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Se la violenza avviene durante la lezione ....

Articolo pubblicato su Scuola e didattica

15 Febbraio 2010

Se la violenza avviene durante la lezione…

 

Stanno aumentando i fatti di cronaca che riportano episodi di violenza in classe, durante le lezioni. Proviamo a riflettere sulle loro implicazioni pedagogiche.

 

E' un bene che gli episodi di violenza siano svelati e portati alla luce, anche se la cultura giornalistica tende ad enfatizzare eccessivamente gli aspetti morbosi della vicenda, dando risalto alle implicazioni voyeuristiche e nessun peso alle necessarie riflessioni pedagogiche, che in questo caso si rivelano decisive per capire realmente quello che è successo.

Punto 1. L’effetto “scuola di una volta”

Molti fatti sembrano essere avvenuti mentre l’insegnante era nel pieno delle sue funzioni (denotative della scuola “ultra tradizionalista”,ossia lezione e interrogazione frontale). Ciò indica come il permanere di un modello di scuola trasmissivo e indifferente a ogni sorta di innovazione, di minimale aggiornamento pedagogico e didattico, in funzione del mantenimento delle più arcaiche tradizioni del passato (lezione - studio - interrogazione),generi non solo delle conseguenze nefaste sul piano dell’efficacia degli apprendimenti, ma anche su quello della violenza. Non per nulla il comportamento dei ragazzi violenti,sopraffattori e vessatori su ragazzine avviene durante l’esercizio delle più tradizionali funzioni dell’insegnante ottocentesco.Paradossalmente a volte si tende ad aver minor compiacenza verso i cosiddetti disturbatori, quelli che recano danno alla quiete della classe, rispetto ai soggetti che nella clandestinità più morbosa e oscura si rendono autori di efferatezze come quelle avvenute alla Scuola media “Gabriele D’Annunzio” di Salò.Meglio salvare il quieto vivere che entrare nel merito della situazione affrontando i nodi delle componenti socio-affettive e socio-relazionali di una comunità come quella scolastica.Meglio restare in cattedra che scendere a relazionarsi concretamente con i vissuti magmatici che un gruppo di preadolescenti ormonalmente dotati produce, letteralmente, ogni secondo.

Punto 2. L’effetto “solitudine”

Negli ultimi anni è apparso chiaro che gli insegnanti lasciati senza alcun vero investimento nell’ambito della formazione e dell'aggiornamento professionale hanno perso progressivamente le funzioni prioritarie di questa professione, ossia la capacità di gestire un gruppo classe e, in seconda battuta, di organizzarne gli apprendimenti interni.È tornato il fantasma arcaico dell’insegnante esperto soltanto della sua materia, o disciplina, o area disciplinare, o qualsiasi altro termine che la burocrazia inventa per edulcorare una scolarizzazione chiusa, asfittica, centrata soltanto su contenuti più o meno arbitrari, che si pretende di trasmettere a generazioni peraltro in grado in qualsiasi momento, attraverso la digitalizzazione, di recuperare nozioni con una rapidità sorprendente. Il ritornello è sempre quello: gli alunni sono troppi e non si può fare un lavoro di gruppo, al massimo questo è una sorta di relax da utilizzare in particolari momenti, senza eccedere (perché chissà cosa succede…). Peccato che tutte le ricerche psicoevolutivemostrino, implacabilmente e senza alcun dissenso,l’importanza dei processi di imitazione, e quindi dei processi sociali, nell’assorbimento dei contenuti di apprendimento,siano essi scolastici che extrascolastici. Oltretutto è impensabile che i ragazzi mantengano l'attenzione per più di 20-30 minuti (con buona pace dei sostenitori della cosiddetta “lezione frontale”…).D’altronde, senza piani di formazione e di aggiornamento significativi non resta che riproporre lo schema tradizionale, che ormai si perde nella notte dei tempi ma rappresenta una sorta di misura anti ansiogena all’idea di doversi confrontare con gli imprevisti delle metodologie non strettamente convenzionali.Il gruppo classe ha due strutture: una esterna fatta di regole consolidate (arrivare a un’ora precisa…), l’altra interna centrata sulla relazione, dove prevalgono gli elementi emotivi rispetto a quelli istituzionali mirati sui compiti.L’insegnante deve far combaciare questi due livelli per attivare processi di apprendimento e metterli in moto su base imitativa.La classe come gruppo è una risorsa, occorre restituire la fatica ai ragazzi, creare le situazioni in cui siano loro a lavorare.La didattica gruppale non va in senso trasmissivo, deve essere costruita partendo da ostacoli, da problemi sui quali i ragazzi possono confrontarsi per andare avanti.È una restituzione, una creazione di nuovi saperi e conoscenze,non un subentrare. Occorre lavorare su argomenti sui quali anche gli insegnanti non abbiano necessariamente tutto sotto controllo. Occorre liberarsi dall’equivoco che l'apprendimento corrisponda alle risposte esatte.L’alunno nel fare automaticamente impara, deve assumersi la fatica, ha la possibilità attraverso il conflitto (litigi, non risse)di vedere le cose da un altro punto di vista, di crescere e diventare adulto.È la vicinanza, l’imitazione che crea l’apprendimento, l'assorbire l'uno dall’altro, copiarsi, imparare come osmosi sociale.Quel che sappiamo è che tutta la didattica va gestita in un'alogica gruppale e socio-relazionale, in contesti di coppia, di triade, di quattro o cinque, in un’articolazione e disarticolazione di compiti individuali e interattivi che possono rendere la scuola un'avventura unica e irripetibile, affascinante e bellissima.

