Il conflitto infantile come opportunità di autoregolazione evolutiva

Di: Daniele Novara

Una volta i bambini passavano molto tempo insieme, litigavano tra loro e non chiedevano aiuto agli adulti.

Oggi i bambini passano molto meno tempo insieme, litigano tanto quanto allora, ma sembrano non riuscire a cavarsela senza coinvolgere gli adulti.

C’è forse qualche ultima generazione di genitori che ricorda di quando si scendeva in cortile a giocare con gli amici, o si passavano i pome­riggi in Oratorio o sui muretti senza la costante supervisione di un adulto, ma ormai le possibilità di interazione spontanea tra bambini sono molto li­mitate e comunque c’è sempre qual­ che adulto che gestisce e controlla la situazione.

Il gruppo spontaneo infantile è stato un’unità antropologica presente per millenni, dai primordi della storia del­ l’umanità fino all’avvento della televisione. Oggi i bambini fanno molta fatica a giocare una partita di calcio senza arbitro, ed è scontato che nelle situazio­ni di litigio che inevitabilmente si crea­no tra loro ricorrano sistematicamente all’aiuto di un adulto.

Litigi infantili

È sempre più difficile incontrare nei cortili o nei giardini bambini che giocano spontaneamente. Eppure si tratta di gio­chi con una valenza simbolica e una matrice sociale enorme, quasi tera­peutica, perché con il loro libero inte­ragire i bambini stabilivano una indi­spensabilità reciproca legata al gioco, sperimentavano processi di autorego­lazione, avevano la possibilità di internalizzare la frustrazione in un contesto vantaggioso. 

Queste dinami­che erano curative perché innescavano l’autoregolazione. Nessun bambino è in grado di fare e controllare tutto, deve imparare a internalizzare la frustrazione prodotta dai limiti che incontra, siano essi ostacoli o altri bambini. Ma perché questo sia possibile occorre che si crei­no occasioni in cui questa internalizza­ zione sia un vantaggio, come avviene nelle interazioni tra pari. 

Ai nostri giorni i bambini passano molto del loro tempo in casa a giocare con i genitori e, com’è ovvio quando un bam­bino perde mentre sta giocando con il genitore, si arrabbia. Allora accade che il genitore lo faccia vincere, o si arrabbi a sua volta, oppure cerchi insistente­ mente di spiegare perché non è neces­sario arrabbiarsi. A quel punto però, la frustrazione non viene più internalizza­ta, ma finisce per aumentare: oggi tantissimi bam­bini sono arrabbiati, e molto facilmente finiscono spesso per essere considerati bambini con disturbi. 

Nelle generazioni passate i meccanismi autoregolativi agivano in funzione della crescita e, specialmente la conflittualità tra i bambini, si eserci­tava in ambiti dove lo stare insieme creava comunque un vantaggio. Questo permetteva di imparare.

Dobbiamo al­lora chiederci come si può provare a re­cuperare, come possiamo, superata un’infanzia che magari non ci ha dato tutto quello che potevamo prendere, beneficiare ugualmente dei conflitti.


Testo estratto dall'articolo di Daniele Novara "Il conflitto come occasione e possibilità di cura personale" pubblicato su Rivista Conflitti n° 2-2021

Staff

Daniele Novara

Fondatore e direttore del CPP, pedagogista e autore

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