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Padri e figlie: una storia complicata

Articolo pubblicato su DRepubblica

2 Aprile 2014

Padri e figlie: una storia complicata

Protettore del "sesso debole" ma estraneo alla natura femminile, il padre, presente o assente, ha il potere, inevitabile, di segnare l'immaginario e l'inconscio di ogni donna. Abbiamo cercato di capire, con i nostri esperti, quali sono le problematiche più frequenti. E ascoltato le testimonianze di 5 di voi

Là dove finisce la primavera dell’infanzia e il corpo abbandona le sembianze di bambina per diventare quello di una donna, gli equilibri familiari cambiano. A volte migliorano, a volte impazziscono. Quello fra padre e figlia è un rapporto complesso, che esplode proprio in questa fase, nell’adolescenza, quando "lo sguardo del padre" diventa per la ragazza un viatico verso la conquista della vita e della sessualità o viceversa una gabbia, più o meno morbosa, dove finiscono per chiudersi i propri sogni.

UN RAPPORTO COMPLESSO

“In questa fase della vita" spiega Daniele Novara, pedagogista, Direttore del CPP di Piacenza (www.cppp.it), "il padre consente alla figlia di uscire dal puro e semplice rispecchiamento della madre e di rompere il guscio del nido materno. I padri pericolosi sono quelli troppo fragili o troppo innamorati della figlia. Quelli troppo fragili perché finiscono col consegnare la figlia a un'infanzia estremamente prolungata fra le braccia della madre. Quelli troppo innamorati perché diventano possessivi e morbosi, tenendo letteralmente in ostaggio le figlie segregandole nell'adorazione del padre”.
In entrambi i casi, la vita affettiva di queste donne diventa una corsa a ostacoli dove vincere è molto difficile. “Nell'educazione della figlia" continua Novara, "ci vuole un progetto comune fra genitori. Il maschile e femminile non sono soltanto dati biologici. Si coltivano. Anzitutto ci vuole rispetto fra i genitori, anche in caso di separazione difficili. E poi un gioco di squadra che permetta alla figlia di coltivare la propria femminilità nello sguardo benevolo maschile che sollecita a cercare dentro di sé le necessarie integrazioni”.
“La figura paterna" spiega Adelia Lucattini, Psichiatra, psicoterapeuta e Psicoanalista, "svolge un ruolo fondamentale nella crescita dei figli, in modo diverso nei maschi e nelle femmine ma ugualmente importante. Il padre, attraverso la sua presenza, non costituisce soltanto un modello per la scelta del partner ma anche un esempio a cui le figlie possono attingere per definire la propria vita professionale e il proprio stile di vita”.

UN LIBRO CON LE “ISTRUZIONI PER L’USO”

Nel loro libro “Padri e figlie, istruzioni per l’uso”, Véronique Moraldi, specializzata in problemi di bullismo, e Michèle Gaubert, psicoterapeuta, analizzano questo complesso legame, partendo dal presupposto che il cuore di una giovane donna non deve appartenere al papà, deve essere libero. Di diritto. “Guai a quei padri idoli" spiegano le autrici, "che rendono impossibile un altro amore. Guai a quei padri così assillanti da impedire di vivere una vita propria. Guai, infine, a quei padri assenti che costringeranno la figlia a una ricerca lunga tutta una vita".
Contemporaneamente protettore del "sesso debole" ed estraneo alla natura femminile, il padre, presente o assente, ha il potere, inevitabile, di segnare l'immaginario e l'inconscio. Tutto ciò che farà o non farà, dirà o mostrerà, avrà delle ripercussioni sull'identità, sui comportamenti, sulla psiche e sulle relazioni affettive della figlia, una volta adulta. Quest'ultima cercherà a volte di sostituire l'irreprensibile papà adorato o di rifiutare il padre violento, e a volte di soddisfare il genitore esigente o di riempire il vuoto di un padre assente.
Fermo restando che ogni generalizzazione corre il rischio di essere anche una semplificazione, si possono però trovare nei rapporti padre figlia alcune caratteristiche e stili di rapporto prevalenti.
Vediamole con Adelia Lucattini:

IL PADRE “PRINCIPE AZZURRO”

