Né buoni né cattivi

L'alfabetizzazione al conflitto per una nuova cittadinanza

Convegno Nazionale CPP - 12 ottobre 2019 a Milano 

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Come gestire i litigi tra fratelli

In famiglia bisticciare fa bene, soprattutto ai più piccoli.

Ammesso che non abbiate un figlio o una figlia unica, i litigi tra i fratelli sono una delle esperienze più comuni che vivono tutti i genitori. Addirittura alcune ricerche americane segnalano che potrebbero arrivare fino al numero di 50 in un’ora. Sgombriamo subito il campo da un equivoco: i fratelli che si vogliono bene litigano e non è assolutamente vero il contrario. Il litigio per i bambini è una variabile dell’amicizia. Nessun bambino litiga con gli estranei ma solo con i coetanei verso cui ha un forte interesse.

Togliamoci dalla testa anche un altro pregiudizio “si fanno male” qualcuno equipara persino i litigi alla violenza. Nulla di più sbagliato. I bambini vogliono giocare e il litigio è parte di questo gioco, è parte della relazione. Si tratta di un momento in cui vogliono lo stesso giocattolo, in cui i desideri coincidono ma creano contrasti, un momento dove quello che è tuo vorrei fosse mio ma la resistenza dell’altro lo rende impossibile. È un indice di qualità genitoriale avere un buon metodo educativo nella gestione dei litigi tra i fratelli. Il peggiore è quello di cercare il colpevole. Come se uno dei comportamenti più normale fosse addirittura una colpa a cui deve corrispondere una pena. Anche l’idea di dare sempre la soluzione, questa forma di interventismo che rende i figli dipendenti dalla presenza dell’adulto, appare decisamente infelice.

Ho inventato qualche anno fa un metodo chiamato "Litigare bene" dove inverto la tradizionale tendenza dell’adulto a rivolgersi a lui nel caso di litigi tra fratelli, un metodo che al contrario spinge i bambini, i figli a parlarsi, a tirar fuori le loro ragioni e a individuare eventualmente un accordo, cosa che per i più piccoli è abbastanza facile vista la loro naturale tendenza a ricominciare il prima possibile la loro attività di gioco.

È un metodo che prevede anche il cosiddetto conflict corner o angolo dei conflitti, ossia un tappetone, un tavolino, uno spazio della casa dove una volta che i figli hanno imparato, grazie anche all’aiuto dei loro genitori, incominciano a frequentarlo nel momento in cui devono chiarire i propri punti di vista, quello che è successo  ed eventualmente raggiungere una composizione.

Uscire dai vecchi luoghi comuni, rispettare la magia dell’età infantile significa anche avere simpatia per la naturale litigiosità dei figli, aiutandoli semmai a parlarsi, a spiegarsi reciprocamente le proprie ragioni nei tanti modi possibili, ad esempio con l’uso di foglietti dove disegnare o scrivere la propria versione. Si tratta di pensare all’educazione come un insieme di tecniche e dispositivi pedagogici piuttosto che come disposizione urlare, sgridare e punire i figli.


Articolo di Daniele Novara pubblicato da Il Messaggero di Sant'Antonio (luglio 2017)

Staff

Daniele Novara

Fondatore e direttore del CPP, pedagogista e autore

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