La violenza come forma di “carenza conflittuale”

Di: Filippo Sani

I fatti di cronaca lo dimostrano. Ma c’è una via di uscita.

Nelle scorse settimane si è manifestata una recrudescenza di violenza che ha visto come protagonisti individui che hanno perpetrato crimini orrendi ai danni di persone, con la presunta e delirante motivazione di essere stati in qualche modo ostacolati nel riconoscimento pieno del proprio mondo vitale.

Vediamo in rapida successione i fatti riportati dalla cronaca nera giornalistica.

  • Milano. Ucciso per la grigliata in cortile, liti frequenti per il rumore dell'acqua nelle tubature. Nel provvedimento di fermo il movente del delitto viene individuato "in un banale litigio condominiale legato all'utilizzo dell'acqua corrente". Il Giorno, 02 settembre 2021. [1]
  • Acireale. Il carabiniere Sebastiano Giovanni Grasso ferito al collo da un proiettile: era intervenuto per sedare una lite fuori dalla chiesa. 
    Il militare era fuori servizio e si trovava nella chiesa di S. Maria degli Ammalati, nella frazione di Guardia Manfano, perché il figlio ha ricevuto la prima comunione. Intorno alle 20, sul sagrato è scoppiata una lite tra le famiglie di due ex coniugi, genitori di un altro bambino che aveva fatto la comunione. Corriere della Sera, 05 settembre 2021[2]
  • Bitonto (BA). Paolo Caprio ucciso con tre pugni al volto: «Guardava le nostre donne». La lite fuori dal bar della stazione di servizio alle tre di domenica mattina: muore 40enne. Paolo Caprio, artigiano. L’aggressore, 20 anni, Fabio Giampalmo, si costituisce. Corriere della Sera, 06 settembre 2021[3]

Una prima lettura delle situazioni incriminate, offrirebbe una chance interpretativa sostanzialmente orientata al paradigma del degrado sociale o a quello della psicolabilità e dell’istintualità incontrollata.

Ma se proviamo ad entrare meglio nella dinamica dell’atto violento perpetrato, la lettura sembra invece porre in luce un aspetto psicoeducativo che viene spesso trascurato se non addirittura disatteso in queste dinamiche di esacerbazione del confronto-scontro. E cioè che a determinare queste reazioni incontrollate sia in realtà proprio una radicata carenza conflittuale, caratterizzata da una incapacità, da parte dell’individuo violento, di ogni tipo di controllo delle emozioni e dei conflitti relazionali (questo tema verrà approfondito nel webinar "Il conflitto? Imparare a viverlo per stare meglio" con Daniele Novara).

Carenza conflittuale

Tutti e tre questi efferati episodi sembrano rappresentare proprio l’esatto opposto di quello che pregiudizialmente si ritiene di annoverare come causa della violenza: proprio chi è incapace di reggere la conflittualità relazionale è particolarmente esposto al rischio di agire comportamenti violenti verso gli altri. E in alcune occasioni, anche verso sé stesso.

Daniele Novara[4], che ha introdotto per la prima volta il costrutto della carenza conflittuale nell’orizzonte esplicativo della violenza come agito disfunzionale alle pressioni del coping, ritiene che la persona carente conflittuale possa essere identificato attraverso quattro variabili (misurabili).

Le 4 variabili della persona carente conflittuale

1) Non valorizza la parola. 

Il soggetto tende a equiparare la critica verbale all’atto violento e quindi un insulto o un’offesa verbale sono vissuti come un azzardato attacco personale.
Tale sovrapposizione di significato tra offesa e violenza, produce una reazione immediata, esplosiva. La caratterizzazione comportamentale della persona, frutto di vissuti di rabbia e impulsività (legati anche alla propria storia familiare), funge da elemento di svalorizzazione della parola.

2) Agisce le emozioni senza filtro simbolico, senza elaborazione, mettendo a nudo la propria fragilità psichica.

Questo elemento è senz’altro il più significativo nell’identificazione della carenza conflittuale.  
La persona non riesce a controllare e gestire le emozioni negative (ansia, tristezza, rabbia), che improvvisamente prendono il sopravvento, producendo un sovraccarico di compressione interna. In questo caso la persona, senza riuscire quindi a pensare e nominare l’emozione, mette in atto un’azione rabbiosa e aggressiva (contro l’interlocutore o contro sé stesso), per espellere il carico d’angoscia interiore.

3) Confonde la persona col problema senza distinguere il contenuto comunicazionale dall’emittente.

