La scuola come incontro

Di: Daniele Novara

Come creare tra gli alunni quelle modalità di incontro che consentono alla classe di vivere bene assieme.

Agli inizi del 1800, nacque il mutuo insegnamento. Joseph Lancaster, educatore inglese poco più che ventenne, quacchero di religione, promosse un metodo particolarissimo che diede ottimi risultati tra le classi più indigenti di un quartiere povero di Londra.

Il suo metodo, che restò nella storia dell’educazione e della scuola, si basava sull’idea che gli alunni potessero insegnare gli uni agli altri: chi aveva già raggiunto determinati apprendimenti era in grado e in dovere di insegnarli ai compagni che non li disponevano ancora.

Si inaugurò così, sulla base delle teorie di Jean-Jacques Rous­seau, la pedagogia attiva dei secoli successivi, ribaltando lo schema tradizionale dell’insegnante che insegna e dell’alunno che ascolta. In questo modello, gli alunni interagiscono tra di loro in un incontro che diventa un imparare insieme.

In Italia, quasi due secoli dopo, don Lorenzo Milani lo applicò strenuamente e con determinazione nella mitica scuola di Barbiana, nel Mugello fiorentino, dimostrando che, quando la scuola rompe lo schema verticale, si crea uno spirito di condivisione che produce grandi risultati.

La scuola come incontro

Oggi è noto che senza motivazione non c’è scuola né apprendimento. Ci vuole accoglienza, ossia la capacità di creare tra gli alunni quelle modalità di incontro che consentono alla classe di vivere bene assieme e poter così costruire le conoscenze necessarie agli obiettivi scolastici. 

Tanti miei libri sono andati in questa direzione. In Con gli altri imparo, scritto con Elena Passerini per conto delle Edizioni Erickson, si trovano tantissime attività per costruire quell’incontro che genera la voglia di andare a scuola.

Tra queste, segnalo «L’intervista di gruppo» che è una modalità per conoscersi all’interno della comunità-classe: gli alunni, mettendosi in cerchio, a turno, intervistano un compagno con delle domande di conoscenza sulla sua vita, sui suoi interessi e sui suoi hobby. È un modo per mettere al centro, attraverso la tecnica dell’intervista, tutti i compagni, conoscerli e attivare un incontro che permetta di uscire dall’idea che si è a scuola solo per seguire delle lezioni.

L’altra attività si intitola «Il gioco dell’amico segreto»: si mettono dei biglietti con i nomi di tutti i componenti della classe in un cestino, ogni alunno ne prende uno e, per una settimana, in forma assolutamente segreta, dovrà aiutare il compagno sorteggiato e fargli delle gentilezze senza mai farsi riconoscere.

Alla fine, si socializzano tutti gli amici segreti che a quel punto si rivelano, ognuno racconta le attenzioni che ha messo in campo e il compagno raggiunto racconta se se ne è accorto oppure no.

Questi giochi consentono di costruire un clima favorevole e gli alunni di 6 anni, così come di 14, vanno a scuola con soddisfazione, sperando non solo di incontrare i Fenici o i teoremi di Pitagora, ma anche tanti compagni con cui costruire amicizie, relazioni ed esperienze comuni.


Articolo di Daniele Novara pubblicato da Messaggero di Sant'Antonio

Staff

Daniele Novara

Fondatore e direttore del CPP, pedagogista e autore

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Testo per insegnanti della scuola dalla primaria alla secondaria di secondo grado.

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