“Tutte le bambine" continua Lucattini, "vedono il padre come il proprio fidanzato o come il "principe azzurro": se questo elemento però rimane nella vita adulta può creare dei problemi nei rapporti con l'altro sesso, perché qualunque ragazzo o fidanzato verrà sempre paragonato al padre, e non sempre uscirà dal confronto vincente. Durante l'adolescenza, le ragazze spesso hanno un "rapporto conflittuale" con i genitori ed in particolare con il padre, vissuto come portatore di autorità e difensore dei confini intesi come limiti alla propria libertà personale. Se crescendo questa conflittualità non viene elaborata e il padre visto come un interlocutore attivo e disponibile, le ragazze tenderanno a preferire partner con cui possono instaurare dei rapporti di tipo conflittuale, ritenendo che è bello soltanto un ‘amore litigarello' ".

IL PADRE PERDUTO E IDEALIZZATO

Ci sono poi situazioni in cui la figlia ha a che fare con un "padre idealizzato", soprattutto in caso di perdite o separazioni: “in questo caso la figura paterna rifletterà tutti i desideri e i bisogni della ragazza, in modo non realistico e difficilmente realizzabile ma ostinatamente ricercato e darà origine ad un rapporto in cui il compagno è percepito come perfetto e inattaccabile, a scapito di una percezione realistica di sé e di una realizzazione personale al di là delle proprie abilità e competenze”.

IL PADRE “MAMMO”

Negli ultimi decenni si è tuttavia affermato un nuovo tipo di paternità, in cui i padri spesso si sostituiscono alle madri diventando quasi dei "mammi". “Se però il padre non riesce a recuperare con la propria figlia un rapporto più squisitamente virile, assertivo, che indirizza e consiglia, facendo tesoro del punto di vista maschile, il rischio è che, crescendo, la ragazza cerchi un "compagno-mammo" su cui appoggiarsi e fare riferimento”.

IL PADRE INAFFIDABILE

Se invece il padre risulta difficilmente comprensibile, se fin da piccola la figlia non riesce a capire se il padre le voglia bene oppure no, se sia interessato a lei oppure distratto dai propri impegni, da questa difficoltà possono nascere rapporti di tipo "amore-odio" in cui il padre è al tempo stesso amato e odiato, desiderato e respinto, cercato e allontanato, un padre di cui è in definitiva difficile fidarsi. “Questo non potrà che avere delle ripercussioni nel rapporto con il partner che verrà desiderato e temuto, sedotto e abbandonato, voluto e lasciato”.

IL PADRE AGGRESSIVO

Esistono infine anche dei casi limite in cui, se il padre ha avuto dei comportamenti aggressivi svalutanti nei confronti della propria figlia, questa instaurerà col genitore e col partner un rapporto di tipo "persecutore-vittima" con inevitabili conseguenze negative sia sulla sua vita di figlia che in futuro nella sua vita di compagna, fidanzata o moglie.

TESTIMONIANZE

ELENA, 23 ANNI – “Sono io a occuparmi di lui, senza di me si dimenticherebbe tutto!”

Mio padre ed io abbiamo un rapporto molto stretto; parliamo molto, mi confido con lui, mi consiglia cosa fare. Non siamo, però, come degli amici, perché le dinamiche del rapporto padre-figlia vengono spesso fuori, come quando c'è da far fronte a spese, gestione degli affari di famiglia, tasse, ordine e pulizia della casa. Non perché lui mi mostri come farlo, bensì perché lo aiuto io! È così distratto e disattento che se non lo inseguissi per ricordargli scadenze e appuntamenti, si dimenticherebbe tutto! Ciò che ci unisce è anche questo, il suo fidarsi completamente di me, anche nel darmi grosse responsabilità; alle volte mi pesa un poco dovergli fare quasi da "segretaria" ma lo conosco e so che lo fa perché si fida di me. La cosa che rende bello il nostro rapporto è la consapevolezza che siamo due persone umane che possono sbagliare ma anche migliorare, anche se mi capita di pensare che per me dovrebbe essere Superman! Ad oggi, ritengo che sia un appoggio importantissimo per me, tanto che sento sempre il bisogno di consultarmi con lui sulle scelte importanti che devo prendere. Certo, il nostro rapporto non è sempre stato così, ci abbiamo dovuto lavorare parecchio! Nonostante ciò, siamo arrivati a formare una squadra e sono felice di questo.

