La fiducia nelle proprie possibilità aiuta la mente a maturare

Il processo di maturazione e trasformazione del cervello non cessa con la primissima infanzia

Un aspetto fondamentale della nostra individualità è legato alla componente genetica: le informazioni contenute nel DNA che rendono ogni individuo pres­soché unico. Ma l’idea che ognuno di noi ha di sé stesso non è, e giustamen­te, prettamente biologica. È legata a un senso di unicità che deriva dal modo in cui guardiamo al mondo, dalle espe­rienze che abbiamo fatto, dai ricordi della nostra vita, dall’immagine che ci rinvia lo specchio. La costruzione dell’io deriva anche da una serie di tappe del­lo sviluppo, passi in cui si intrecciano, sin dalla nascita, predisposizioni gene­ tiche e fattori ambientali.

La struttura fisica del cervello dipende dal fatto che l’esperienza favorisce lo stabilirsi di nuove connessioni neuro­nali, la produzione di mediatori ner­vosi e di principi “trofici”, come il ben noto fattore di crescita del sistema nervoso, il NGF scoperto da Rita Levi­ Montalcini, che facilitano la trasmis­sione dell’informazione e l’efficienza dei circuiti neurali e, di conseguenza, l’attivazione di funzioni cognitive. La plasticità cerebrale è tale che, come indicano diverse ricerche elettrofisiologiche e di neuroimaging, le aree del cervello normalmente legate all’anali­si delle informazioni uditive e visive, nei non­udenti o non­vedenti, sono attivate da stimoli sensoriali differenti, per esempio da stimoli tattili.

Il processo di maturazione e trasfor­mazione del cervello non cessa con la primissima infanzia: strutture nervose come la corteccia frontale, responsa­bile di molte funzioni superiori, conti­nuano a svilupparsi per molti anni. Sino a non molto tempo fa si riteneva che il cervello raggiungesse la “maggio­re età” prima di quella comportamen­tale e che il processo di crescita di un ra­gazzo, a partire dai 13­-14 anni, fosse es­senzialmente culturale e non biologico. In realtà il cervello va incontro a profon­de trasformazioni anche negli anni del­l’adolescenza avanzata e la maturazione cerebrale continua fin oltre i 20 anni. Le ricerche effettuate in ragazzi tra i 12 e i 20 anni dimostrano che la corteccia fron­tale, da cui dipendono la pianificazione e l’organizzazione di molti comportamenti, la regolazione dell’emotività e l’inibizione di risposte “non appropriate”, matura molto più lentamente di altre aree della corteccia cerebrale. Nella corteccia fron­tale di un adolescente esistono infatti nu­merose “chiazze” corticali in cui si verifi­ca una progressiva riduzione della densi­tà della sostanza grigia (i neuroni) e un aumento di quella bianca, costituita, an­ziché da neuroni, da fibre nervose rive­stite di mielina. Rispetto al cervello di un adulto, vale a dire di un giovane di 25­-30 anni, molte aree della corteccia vanno in­contro a trasformazioni che “diluiscono” le cellule nervose in un crescente am­ masso di fibre che assicurano collega­menti sempre più ricchi. Questi dati di­ mostrano come la maturazione di alcune aree della corteccia frontale sia essenzia­ le per assicurare una pienezza cognitiva, emotiva e anche morale.

Lo sviluppo della mente infantile è an­che legato all’atteggiamento dei genitori e rispecchia le dinamiche all’interno Il processo di maturazione e trasformazione del cervello non cessa con la primissima infanzia della famiglia e della scuola. Un bambi­no o un ragazzo si sentono stimolati ad apprendere se vengono incoraggiati a essere esplorativi, ad avere fiducia nelle proprie possibilità, ad adottare un pro­prio punto di vista anziché uniformarsi a quello dei genitori. Genitori e inse­gnanti possono favorire questo proces­so di crescita interna facendo sì che le “scelte di crescita” siano più attraenti e vengano percepite meno pericolose e che invece le “scelte regressive” appa­iano meno attraenti.

Se infatti le nuove esperienze e le situa­zioni di apprendimento appaiono mi­nacciose, pericolose o poco attraenti, è probabile che un bambino che frequen­ta la scuola o un adulto che deve fron­ teggiare una nuova esperienza cerchino di stare al sicuro, facciano pochi sforzi per rispondere e partecipare o persino evitino di apprendere. Se invece le pos­sibilità di insuccesso vengono minimiz­zate attraverso una riduzione della pres­sione, rendendo attraente l'apprendi­ mento, mostrandone i risvolti positivi per la propria autorealizzazione, il desi­derio di imparare aumenta.


Articolo pubblicato sulla rivista Conflitti n°1-2018 "La generazione certificata"
di Alberto Oliverio neurobiologo, docente di Psicobiologia alla Sapienza di Roma

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