Questo aspetto è diffuso in molti contesti relazionali, sia informali (famiglia, affetti, amicizia) sia formali (lavoro) ed è abbastanza frequente come modalità disfunzionale nella gestione dei conflitti. L’altro viene identificato con l’ostacolo principale per il dispiegamento dei miei bisogni e dei miei interessi nel confronto.

4) Segnala una permalosità e suscettibilità eccessive, con agito di riluttanza estrema e di diniego relazionale totale.

Queste componenti di permalosità e suscettibilità sono rilevabili nell’area della rabbia, sistematicamente accumulata a causa di eventi biografici che hanno procurato in passato frustrazione e non accettazione della persona. Quest’ultima adotta un agito che si manifesta in atteggiamenti inconsapevoli di rifiuto della relazione. 


Ciascuno di noi può manifestare nel corso della propria vita comportamenti annoverabili nelle aree appena individuate sopra.

In realtà, in molte occasioni le nostre modalità relazionali mettono in luce mancanze nella capacità di affrontare e gestire i conflitti. Infatti, non è infrequente essere un po' permalosi, suscettibili e avere reazioni rabbiose.

Tuttavia, mentre un soggetto che esprime in maniera sporadica queste fragilità è capace di riconoscere le proprie tensioni interiori, introducendo un processo di reversibilità al proprio agito impetuoso, la persona che agisce tutte le quattro variabili ed è quindi “carente conflittuale”, non riesce in questo compito, percependo il contrasto in maniera intensissima, totalizzante, pervasiva, manifestando incontrollate modalità reattive, agendo impulsivamente e rabbiosamente, fino alla violenza verso gli altri, e in alcuni casi verso se stessi (come nei casi di autolesionismo).  

I casi che abbiamo rappresentato in apertura di questo contributo, sembrano rientrare pienamente nell’area della carenza conflittuale e testimoniano come l’omicida, in tutti i drammatici episodi narrati, abbia agito una sorta di ottundimento della facoltà di gestire le quattro componenti che abbiamo delineato come cornice esplicativa del “carente conflittuale”.

Se la carenza conflittuale è foriera di conseguenze drammatiche, abbiamo constatato che, di converso, la competenza conflittuale può diventare variabile predittiva nel prevenire le estremizzazioni violente.

La competenza conflittuale

È la capacità di stare nella tensione relazionale affrontandola come una situazione che può essere gestita.
La competenza conflittuale contempla l’acquisizione di caratteristiche personali (competenze, appunto) quali: la valorizzazione della parola (la parola consente l’incontro e anche la divergenza); la capacità di mettere un filtro alle mie emozioni (riconoscendo i miei “sospesi” ancora da affrontare della mia educazione ricevuta) e non mi lascio travolgere; la capacità di fare emergere il conflitto e di esplicitarlo (“ho un problema con te, niente di personale, ma te ne voglio parlare”); considerare l’altro una risorsa, invece che un interlocutore pronto a ferirmi.

A tale proposito, l’aspetto più interessante che si ritiene di dover condividere è proprio la costatazione scientifica che la competenza conflittuale si può imparare, si può apprendere. La recente ricerca neuroscientifica[5] e le acquisizioni empiriche che la ricerca di Daniele Novara hanno prodotto, soprattutto nella rilevazione di un significativo aumento del livello di competenza conflittuale tra i membri del “campione critico” (carcere minorile e l’Accademia del Rugby di Milano)[6], depongono a favore della stupefacente significatività dell’intervento educativo nell’ambito dell’ accrescimento della capacità umana di gestire la conflittualità, e quindi nella riduzione di componenti di aggressività ed istintualità distruttive. 

In questo progresso evolutivo, conta molto l’età della persona coinvolta. In particolare, possiamo affermare ormai con assoluta certezza che i giovani, soprattutto entro i 24/25 anni di età, sono assolutamente recettivi rispetto ad interventi educativi, non medicalizzati, proprio perché la propensione del cervello dei ragazzi è fortemente esposta a rispondere all’ambiente.

A tale proposito emblematica è l’osservazione del biologo e neurologo americano Robert Sapolsky, che annota come “Ogni giorno che passa, la corteccia frontale (deputata alla costruzione di progetti a lungo termine, a gestire la funzione esecutiva, il controllo degli impulsi e la regolazione delle emozioni, N.d.R.) è sempre di più il risultato di quello che capita nella vita e, di conseguenza, determina quello che saremo.” [7]

La reversibilità dell’agito impetuoso, di cui parlavamo sopra, può essere strutturata attraverso trattamenti specifici di natura psicoevolutiva, che facilitino l’apprendimento della gestione del coping e più nello specifico dei conflitti.