Punto 3. L’effetto “grande fratello”

I ragazzi e le ragazze vivono in un mondo digitale-televisivo mediatico che fa della promiscuità sessuale una bandiera di libertà e un diritto quasi sacrosanto.Ricordo, in una domenica pomeriggio invernale, l’intervista ad un famoso porno-attore sul suo lavoro, per un’ora, durante un programma per le famiglie su Canale 5. Restano pochi margini alla fantasia, all’immaginazione, è tutto scontato, sotto gli occhi, accessibile, semplicemente da trasformare in azione: è la sindrome del grande fratello, il voyeurismo di tutti verso tutti.In un’età in cui il confine fra il reale e il fantasticato è già di perse, dal punto di vista psico-evolutivo,molto labile, l'immersione in realtà virtuali sempre più impregnanti e invasive offusca nei ragazzini e nelle ragazzine la reale percezione degli effetti delle proprie azioni, il senso del limite necessario per rendere possibile nel futuro un adeguato vissuto sessuale ed affettivo.Si tratta dal punto di vista antropologico della perdita del pudore come momento fondante la genesi della sessualità stessa, trasformando contenuti che hanno bisogno di un adeguato periodo di macerazione e decantazione in una poltiglia di messaggi contraddittori, dove il preadolescente va in confusione azzardando comportamenti assolutamente prematuri e privi di significato evolutivo.

Punto 4. L’effetto “Bar sport”

Viviamo in un momento sociale e storico in cui l’incapacità di utilizzare categorie pedagogiche per leggere le situazioni e anche i fatti di cronaca rasenta il grottesco. Attori, veline, discjockey, calciatori, presentatori, partecipanti ai reality show,assurgono al ruolo di opinion leader educativi con la stessa naturalezza con cui parlano della formazione della nazionale di calcio. Queste personalità mediatiche, non essendo dotate per ovvi motivi di filtri scientifici, non riescono ad appellarsi ad altro che alle componenti che oggi sembrano piacere a un'opinione pubblica incalzata dal bisogno di sicurezza, dalla paura, dalla necessità poliziesca di presidio di ogni millimetro del territorio.Alcune scuole vorrebbero dotarsi di telecamere, altre come Arzignano, un comune di Vicenza, consentono alle amministrazioni comunali di utilizzare i vigili urbani per la punizione dei presunti bulli.La deriva antipedagogica è vissuta nel cortile del Bar sport come accentuazione di una reazione punitiva, se si vuole anche un po’ sadica.È impossibile trovare nella storia della scuola degli ultimi cinquant'anni un’opinione pubblica così sprovveduta sui temi educativi. È tutto uno sfarfagliare di manette, punizioni,bocciature, voti pari allo zero, al sotto zero, come se in questo modo si potesse esorcizzare la fragilità educativa di genitori che parcheggiano per tre, quattro o cinque ore i propri figli davanti agli schermi televisivi o digitali.Adulti che non si impegnano politicamente a chiedere parchi pubblici, asili nido, condizioni scolastiche dignitose, lasciando una generazione in un vuoto culturale di cui soltanto tra vent'anni capiremo le conseguenze (e sarà un risveglio piuttosto brutale).Occorre che la scuola esca da ogni sorta di arroccamento chiedendo aiuto, ponendosi un problema di comunità educante che non sia semplicemente il patto educativo tra scuola e famiglia. Qualcosa che coinvolga tutti per recuperare un linguaggio e una legittimità educativi comuni tra le componenti della società, all’interno delle istituzioni, fra i cittadini lasciati oggi troppo soli a riflettere su questioni che necessitano di un background culturale e pedagogico condiviso senza il quale si cade nella banalità, nei cattivi sentimenti e ancora di più nell'ipocrisia di cercare colpevoli a buon mercato.

Scritto da Daniele Novara

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