’altro o l’altra. È spesso e volentieri una forma di conservazione e di preservazione anche molto letterale di se stessi, è una misura difensiva votata a precludere la relazione o l’eventuale relazione.

Da questo punto di vista è assai poco simile al conflitto: eventualmente è più simile alla violenza, nei suoi aspetti di imprevedibilità, di attacco, di minaccia, di esplosione.

Difatti è vero che in molte occasioni dalla rabbia si passa alla violenza, bypassando l’area del conflitto, senza comunque pensare che si tratti di un percorso, più o meno lineare.

Per alcuni versi la rabbia assomiglia molto anche alla lamentela, cioè a qualcosa che non costruisce una relazione ma piuttosto rappresenta una forma di pura e semplice esternazione, di narcisismo, di autocompiacimento, di egocentrismo, tutte forme che difficilmente possono essere utili a trovare un raccordo relazionale.

rabbia e conflitti

È possibile educare la rabbia?

Se noi riusciamo da un punto di vista pedagogico ad aiutare i bambini e le bambine “arrabbiati” a capire che si può litigare, che è un’esperienza legittima, che la contrarietà fa parte delle relazioni, che vivere la contrarietà vuol dire provarci, sfidare, mettersi in gioco, tentare di scoprire qualcosa di nuovo, allora realizziamo un’educazione non più basata sui buoni sentimenti, ma sulla necessità di spostare l’attenzione dalla rabbia al conflitto, tenendo conto che conflitto vuol dire relazione, e che pertanto il conflitto può essere addomesticato, cosa ben più complessa e problematica a farsi con la rabbia.

Solitamente il litigio non viene visto come un’esperienza normale, fisiologica, ma come un attentato alla tranquillità del gruppo e delle relazioni. Il bambino furioso denota un disagio consistente, ma il bambino che litiga, che entra nella gestione della contrarietà con gli altri, accetta la contrarietà, accetta che gli altri esistano. Il bambino che litiga è da questo punto di vista un bambino sano: un bambino che sfida se stesso nella relazione con gli altri, un bambino che non vuole chiudersi.

Uscire dalla rabbia, gestire il conflitto è quindi la prospettiva pedagogica che ci apre nuovi scenari e che ci consente di incontrare i bambini su un terreno che può aprire nuovi spazi alla convivenza e all’apprendimento della convivenza stessa.


Estratto dall'articolo di Daniele Novara "Rabbia, conflitti e la loro gestione educativa", pubblicato sulla rivista Conflitti.

Staff

Daniele Novara

Fondatore e direttore del CPP, pedagogista e autore

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