Né buoni né cattivi

L'alfabetizzazione al conflitto per una nuova cittadinanza

Convegno Nazionale CPP - 12 ottobre 2019 a Milano 

Informazioni

Per una sana intesa educativa fra genitori e insegnanti

Un nuovo tipo di rapporto tra scuola e famiglia.

Ciò che era scontato non lo è più. Il cambiamento storico che nel Novecento segna la famiglia italiana è il passaggio da una struttura familiare centrata sulla norma ad una centrata sugli affetti. Questo fatto induce un altro tipo di rapporto anche con la scuola, che non viene più intesa come una preparazione alla vita che integra il modello familiare, creando negli alunni un adeguamento alle norme sociali. La famiglia al contrario, spesso e volentieri, si pone in antitesi alla scuola, vista come luogo da un lato di puro e semplice apprendimento, e dall’altro come istituzione incapace di essere all’altezza dei nuovi diritti dei bambini. Bisogna constatare che la scuola fatica, in quanto istituzione storica, a tenere il passo con queste nuove istanze familiari; è ancora legata a modelli di autorità che non coincidono più con le nuove concezioni di un apprendimento allargato a intelligenze plurali, come quelle personali, interpersonali, affettive ed emotive. Negli ultimissimi anni il calo demografico accentua ulteriormente questo senso di estraneità e pone i germi per una conflittualità che rischia di diventare fisiologica. La prevalenza di figli unici in Italia (l’ISTAT parla del 50% di famiglie in questa condizione) introduce un elemento di forte aspettativa nei confronti di questo unico figlio, che viene principescamente posto su un piedistallo da cui la scuola ben difficilmente riesce a rimuoverlo. Il narcisismo infantile da questo punto di vista finisce con lo sposarsi con il narcisismo genitoriale creando un mix faticosamente gestibile con i criteri della scuola tradizionale.

Insegnanti ‘in apnea’

Le aspettative eccedono le possibilità dell’insegnante di farvi fronte. Il docente si sente assediato da genitori sempre più pretenziosi, critici, che spesso e volentieri cercano i difetti piuttosto che i meriti. È un genitore non più o non semplicemente, alleato dell’insegnante, ma che esige da lui e dalla scuola nuove prestazioni che non sempre si è in grado di dare. L’insegnante entra a sua volta in un vortice autolesionista per cui si arrocca e va in apnea di autostima. In altre parole, gli insegnanti sono impreparati a gestire un’utenza che si muove su un doppio binario, quello genitoriale e quello infantile. La situazione viene sostanzialmente vissuta come una minaccia alla propria autorità, al proprio ruolo, alle proprie funzioni, e quindi nascono dinamiche e problemi difficili da risolvere. In realtà la chiave di un possibile superamento di tale conflitto si avrebbe se gli insegnanti cominciassero a percepire il diverso interesse dei genitori come una risorsa che entra a far parte dello scenario scolastico e può creare un clima di benessere, capace di promuovere l’apprendimento degli alunni stessi.

La natura dei conflitti insegnanti genitori

Per conflitto si intende un’area di contrapposizione critica e di tensione che resta comunque in un ambito del tutto diverso e alternativo alla violenza, ossia all’intenzionalità distruttiva. Il bambino ha fatto i compiti con i genitori e non accetta critiche alla produzione famigliare da parte dell’insegnante. L’alunno torna a casa e racconta le vessazioni che ha subito dai compagni; la mamma (o il padre) si avventa in Direzione a denunciare il clima violento della scuola senza aver minimamente verificato l’attendibilità dei fatti raccontati, credendo aprioristicamente al figlio. Alla gita di classe, molti alunni si appiccicano al cellulare nonostante siano state date regole chiare di altro tipo; ritirati questi telefonini, i genitori protestano per non poter restare in contatto sistematico con i figli. Alle superiori, le votazioni degli alunni appaiono segnate da una particolare fiscalità (2., 3--, dal 2 al 3), che crea tensioni coi genitori. Pochi esempi che segnano lo spirito dei tempi. Una sorta di arroccamento reciproco, nonostante i tanti appelli alla collaborazione. I genitori premono, ma lo fanno in modo naif e selvaggio. I docenti ‘svicolano’ spesso spaventati da un confronto che non trova nella loro memoria di ex-studenti alcun precedente. Intanto gli alunni rischiano la confusione e la perdita di riferimenti certi. Come costruire una coesione educativa che non abbia paura dei conflitti, ma li utilizzi come occasione per fare chiarezza sui reciproci ruoli, per illuminare zone grigie della stessa istituzione scolastica e per raggiungere risultati duraturi?

