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Urlare non serve a nulla

Articolo pubblicato su Donna Moderna

9 Dicembre 2014

URLARE NON SERVE A NULLA

Alzi la mano chi, con i figli, non ha mai perso le staffe. Capita. Ma non deve diventare un’abitudine, spiega Daniele Novara nel suo ultimo libro

Un tempo bastava un’occhiata per mettere i bambini sull’attenti. «Per fortuna non è più così. Ma, come mi confermano le coppie che vengono in consulenza, si è passati all’eccesso opposto. Tanto che una delle emergenze educative di oggi è proprio la difficoltà a farsi ascoltare dai figli» commenta Daniele Novara, pedagogista, presidente del Centro psicopedagogico di Piacenza (www.cppp.it) e autore del libro Urlare non serve a nulla (Bur). Secondo una tendenza sempre più diffusa, se i ragazzi non ascoltano è normale alzare la voce. «Sbagliato. In educazione, l’aggressività verbale non paga. Né sul momento, né dopo» spiega Daniele Novara. «Secondo una ricerca condotta nelle Università di Pittsburgh e del Michigan urlare ha delle ripercussioni sulla psiche dei bambini tali che, nell’adolescenza, compaiono i primi sintomi di depressione. Succede perché le urla mettono la mente del bambino in uno stato di allerta: sta subendo una pressione mortificante che, via via, interferisce con autostima e autonomia». Con l’aiuto dell’esperto abbiamo allora identificato quattro stili educativi moderni. E i due ingredienti per cambiare finalmente rotta.

Il genitore superemotivo
«È quello che ha talmente paura di ferire il figlio da aver fatto della morbidezza il suo stile dominante: gli parla sempre dolcemente, spesso con un linguaggio infantilizzato, gioca molto con lui, è superpaziente e ricorre spesso alle domande: “che ne dici di mettere il pigiamino?”, “cosa vuoi mangiare stasera?”, “sei pronto per alzarti stamattina?”» spiega Daniele Novara. «In questo modo,però, consegna al figlio il potere di decidere su tutto e di comandare gli adulti. E i tempi per vestirsi, andare a scuola o a nanna, si dilatano all’infinito». Finché, sempre sull’onda emotiva, il genitore crolla e comincia ad alzare la voce. Con questa modalità, del resto, è normale che finisca per urlare almeno una volta al giorno.

Il genitore primo della classe
Ha letto tutti gli ultimi manuali di ispirazione pedagogica, è iscritto ad almeno due social network di genitori, non si perde una conferenza sui problemi dei preadolescenti. «Apparentemente è il miglior educatore del mondo, nei fatti è una sciagura» spiega Daniele Novara. «Perché è il classico adulto convinto che educare i figli voglia dire soprattutto una cosa: parlargli. Spiegare con fiumi di parole il perché di una regola, di un fenomeno atmosferico, dell’arrivo del fratellino. O, perfino, della sua vita sentimentale di padre (o madre) separato. In genere è una modalità tipica di chi ha avuto genitori moltochiusi. Così, per reazione, con i propri bambini diventa verbosissimo. Invece andrebbe tenuta a mente una regola d’oro: più si parla, meno il bambino capisce. Alla fine di un lungo discorso è confuso, si è già dimenticato quale regola dovrebbe rispettare e quindi non lo farà». E il genitore? Perde la pazienza («Con tutto il tempo che mi hai fatto perdere per spiegarti come ci si comporta...») e si mette a urlare.

Il genitore autolesionista
È quello poco paziente e poco organizzato per natura. «Che, proprio per questi motivi, facilmente finisce per alzare la voce, urlare comandi o, quando è stanco o nervoso, fare commenti umilianti, che mortificano e rendono insicuro il bambino: «Sei sempre il solito!»; «Anche oggi mi hai fatto arrabbiare» «È inutile che te lo diciamo, tanto non capisci niente» spiega Daniele Novara. «Questo genitore, però, in genere, dopo la tempesta, si pente. E commette un altro errore: cerca di correre ai ripari con frasi come: «So di sbagliare con te, ma non so davvero fare diversamente». In questo modo però, manda in frantumi il suo ruolo e la sua autorevolezza. In breve tempo, il bambino non si fiderà più degli adulti di casa.

Il genitore recidivo
È il classico genitore che si lamenta: «Per farmi ascoltare gli devo ripetere le cose dieci volte!». Ed è proprio così. «Per forza: i bambini sono consuetudinari. Se la mamma, a causa della sua ansia, ha l’abitudine di ripetere per dieci volte che è ora di spegnere la tivù, prima di staccarsi dai cartoni animati aspetteranno di sentirla arrivare alla decima» spiega l’esperto. Peccato che, a quel punto, sia facile per il genitore sbottare e alzare la voce.

Ecco come cambiare stile
«Educare vuol dire soprattutto due cose: buone regole (semplici e adeguate all’età) e organizzazione»esordisce Daniele Novara. «Con questi ingredienti, è molto difficile che capiti di urlare. Perché sono quelle che permettono di educare i figli senza tiranneggiarli né essere tiranneggiati da loro». Se i paletti sono chiari richiedono pochissime parole: “La sera si va a dormire alle nove perché il giorno dopo si va scuola”. Da sole però non bastano: e qui entra in gioco l’organizzazione. Spegnere la tivù o sospendere giochi di movimento mezz’ora prima della nanna, apparecchiare insieme la tavola per la colazione del giorno dopo, per esempio, sono gesti che, se ripetuti, creano una routine. Cioè un’abitudine rassicurante, nella quale non c’è molto spazio per i capricci.

 

di SILVIA CALVI scrivile a scalvi@mondadori.it

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