Fare i genitori è una mission se non impossibile, certamente complessa

Intervista a Daniele Novara

Forse lo pensano in molti, ma nessuno ha il coraggio di dirlo: oggi essere genitori è difficile anche perché non si sa più come educare i bambini.

Crollate le certezze della società patriarcale, disorientati dalla pedagogia permissivista post ’68, lasciati soli da politiche familiari inesistenti, i genitori di oggi sono in crisi di fronte a piccoli che non si sa più come gestire.

Questo incide persino sulla crescita demografica del nostro Paese, come conferma il noto pedagogista Daniele Novara che ha appena pubblicato quattro manualetti intitolati “Io Imparo” per fornire indicazioni chiare e semplici ai genitori, su come gestire i momenti base della vita dei bambini dai 3 ai sei anni. Ogni libro è corredato da una fiaba pedagogica creata ad hoc da Marta Versiglia.

Dottor Novara, come è nata l'idea di questa collana?

L’idea nasce dal bisogno di restituire ai bambini fra i 3 e i 6 anni tutte le loro autonomie, specialmente in questo periodo pandemico dove il loro ritiro in casa ha segnato una difficoltà, se non una restrizione, nello sviluppare tutte le loro capacità. I quattro libri che con Marta Versiglia abbiamo realizzato si occupano proprio delle autonomie sociali dei bambini fra i 3 e i 6 anni: Io imparo ad andare a nanna, Io imparo a fare ordine, Io imparo a litigare, Io imparo a lavarmi. È un’età particolarissima dove i piccoli si mettono alla prova e noi abbiamo creato un’opera innovativa in quanto al termine di ogni libro si trova una favola – rispettivamente Il piccolo ghiro che non voleva dormire, Il ragnetto che non sapeva tessere la ragnatela, La tigre senza unghie, La puzzola che aveva paura dell’acqua – che, raccontata dai genitori, aiuta i piccoli a entrare nello spirito di queste autonomie, come l’andare a nanna e dormire da soli nel proprio lettino o lavarsi in maniera autonoma. I libri sono un inno alle capacità infantili, alla loro indipendenza e alle loro risorse. È un assist straordinario ai genitori che hanno bisogno di sostenere tutte le risorse dei loro figli piuttosto che andare verso un iperaccudimento soffocante.

È vero che il calo demografico in Italia dipende anche dalla difficoltà nell'educare?

Certo, è una mia personale opinione. Tutte le interpretazioni sociologiche, economicistiche e quant’altro relative al calo demografico non hanno resistito. Dal mio punto di vista, oggi è talmente difficile tirar su un figlio o una figlia, educarli senza aiuti, nel deserto dell’isolamento genitoriale, lasciati da soli dalle istituzioni e dalla società, che una mamma su quattro – sono dati Istat – rinuncia o sceglie di non fare figli.
Un dato che non si vuole affrontare e discutere, ma che incombe perché il calo demografico è uno scenario drammatico rispetto al nostro futuro. I genitori vanno aiutati nel tirar su i figli e nell’educarli. Oggi sono abbandonati completamente a se stessi.

A cosa si può imputare questa perdita dell'arte di educare?

Un’arte di educare nel vero senso della parola non c’è mai stata. Il genitore di una volta ce la faceva meglio semplicemente perché era collocato dentro una società dove la verticalità di un certo autoritarismo teneva tutti al loro posto compresi bambini e adolescenti.

Da diversi decenni non è più così e sarebbe stato bello che dalle ceneri della vecchia società patriarcale nascesse una nuova figura di papà e di mamma: il genitore finalmente educativo. In realtà, quello che è sorto da queste ceneri è un genitore molto fragile ed emotivo, in balìa dei figli piuttosto che educatore, il quale spesso chiede a loro cosa fare e cosa non fare, in costante dissidio con l’altro genitore per l’educazione dei figli stessi, speranzoso che i bambini ce la facciano da soli senza un orientamento o un impegno pedagogico chiaro. I motivi di tutto questo risiedono indubbiamente nel passaggio da una società basata sui legami di appartenenza - che si è sgretolata - a una società dove l’individuo è narcisisticamente rimasto sempre più solo. Anche i genitori si sono quindi trovati espulsi da una comunità più allargata, in un rapporto esclusivo tra loro e i figli che, paradossalmente, è diventato qualcosa di soffocante e ingestibile.

Ci spieghi meglio che ruolo hanno le favole alla fine dei volumi?

Le favole sono storie di animali, ad esempio Il piccolo ghiro che non voleva dormire, che permettono l’immedesimazione da parte dei bambini e consentono loro di cercare di raggiungere questo apprendimento all’autonomia contenuta nel libro. È bellissimo che i genitori possano leggere queste storie e aiutare i propri figli ad avventurarsi verso queste nuove indipendenze.

Cosa recuperare dall'educazione tradizionale?

Va detto anzitutto che l’educazione tradizionale non ha lasciato ricordi molto positivi se pensiamo che nell’educazione tradizionale comprendeva la fasciatura dei bambini alla nascita, il ceffone a fin di bene, “o con le buone o con le cattive”, il “chi è stato o chi non è stato?” quando comparivano i litigi dei bambini. Non possiamo pensare di averne nostalgia. Ovviamente, nel tentativo, non tanto di recuperare l’educazione tradizionale, ma di fare la cosa giusta, dobbiamo dire che i genitori di una volta avevano più distanza, meno confidenza, meno promiscuità, nessuno si sarebbe immaginato di tenere nel lettone bambini di 7-8 anni, addirittura di 11-12, o di lasciare entrare i figli in bagno allegramente quando si stanno facendo i propri bisogni. Recuperare questa distanza educativa può essere un lascito involontariamente importante e necessario del mondo di una volta che sapeva creare un’autorevolezza nel mantenere una giusta misura fra vicinanza e lontananza e creare simbolicamente quello spazio dove il genitore era più di oggi in grado di proporsi come figura di riferimento.


Estratto dall'intervista a Daniele Novara pubblicata da lastampa.it il 9 ottobre 2021, l'articolo completo è disponibile per gli abbonati al link https://bit.ly/3FOkc0P

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