I dati rilevati dalla ricerca del CPP e le numerose informazioni che traiamo quotidianamente dal nostro osservatorio come consulenti educativi, ci permettono di poter affermare che, seguendo un apposito percorso di riorganizzazione funzionale della relazione educativa giovani-adulti, si ottengono importanti risultati negli apprendimenti alle competenze sociali, cognitive ed emotive.

Se gli adulti attivano una consapevolezza della propria responsabilità educativa nei confronti dei propri figli o dei propri discenti, i ragazzi possono far luce sugli errori commessi, rimettendo in moto atteggiamenti e comportamenti più consoni ad un vivere civile e rispettoso dell’altro, non più visto come ostacolo, ma come risorsa.

Proprio questo recupero di consapevolezza adulta, rispetto alle difficoltà degli adolescenti e dei giovani, ha portato un giovanissimo ragazzo di Napoli, accusato, insieme ad altri 5 minorenni, di aver aggredito e pestato un rider nel quartiere di Fuorigrotta, a chiedere scusa e a costituirsi alle autorità giudiziarie.

Le scuse sono arrivate durante la trasmissione di una radio locale. Il ragazzo, coinvolto direttamente nella violenza perpetrata ai danni del rider, è intervenuto in diretta per chiedere scusa alla vittima e per comunicare di aver deciso, insieme al proprio genitore, di andarsi a costituire dai carabinieri.[8]

Anche questo fatto di cronaca è apparso nei primi giorni di settembre (2021). Ma, diversamente dagli altri elencati in premessa, ci permette di poter dire con una certa enfasi pedagogica, che elementi evolutivi quali il coraggio, la resistenza e la determinazioneda parte dei genitori e degli adulti con responsabilità educative, permettono di ristabilire una connessione tra l’esuberanza a volte distruttiva dei giovani con la possibilità di riportare l’eccesso emotivo nell’alveo della ragionevolezza, della competenza conflittuale, in questo caso sinonimo di competenza sociale, cognitiva ed emotiva.

I comportamenti carenti possono diventare reversibili.


Articolo di Filippo Sani, sociologo, pedagogista, consulente educativo.


[1] www.ilgiorno.it/milano/cronaca/omicidio-grigliata-via-ovada-1.6758282

[2] www.corriere.it/cronache/21_settembre_05/acireale-vicebrigadiere-sebastiano-giovanni-grasso-ferito-testa-carabiniere-30cd74b0-0e8b-11ec-90a7-94fb0e4dd84c.shtml

[3] www.corriere.it/cronache/21_settembre_06/bitonto-paolo-caprio-fabio-giampalmo-pugni-b72c131a-0e84-11ec-90a7-94fb0e4dd84c.shtml

[4] Daniele Novara, La scoperta della “carenza conflittuale”, in Pedagogika.it/2016/XX_2/Dossier. Inoltre, Daniele Novara, Dalla carenza alla competenza conflittuale, Dossier, Conflitti, n. 4, 2015. Durante il Convegno nazionale CPP del 28 novembre 2015, Il benessere conflittuale. Dalla carenza conflittuale alla competenza, furono presentati i dati della ricerca nazionale, progettata da Daniele Novara e dal suo staff, che hanno confermato l’ipotesi paradigmatica inziale, che escludendo un collegamento diretto tra conflittualità e violenza, riteneva che le “persone incapaci di reggere le conflittualità sono quelle più esposte a rischio di violenza verso gli altri e verso sé stessi.”, D. Novara, Conflitti, cit., 2015.

[5] Frances E. Jensen, Il cervello degli adolescenti, Mondadori, Milano, 2015 – Daniel J. Siegel, La mente adolescente, Raffaello Cortina Editore, Milano -  Jay N. Giedd, Le meraviglie del cervello adolescente, www.lescienze.it, 2015

[6] Barbara Brignoni, La competenza conflittuale si può imparare, Dossier, Conflitti, n. 4, 2015

[7] Robert Sapolsky, L’adolescenza necessaria, Internazionale 1069, 2014, pag. 64.

[8] https://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/cronaca/21_settembre_06/rider-pestato-l-aggressore-radio-mi-scuso-mi-costituisco-53f6919a-0f0a-11ec-8e75-a4e3dd389945.shtml

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