Quando si impara davvero a stare attenti?

Le modalità dell’attenzione sono di­verse nel corso dello sviluppo

Per fare esperienze significative, me­morizzare, apprendere, è necessario selezionare alcuni tra i tanti stimoli che bombardano la nostra mente e, in particolare, la mente di un bambi­no piccolo, aperta a ogni cambiamen­to e a ogni nuova sensazione. Questo processo di scelta di alcuni stimoli ri­spetto ad altri implica un’attenzione selettiva, una capacità che matura lentamente e passa da una manciata di secondi, nelle prime settimane e mesi di vita, a tempi progressivamen­te più lunghi. L’attenzione di un bam­bino piccolo è infatti di brevissima du­rata: è in questa fase che un lattante può fare brevi esperienze notando ciò che c’è di nuovo nell’ambiente, pre­stando attenzione ai messaggi del­l’adulto, esplorando attivamente un oggetto nuovo. La labilità dell’attenzione di un lattante o di un bambino piccolo è legata soprattutto all’imma­turità della corteccia frontale che ha il compito di reprimere gli stimoli – esterni e interni – irrilevanti e di con­seguenza di consentire e sostenere l’attenzione nei confronti di uno s­timolo particolare. L’incostanza e la breve durata dell’attenzione sono an­che legate a una scarsa maturità dei meccanismi della motivazione che contribuiscono a sostenere l’attenzio­ne e a contrastare la stanchezza.

Le modalità dell’attenzione sono di­verse nel corso dello sviluppo: non soltanto un bambino piccolo ha un’at­tenzione labile ma non è in grado di sostenere due compiti simultanea­mente. Perciò se lo si distrae da un compito ha difficoltà a concentrarsi nuovamente su di esso e quell’espe­rienza può andare perduta, anche a causa delle scarse capacità mnemoni­che. Anche nei bambini più grandi, l’attenzione è di breve durata: per esempio, un bambino di 6-­7 anni co­mincia a distrarsi dopo appena 15 mi­nuti mentre un ragazzo di 15­-16 anni è in grado di prestare attenzione per circa 30­-45 minuti.

Per favorire l’apprendimento bisogna quindi utilizza­re esperienze di breve durata e alterna­re argomen e “codici” sensoriali: per esempio, con un bambino della scuola materna bisogna saper cogliere le fasi di attenzione e ogni esperienza deve avere un carattere ludico, mentre con i bambini della scuola primaria è opportuno fare pause frequenti, cam­biare argomento di discussione o let­tura e stimolare l’attenzione con l’aiuto di immagini, aneddoti, richiami “legge­ri”. Bisogna, inoltre, favorire l’assunzio­ne di un ruolo attivo, spingendo il bam­bino a individuare ciò che più lo attrae nella pagina di un libro, le associazioni suscitate da un particolare argomento, ecc.: come indicava Maria Montessori, tanto più si è coinvolti in prima perso­na, cioè non si è passivi, tanto più l’at­tenzione è desta.

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L’attenzione fa parte delle cosiddette funzioni esecutive (prestare attenzione, tenere in mente un dato, prendere de­cisioni ecc.). Qualche anno fa due psi­cologi dello sviluppo dell’Università del Colorado, Naomi Friedman e Akira Miyake hanno proposto un modello di queste funzioni che si basa su una tria­de funzionale: inibizione, flessibilità mentale, aggiornamento. L’inibizione è la capacità di sopprimere informazioni non pertinenti interne o esterne, la flessibilità implica di passare alterna­vamente da un’operazione men­tale a un’altra (ad esempio dalla divisione alla molplicazione), l’aggiornamento comporta mo­difiche del contenuto della me­moria di lavoro – o a breve ter­mine ­sulla base delle infor­mazioni più recenti.

Queste tre componenti non sono ben differenziate sino ai 5 anni, poi divengo­no più autonome. Ad esempio, per i bambini piccoli non è facile bloccare un compito in corso ed evitare di perseve­rare nella mansione precedente per passare alla successiva. La quantà di informazione manipolata (ad es. il nu­mero di cifre) aumenta progressiva­mente a partire dai 5­-6 anni: ad esem­pio, sino a 7 anni i bambini non utilizza­no la ripetizione subvocale (per attuare un compito) mentre in seguito comin­ciano a farlo muovendo le labbra. An­che il doppio codice verbale e visivo non entra in funzione che dopo i 7 anni: sino a quel momento i bambini si basano soltanto su informazioni visuo­spaziali, meno efficaci di quelle dipendenti da un doppio codice. È soltanto nell’adole­scenza che le funzioni esecutive si consolidano cosicché gli adolescenti sanno padroneggiare la loro flessibilità menta­le per adattarsi a nuovi compi.


Articolo di Alberto Oliverio, neurobiologo, pubblicato dalla rivista Conflitti
Per informzioni conflitti@cppp.it

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