Riti, confini e coesione

L’obiettivo è creare una comunicazione fra le figure formative preposte alla crescita dei figli, ossia insegnanti e genitori, in modo che si crei un connubio favorevole e non un’alleanza negativa, o addirittura uno scontro. Al centro di questo patto formativo dovrebbe essere la crescita dei ragazzi e dei bambini, ossia il valore educativo di quello che si fa a scuola, a cui i genitori possono collaborare nel momento in cui sono chiariti il loro ruolo e la loro funzione. In effetti, in una situazione di confusione succede spesso che ai genitori vengano chiesti e richiesti interventi che non sono di loro pertinenza, così come i genitori spesso chiedono agli insegnanti interventi che non sono di pertinenza dei docenti. C’è uno sconfinamento reciproco che crea situazioni non solo imbarazzanti ma anche dannose. Obiettivo del patto formativo è individuare ciò che compete agli insegnanti e ciò che compete ai genitori. È importante chiarire i ruoli, perché se da un lato possono sembrare chiari dall’altro nella pratica non lo sono affatto. Ad esempio, nell’area della scuola dell’infanzia i genitori chiedono notizie sui figli praticamente ogni giorno, come se questo fosse pertinente; si fatica a creare un confine che stabilisca un ingresso e un’uscita. Da questo punto di vista il patto formativo necessita di una forte ritualizzazione, che significa stabilire con chiarezza il passaggio dalla famiglia alla scuola. Il momento in cui il bambino (specialmente piccolo) entra a scuola va segnato simbolicamente in maniera adeguata. I simboli della vecchia scuola sono in parte scomparsi (ad esempio il fatidico e ormai mediatico grembiule), ne sono rimasti soltanto alcuni (ad esempio la campanella); l’importante, al di là della differenza fra rituali vecchi e nuovi, è di segnare simbolicamente la coesione educativa fra scuola e famiglia, con dei gesti specifici che possono diventare un segnale importante per gli alunni, rimarcando una rinnovata intesa fra i due partner formativi, genitori e insegnanti.

Il patto formativo

È auspicabile pertanto che in ogni scuola all’inizio dell’anno scolastico si crei un contratto formativo fra insegnanti e genitori. E quando gli alunni sono sufficientemente grandi (sopra i 14 anni) il contratto deve assolutamente coinvolgere anche loro. Adottando la logica del patto formativo, la scuola entra in un’altra dimensione storica, che non è più quella dell’istituzione che dispensa un sapere più o meno predefinito e in un certo senso intoccabile, ma che invece propone alle nuove generazioni sia gli apprendimenti e le alfabetizzazioni essenziali, sia ciò che serve per imparare la convivenza e lo stare insieme agli altri in una società sempre più complessa. Infatti, è assolutamente indispensabile che obiettivi così ambiziosi e impegnativi trovino il sostegno reciproco fra insegnanti e genitori, altrimenti lo scollamento può provocare indubbie lacerazioni nei processi di crescita. La sfida che si presenta è basata sull’idea che la complessità formativa in cui ci troviamo non permette di ‘rintanarsi’ in atteggiamenti di chiusura e di preclusione verso i genitori; allo stesso tempo i genitori devono cercare un’alleanza formativa con la scuola, e non un’alleanza regressiva con i propri figli, una pseudo-intesa che spesso ha il sapore dell’adolescenzialità diffusa in cui tutti rischiamo di essere immersi. È necessario uno slancio che permetta di affrontare le nuove sfide in termini di una rinnovata comunicazione in grado di mettere a fuoco gli obiettivi educativi assolutamente indispensabili per fronteggiare la grave crisi educativa in cui ci troviamo. Crisi che è anzitutto crisi del ruolo adulto come presidio formativo, creativo e contenitivo per le nuove generazioni.

Scritto da Daniele Novara pubblicato su RIVISTA DELL'ISTRUZIONE Gennaio/Febbraio 2009

Staff

Daniele Novara

Fondatore e direttore del CPP, pedagogista e autore

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