BARBARA, 40 ANNI

Quando mi capita di pensare alla mia infanzia, la presenza di mio padre è così viva che sembra io abbia avuto un padre disoccupato. Solo grazie a mia mamma, mi rendo conto che lui lavorava moltissimo e lo vedevo poco. Però quel poco era assoluto. Mio padre mi raccontava fiabe, mi portava nei musei e in strada, mi abbracciava e mi faceva sentire speciale e amata. Con le spalle coperte. La sua presenza è associata al gesto di essere portata (mezza addormentata) in braccio, coperta dal suo cappotto, verso casa. I miei erano giovani e innamorati - uscivano tutte le sere e mi portavano con loro, avendo amici giovani e giovani parenti e nessuno a cui lasciarmi. Mi portavano nei cineforum, nelle riunioni, a cena fuori. Dormivo dappertutto. Era mio padre a chiedere: "Vuoi restare a dormire qui o vuoi essere portata a casa quando andiamo via?". Non mi hanno mai lasciata, non hanno mai disatteso la promessa, neanche quando la pressione di amici e parenti era forte - ma sta dormendo, lasciatela. "No, ho promesso. La portiamo via". Ho avuto una solida e buona educazione sessuale: in generale si poteva parlare di tutto, non c'erano argomenti vietati. Solo non mi è mai venuto in mente di dire ai miei "mi sono innamorata". Era terreno per le amiche, quello. Però sapevo che loro c'erano e ci sarebbero stati in caso di bisogno. Mio padre. Mio padre e il cancro. Si è affacciato nelle nostre vite quando lui aveva compiuto appena cinquantaquattro anni. Sono grata che non abbia avuto dolori. E sono ancora più grata di averlo potuto accompagnare fin dove è stato possibile. In quell'anno l'ho visto lentamente chiudersi. Negli ultimi giorni non leggeva neanche più i giornali, anche se se li faceva comprare. E anche di fronte alla sua morte - avevo 25 anni - mi fu padre. Ho tenuto la sua mano grande mentre diventava fredda. Il corpo di mio padre morto non mi impauriva. Presa da ossessione mi sono caricata di tutti i dettagli del funerale - fino alla lapide - semplice e bianca. Nessuna foto. Solo un brano di una poesia di Eliot molto amata da entrambi. Al cimitero non ci vado mai. Quella tomba e mio padre non hanno alcuna relazione tra loro. Mi manca ancora.

GIULIA, 31 ANNI

Ho sempre pensato a mio padre prima di tutto come a un uomo nel cosmo, indipendentemente dal fatto che fosse mio padre, e ho sempre pensato a lui come un essere speciale. Mi sono resa conto di come ogni persona che lo conosca abbia sempre avuto mille parole positive da spendere per lui. Si dice che fin dalla vita fetale noi siamo legati indiscibilmente alla madre che porta in pancia il figlio ma questo legame viscerale io l'ho sempre avuto con lui. Mi ha seguito da sempre ed è l'unica persona nella mia vita per cui farei di tutto in maniera incondizionata. Ogni giorno mi rendo sempre più conto di quanto avere dei modelli genitoriali solidi sia difficile, quasi tutti ormai condannati a un'era di individualismo e in preda al correre chissà dove. Io mi ritengo molto fortunata di aver avuto accanto una figura come mio padre che non ha mai cercato di condizionare la mia vita e che si è sempre espresso in modo diplomatico ed imparziale. Ci amiamo moltissimo e a volte mi sono chiesta come fosse possibile avere un rapporto così intenso. Ma così è stato perché ha superato una malattia che avrebbe potuto dividerci, una distanza oceanica che non ci ha permesso di vederci per tanto tempo... Ma siamo sempre qui, uniti e, anche nel silenzio, non servono parole, basta uno sguardo per capire che il nostro legame sarà eterno. Quando penso a mio padre mi viene in mente un bellissimo pensiero scritto da Gibran, poeta libanese che vorrei fosse un esempio anche per tutti gli altri genitori o forse una speranza per cercare di migliorare sempre.

