Urlatrici di tutto il mondo, smettete

Pubblicato su Insieme

1 Dicembre 2014

Urlatrici di tutto il mondo, smettete

Urlare non serve a nulla. E' così ovvio da essere diventato un titolo. Quello dell’ultimo libro di Daniele Novara, pedagogista, fondatore del Centro Psicopedagogico per l’educazione dei conflitti, che si rivolge ai primi che non ci dovrebbero cadere in questo errore, cioè i genitori. Urlare non serve a nulla (Rizzoli, 13 euro) illustra, infatti, con grande chiarezza e concretezza, le cause di questa cattiva abitudine, le sue conseguenze nella crescita dei bambini e il metodo pratico per “smettere”. Perchè quasi tutti tra i metodi per correggere i comportamenti scorretti dei figli usano le urla. E tutti o quasi si sono accorti che urla e strepiti non hanno mai risolto un bel niente. «Ed è proprio a questa sempre più crescente platea di urlatori», dice il dottor Novara, «ho voluto mostrare non solo quanti danni provochi il loro comportamento, ma anche come sia inutile».

Oggi, quindi, secondo lei si urla più di prima?
Certamente sì e non perché i ritmi di vita sono diventati talmente convulsi da rendere più nervosi e impazienti i genitori. Si urla di più perché il mondo degli adulti non ha più quella coesione e quell’autorevolezza nei confronti delle nuove generazioni che aveva un tempo. Quella che oggi Zygmunt Bauman definisce la società liquida, nella quale i confini e i riferimenti sociali si perdono e le persone perdono il controllo dei poteri, è perfettamente individuabile nel rapporto genitori- figli. Per paura di diventare autoritari oggi i genitori sono servizievoli, troppo dialoganti, vacillano, non danno regole. Formano così tanti piccoli tiranni, confusi dalle mille parole disorientanti. Un circolo vizioso che scatena l’urlo finale, come ultima chance di farsi ascoltare.

Nel suo libro lei sostiene che sono paradossalmente più numerosi gli urlatori nei genitori cosiddetti morbidi, rispetto a quelli più autoritari. Perché?
Io lo chiamo genitore peluche, quella figura oggi molto diffusa, che punta tutto sulla conversazione, sul convincere, discutere, insistere, senza riuscire a stabilire dei punti chiari. Il parlare, parlare, parlare a un bambino che non ha ancora gli strumenti cognitivi per capire non può che causargli senso di impotenza, di confusione e quindi di rabbia e di rifiuto. Fallita la strada del dialogo e dell’eccesso di parole, ai genitori “morbidi” non resta che urlare. Cosa dovrei fare, mi chiedono molte mamme e papà, quando mio figlio non mi ascolta? Quando fa i capricci perché non vuole stare seduto a tavola, vuole a tutti i costi che gli compri un giocattolo, o non vuole andare a dormire? La domanda non deve essere cosa dovrei fare, ma cosa avrei dovuto fare prima di arrivare alle urla del bambino e a quelle dell’adulto.

E che cosa si dovrebbe fare?
Semplicemente organizzarsi. Sono convinto che alla base di un’educazione efficace, quella che aiuta i figli a crescere e a sviluppare le loro risorse, ci debba essere una buona organizzazione, fondata su poche ma chiarissime regole. Secondo me educare è una questione organizzativa, non relazionale. Oggi i genitori sono concentrati sulla relazione che hanno con i figli, ma questa è naturale, c’è già, si è formata spontaneamente già nei nove mesi in cui il bambino stava nella pancia della mamma. E’ l’organizzazione che non c’è e che va creata. E sarà questa organizzazione a migliorare la qualità della relazione.

“Poche e chiarissime regole”. Spesso però non è facile farle rispettare...
Una regola diventa semplice da rispettare se ha, come spiego nel libro, 5 caratteristiche essenziali. Prima la coesione. Va stabilita, cioè, e sostenuta da entrambi i genitori. Seconda la chiarezza. Va formulata con parole comprensibili e senza spazio per gli equivoci. “Vai pure a giocare da Matteo, ma vengo a prenderti presto”. E cosa s’intende per presto? Terza il realismo. Se abbiamo pretese inadeguate alle possibilità del bambino, non è realistico pensare di essere ascoltati. Può stare fermo a tavola per ore, solo perchè è il pranzo di Natale? Perchè chiederglielo allora? Quarta la sostenibilità, il contrario delle prescrizioni impossibili, del tipo “Vai in cortile, ma non sporcarti”. Quinta la ragionevolezza. Diamo la regola per seguire un principio educativo, non arbitrariamente perché quel giorno siamo di cattivo umore.

lei consiglia anche di evitare la reazione immediata. E ' Il vecchio trucco di contare fino a dieci per ritrovare la calma?
Anche contare fino a cinquanta, se serve a non perdere il controllo e a mostrarsi in preda alle emozioni più viscerali. Per questo ho cercato di sfatare il mito della tempestività, secondo il quale in un conflitto con i bambini bisogna intervenire immediatamente per correggere l’errore, come se l’immediatezza garantisse l’efficacia dell’intervento. Secondo me, invece, bisogna imparare a prendere tempo per controllare meglio l’emotività e contenere la prima reazione che è spesso la peggiore.

tra i suggerimenti che lei dà per non cadere nella tentazione di urlare, c’è quello della “tecnica del precedente positivo”. Ce la spiega?
Spesso i genitori mi chiedono come fare a non ripetere l’errore di urlare, o di giudicare male i figli, o di mortificarli. La mia indicazione è quella di farsi venire in mente, prima di perdere la pazienza, quei momenti in cui le cose sono andate per il verso giusto, quelle situazioni in cui il bambino si è comportato diversamente. Individuare il precedente positivo aiuta a non vedere tutto nero e a capire cosa non sta funzionando adesso.

Scritto da Cecilia Bertoldi

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