All’origine dell’ascolto

Per essere ascoltato l'adulto deve conoscere i reali bisogni dei bambini.

Paradossalmente, le origini dell’ascol­to risalgono alla fase fetale, a partire dalla ventesima settimana, quando il nascituro inizia a riconoscere le ca­ ratteristiche “musicali” o prosodiche della voce materna, trasmessa attra­ verso le pareti addominali. A pochi giorni di vita, un neonato presenta una sensibilità particolare al ritmo, in­tonazione e alle variazioni di frequen­ za e ai diversi suoni della lingua parla­ta. Cosi’, già nei primi 3 giorni di vita i neonati preferiscono ascoltare una storia/melodia nota, che avevano sen­ tito leggere durante le sei settimane precedenti il parto, rispetto a una sto­ ria mai ascoltata...

Sono queste le lontane origini del­l’ascolto che, man mano, trasformerà il rapporto con l’adulto gettando le fon­ damenta di uno dei pilastri della vita sociale e affettiva. Dal punto di vista evolutivo, ascoltare ed essere ascoltati fa parte di un insieme di caratteristiche degli esseri umani essenziali alla loro sopravvivenza.

Accanto alle pulsioni primarie, come la fame, la sete, la ne­ cessità di proteggersi, il sesso, gli esseri umani hanno sviluppato delle necessi­ tà/propensioni: una di queste è il lega­me di attaccamento che unisce il geni­ tore al bambino, essenziale per assicu­rarne la sopravvivenza fisica così come il benessere psicologico. Ma anche i le­gami di gruppo, sia quelli affettivi come l’amicizia, sia quelli che fanno capo a una struttura sociale integrata, posso­no essere considerati come un’esten­sione del legame madre/piccolo che accresce la sopravvivenza individuale e, di conseguenza, del gruppo.

L’ascol­to fa parte di questi legami: alla vici­nanza fisica e al tatto, così importanti nei primi anni di vita, si sostituisce man mano l’ascolto, l’entrare in contatto con l’altro.

La parola pone in relazione, fa parte del legame di attaccamento al centro degli studi di John Bowlby: ma al tempo stesso la parola diventa un motore di quell’autonomia, la spinta al progressivo distacco, descritta dalla psicologa Mary Ainsworth.

L’ascolto ha due dimensioni che implicano che l’adulto, si tratti del genitore o del maestro, abbia la capacità di farsi ascoltare ma sia anche in grado di comprendere gli aspetti palesi e nascosti della comunicazione 

Un bambino o un ragazzo hanno biso­gno di sviluppare una propria autono­mia, sia pure sotto la vigilanza del­ l’adulto, e se questo bisogno viene frustrato, la comunicazione e le azioni possono diventare violente. Ciò si ve­rifica non soltanto quando non ci si può separare da una figura di dipen­ denza (figlio/madre ecc.) ma più in ge­nerale in tutte le situazioni di conflitto irrisolto.

Questo aspetto sottolinea una fondamentale caratteristica delle necessità individuali, vale a dire il bi­sogno di essere significativi. Sin dal­l’infanzia si affermano le necessità dell’Io, avere un ruolo, essere ricono­sciuti, avere un’identità sociale. L’ag­gressività è spesso un modo per co­municare che queste istanze psichiche non sono soddisfatte o sono poste in crisi.

Similmente, se il dialogo fallisce e quindi i bisogni psichici non sono esauditi, la comunicazione può diven­ tare violenta dal punto di vista psichi­co e fisico.

L’ascolto ha due dimensioni che impli­cano che l’adulto, si tratti del genitore o del maestro, abbia la capacità di far­ si ascoltare ma sia anche in grado di comprendere gli aspetti palesi e na­scosti della comunicazione.

Copia omaggio rivista Conflitti

Per essere ascoltato, l’adulto deve conoscere i reali bisogni del bambino, vale a dire parlare di qualcosa che in quel mo­mento susciti interesse e curiosità, ab­bia una dimensione affettiva.

Dal can­to suo, l’ascolto da parte del bambino ha i suoi tempi: spesso si guarda al bambino come a un piccolo adulto, di­ menticando che tempi troppo veloci o concetti troppo complessi, che presu­ mono che i piccoli abbiano già una bus­ sola in grado di orientarli, non “bucano” le già brevi capacità di attenzione del piccolo. Ma oltre ai limiti attentivi e co­gnitivi del bambino, l’ascolto richiede anche che l’adulto abbia la capacità di sviluppare una dimensione affettiva in­ tersoggettiva o, per dirla col termine co­ niato da Donald Winnicott, che il picco­ lo sia “Hold in mind”, cioè faccia parte di uno spazio psichico in cui egli si sente accolto, sostenuto, rassicurato, incorag­giato.

L’ascolto implica quindi un’atmo­sfera di reciproca fiducia, alla base di ogni forma di comunicazione, ma si ba­sa anche su codici non­verbali, sulla vo­ce di chi parla, sulla sua mimica facciale, sui sorrisi, gli sguardi, la gestualità, così potenti nello scambio interpersonale. L’ascolto, infine, significa conoscere i bi­sogni veri dei bambini (affetto, stabilità, curiosità essere riconosciuti...) senza confondere i bisogni con i desideri...

Oggi, uno dei problemi maggiori nel farsi ascoltare e nell’ascoltare le parole dell’altro riguarda la labilità dell’atten­zione che deriva da un eccesso di “cat­tiva” stimolazione. Molti bambini e ra­ gazzi sono abituati a un bombarda­ mento di messaggi (TV e videogiochi) molto rapidi: in numerosi videoclip vi sono quasi 100 immagini che si succedono in un minuto per cui le situazioni che richiedono lentezza vengono vissu­ te con intolleranza. È quindi necessario cercare di insegnare la lentezza e la concentrazione. 


Articolo pubblicato sulla rivista Conflitti n°4-2019 "Convivere litigando bene"
di Alberto Oliverio neurobiologo, docente di Psicobiologia alla Sapienza di Roma - oliverio@oliverio.it 

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