LETIZIA, 23 ANNI

Mio padre è ed è stato un ottimo insegnante di vita. Il suo pragmatismo, la sua determinazione, il suo essere profondamente attento e preciso mi hanno insegnato ad essere una persona razionale, tenace, capace di gestire con calma e sangue freddo quasi tutti i problemi della vita. Il nostro rapporto con gli anni è cresciuto molto e, pur rispettando la diversità dei due ruoli che interpretiamo, siamo diventati complici fidati nelle varie dinamiche che coinvolgono la nostra famiglia. Quando mi confronto con lui, soprattutto su tematiche generali, sento che lui mi tratta come un interlocutore al suo livello, aiutandomi a ragionare sulle cose grazie alla sua esperienza, e questo mi ha trasmesso una buona dose di fiducia in me stessa. Mio padre, però, è anche un uomo molto protettivo che non vorrebbe mai vedere le sue figlie soffrire; e non riesce bene a comprendere le dinamiche sentimentali che mi coinvolgono e a tratti tende a ostacolarle. Per questo, come se avessimo fatto un accordo tacito, di certi argomenti si parla il meno possibile: lui sa che ho una vita sentimentale e non ne fa un dramma e io non lo informo né lo coinvolgo in merito a questa.

GIULIA, 24 ANNI

Mio padre è un avvocato e un professore associato all'Università di Pisa, ed è molto impegnato nel quotidiano. Ciò nonostante, i miei genitori hanno deciso di mettere su famiglia dando alla vita 3 figlie. Ovviamente, dovendo crescere 3 bambini l'organizzazione dei ruoli nella famiglia è stata la seguente: padre che lavora, madre (laureata in economia) che non lavora e cresce i figli. La conseguenza è stata che io e le mie sorelle abbiamo avuto una fortissima figura di riferimento materna e una scarsissima presenza della figura paterna: ne deriva quindi un rapporto molto intimo con la mamma (a volte morboso) e un non-rapporto con il papà. Nei primi anni dell'infanzia adoravo mio padre, lo cercavo continuamente proprio perché non c'era mai e quando mi dava un minimo di considerazione ero al settimo cielo. Credo che sia stato proprio per questo che ho cominciato a interessarmi a quelle che erano le sue grandi passioni: la pittura e la musica classica; ormai adolescente, ricordo che mio padre mi portava a vedere opere liriche, concerti, mostre e musei; io crescevo e sempre più lo vedevo come un grande uomo (culturalmente parlando), era un modello da seguire e miravo a diventare in futuro proprio come lui. Questo tipo di rapporto, molto scarso affettivamente, molto profondo culturalmente è rimasto costante più o meno fino a quando non ho iniziato l'università. Purtroppo, infatti, 4 anni fa, i miei genitori si sono separati (o meglio, mio padre se ne è andato di casa). Qualche mese dopo sono venuta a sapere da mia madre (mio padre ce lo voleva tenere nascosto), che si era fatto l'amante, una ragazza di 32 anni e che si stavano comprando un attico in pieno centro per andare a viverci insieme. Tralasciando tutti gli effetti che si sono ripercossi su di me, su mia mamma e sulle mie sorelle (potrei scriverci un libro), posso dire che da quel momento per me lui è morto: lo sento 1-2 volte a settimana e lo vedo per pranzo di solito il martedì (un pranzo che dura 30 minuti perché dopo lui ha lezione); ultimamente credo di aver intuito che voglia recuperare qualcosa che crede sia rimasto ma che in realtà non c'è più (abbiamo fatto un paio di viaggi insieme alle mie sorelle) e poiché mi fa pena (e mi mantiene) io faccio finta di nulla e gli dò la soddisfazione che cerca. Da quel momento in poi sono diventata completamente apatica nei suoi confronti e lo vedo solo come "colui che mi mantiene"; non vedo l'ora di laurearmi e di cominciare (si spera!) a essere indipendente in modo tale da non averci a che fare più niente. Adesso la mia aspirazione è avere un lavoro che mi piace e perché no, un domani, costruire una famiglia basata sull’amore e sull’affetto e non sui soldi e sul potere! Questo è il rapporto, o meglio non-rapporto, che ho con mio padre, o meglio con il mio non-padre.

Web: d.repubblica.it/famiglia/2014/04/02/news/psicologia_padri_e_figlie-2070636/

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