Tutti assieme nel lettone

Che ci fa il bambino grande nel lettone con i genitori?

La nostra epoca è quella in cui la cura dei genitori nei confronti dei figli ha raggiunto livelli mai dati nella storia della vita familiare. L’idea di famiglia come focolare, come luogo di affetti, di amore, di scambi improntati non soltanto alla convenienza ma piuttosto all’area della gratuità e dell’intimità, nasce solo nel secolo scorso quando un movimento pedagogico, sociale e politico innovativo conduce alla privatizzazione della relazione tra genitori e figli (Barbagli, 2000; Barbagli e Kertzer, 2002; 2005). A questa importante rivoluzione si sommano tutte le trasformazioni che il secolo scorso, in particolare con il Sessantotto, ha prodotto nel rapporto con i bambini: il desiderio di riuscire a instaurare rapporti sempre più positivi e autentici; la volontà di riscattare approcci e modalità tiranneggianti e violente; l’impegno nel coglierne e soddisfarne i bisogni profondi e le necessità fondamentali. I genitori di oggi hanno alle spalle un’evoluzione pedagogica significativa, sono indubbiamente più attenti e sensibili, dispongono di strumenti, studi, libri e specialisti come mai prima d’ora. Eppure qualcosa non funziona.

I DATI DI UN’INCHIESTA

Nel 2007, spinti dal desiderio di comprendere meglio come si stanno definendo nelle famiglie italiane alcuni parametri di gestione educativa, decidemmo, con i collaboratori del CPP (Centro Psicopedagogico per la Pace e la gestione dei conflitti) di Piacenza, di realizzare un’indagine conoscitiva. Ci interessava in particolar modo l’aspetto della permanenza tardiva dei bambini nel lettone, ossia dopo il quarto anno di vita. Un fenomeno particolarmente importante sia per il significato psicologico, per altro abbastanza evidente e riferito a componenti sostanzialmente di tipo sessuale, sia per la metafora educativa sottostante. Il primo anno di vita è fondamentale per l’attaccamento e la maturazione di un’adeguata percezione e sicurezza di sé e l’accudimento materno è necessario e deve prevalere come risposta ai bisogni del bambino: in questa fase, dormire nel lettone, nei casi in cui avviene senza timori igienico-sanitari o per l’incolumità del neonato, non presenta in astratto nessun problema dal punto di vista educativo, anche se un’abitudine precoce al lettone potrebbe porre qualche problema nel momento in cui il piccolo incominci a dormire nel suo letto. Verso il quarto anno di vita, poi, il bambino entra in una fase importante che ha attinenze sul piano dello sviluppo dell’identità sessuale, della capacità di elaborazione della separazione dalle figure adulte e dalla madre, e dell’instaurarsi di una progressiva autonomia necessaria a una crescita sana. È a partire da quest’età che comincia a porsi il problema della permanenza protratta nel lettone. Per indagare alcune abitudini educative presenti nella realtà italiana, nel 2007, come abbiamo detto, realizzammo una ricerca su un campione di 180 bambini frequentanti il primo anno della scuola primaria (settimo anno di vita) in classi di sei diverse città d’Italia (Bari, Genova, Milano, Palermo, Pesaro, Piacenza). Partimmo da due studi: il primo, del 2004, era stato condotto a Roma da Flavia Cortesi e da alcuni suoi collaboratori: dal questionario, rivolto ai genitori di 901 bambini tra i 6 e i 12 anni sulle abitudini relative al sonno dei loro figli, emerse che il 5% di questi dormiva nel lettone per tutta la notte almeno quattro notti a settimana (per la precisione: il 7,9% a 6-7 anni, il 4% a 8-9 anni e il 3,5% a 10-11 anni; si veda Cortesi, Giannotti, Sebastiani, Vagnoni, 2004). Il secondo era uno studio longitudinale concluso nel 2002 negli Stati Uniti da Paul Okami e collaboratori e mostrò risultati analoghi (Okami, Weisner, Olmstead, 2002). Scegliemmo di rivolgere le domande direttamente ai bambini, innanzitutto perché volevamo distinguere la percezione genitoriale, che in genere è di maggior severità rispetto a quello che poi è l’andamento effettivo della relazione educativa con i figli, dal vissuto reale del bambino; inoltre perché le risposte di un bambino – a quell’età perfettamente in grado dal punto di vista cognitivo di relazionarsi rispetto a un interlocutore su queste tematiche – sono più legittime e significative di quelle del genitore. I risultati hanno confermato i nostri timori e hanno delineato un quadro che, rispetto alle indagini precedenti, è decisamente peggiorativo: il 21,12% dei bambini di 6 anni, cioè più di un bambino su cinque, passa stabilmente le notti nel lettone dei genitori, e il dato è certo perché confermato indirettamente dall’incrocio di due domande, quella sull’utilizzo del lettone e quella sul dormire nella propria cameretta (il 19,04% afferma di non utilizzare mai la propria cameretta per dormire; mentre un altro 38,88% afferma di dormire nel lettone a volte). Se si considerano quindi il dato della permanenza assoluta nel lettone e quello della permanenza temporanea si ottiene questa informazione: il 60% dei bambini del campione italiano nel settimo anno di vita utilizza per dormire, in maniera più o meno sistematica, il lettone dei genitori. Ecco le domande sottoposte e i risultati della ricerca:

PASSI IL WEEK END CON I TUOI GENITORI? SÌ 83,34% - A VOLTE 14,44% - MAI 2,22%

DORMI NELLA TUA CAMERETTA? SÌ 58,42% - A VOLTE 22,54% - MAI 19,04%

DORMI NEL LETTONE? SÌ 21,12% - A VOLTE 38,88% - MAI 40%

LA FRUSTRAZIONE EDIPICA CHE SPINGE ALLA CRESCITA

Il termine talamo deriva dal greco thálamos, la “stanza più interna della casa”, diventata poi nei secoli “camera nuziale” e, ancor più nello specifico, “letto coniugale”. Anche se ormai non è quasi più utilizzato, ritengo che questo sia un termine denso di significato. Il talamo è il luogo dell’intimità anche sessuale per la coppia genitoriale e, quando si parla di dormire nel lettone oltre una certa età, si fa riferimento a bambini che in qualche modo si inseriscono in questa intimità genitoriale. A partire dai tre anni il bambino si trova in quella che la psicoanalisi classica definisce come fase edipica. Senza voler entrare nel merito dell’analisi psicologica del “complesso di Edipo”, è interessante soffermarsi sul significato e sull’importanza pedagogica di un’adeguata strutturazione della frustrazione edipica. Con “frustrazione edipica” si intende quel processo, presidiato dal codice educativo paterno, che attua la separazione dalla relazione simbiotica con la madre (prima che questa assuma connotati morbosi) e che limita in modo adeguato il naturale narcisismo e la tentazione di onnipotenza del bambino, consentendogli una positiva evoluzione della personalità, dell’autonomia e della capacità di relazionarsi con gli altri. La distinzione tra codice materno e codice paterno non è una distinzione di genere: ai nostri giorni, a differenza di quanto avveniva in passato quando i ruoli erano più rigidi, entrambe le figure familiari, maschile e femminile, attuano atteggiamenti tipici dei due codici. Si tratta piuttosto di una distinzione di natura educativa, dove il materno svolge la funzione di attaccamento, protezione, accudimento, soddisfazione dei bisogni primari; mentre il paterno gioca un ruolo regolativo, consente e stimola autonomia e interessi vitali, genera potenzialità evolutive. Per un corretto sviluppo psicoevolutivo è importante allora che la mente, a partire dal quarto anno di vita, elabori l’esistenza delle differenze (adulto-bambino; maschio-femmina), del limite posto dalla realtà e dagli altri, e scopra la presenza di una rete di legittimità e divieti da cui potranno poi evolvere i valori e l’interiorità. È un momento fondamentale di riorganizzazione interiore, una tappa che, se mancata, provoca confusione. Appare chiaro che i bambini che, alla fine della fase edipica, appunto verso i sei anni, si trovano ancora a dormire nel lettone, difficilmente possono aver avuto modo di sperimentare questa specifica frustrazione evolutiva.

LE CONSEGUENZE DEL LETTONE PROLUNGATO

La prima difficoltà per i bambini che restano nel lettone è relativa all’incapacità di cogliere i propri limiti. I genitori non hanno impedito l’accesso al talamo, al luogo mitologicamente tabù, e così facendo non hanno consentito una frustrazione edipica chiara. Il bambino mantiene una percezione di onnipotenza e vive per certi aspetti una specie di “orfanità” di codice paterno profondo: perde il contatto con le limitazioni della realtà, il senso della conquista della vita, il valore della fatica, della sfida, il gusto e la soddisfazione del riuscire da soli. La capacità di sostenere la frustrazione, lo sforzo, la concentrazione, l’impegno, risulta molto deficitaria e purtroppo anche la passione e l’attaccamento vitale ne risentono. I problemi possono riguardare anche la strutturazione dell’identità sessuale in quanto tale, ma più normalmente potrebbero manifestarsi sia come un eccesso di narcisismo che può arrivare a impedire la relazione d’amore e l’innamoramento, sia come una difficoltà a separarsi dall’esperienza familiare originaria per costruire un’effettiva intimità con qualcun altro. Se la capacità di innamorarsi necessita già di una disponibilità interiore a dimenticarsi di sé, che il soggetto eccessivamente narcisista può faticare a costruire, il rapporto d’amore vero e proprio implica e sottende quella disponibilità alla donazione di sé e all’accoglienza dell’altro che solo una personalità adeguatamente strutturata rispetto alla frustrazione è in grado di mettere in gioco in tutta la sua complessità e apertura. Il fantasma della relazione simbiotica costruito in queste permanenze promiscue eccessive impedisce l’instaurarsi di relazioni profonde. Si tratta della difficoltà a vivere la separazione dal legame originario che in qualche modo non è mai stata risolta. La crescita e l’acquisizione della maturità sessuale, che implica una maturazione del corpo, delle emozioni, del desiderio e dell’affettività, necessitano di un distanziamento oppositivo che il codice materno per sua natura non pone. Di conseguenza, la presenza o l’assenza di un’educazione al senso del pudore, che crei quindi un confine chiaro fra l’intimità dei genitori e quella dei bambini, fra la privacy sessuale adulta e infantile, è molto importante ed è ciò che consente di creare le precondizioni mentali per organizzare poi una vita sessuale sana, basata sull’incontro. Si tratta allora di recuperare il significato e il valore del codice paterno individuandone le caratteristiche essenziali e imparando a giocarle nella propria esperienza personale individuale e di coppia: separare compiti e ruoli, imparare a definire regole chiare, mantenere fermezza e coerenza nelle difficoltà della relazione conflittuale, riacquistare la capacità di stimolare le immense e sorprendenti risorse personali dei bambini, che sono la nostra speranza per il futuro.

Articolo scritto da Daniele Novara pubblicato sul periodico Psicologia Contemporanea (gennaio-febbraio 2010)

Staff

Daniele Novara

Fondatore e direttore del CPP, pedagogista e autore

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