Mario Lodi La scuola senza cattedra

Articolo pubblicato su Rocca n.7

1 Aprile 2014

MARIO LODI

La scuola senza cattedra

Domenica 2 marzo se ne è andato Mario Lodi, all’età di 92 anni. Si è spento nella sua casa di Drizzona, un piccolo paese nella campagna della pianura cremonese vicino a Piadena e a Vho, cittadine che lo avevano visto protagonista fino agli anni ’60 come maestro elementare. Territorio dove ha passato letteralmente tutta la sua vita senza sentirsi limitato da un orizzonte spaziale così contenuto. Nonostante l’età significativa, il congedo di questo grande protagonista della scuola e della pedagogia italiana del Dopoguerra lascia che permetta di fare il punto su alcuni nodi critici del sistema scolastico italiano.

Come Mario Lodi diventa portabandiera del rinnovamento scolastico degli anni ’60

Nasce nel 1922, diventa maestro elementare negli anni ’40, partecipa attivamente al movimento antifascista finendo anche in carcere e dopo la guerra incomincia a insegnare come maestro elementare, attività che porta avanti fino alla pensione che avviene alla fine degli anni ’70. Mario Lodi negli anni ’50 si avvicina al movimento freinetiano, seguace di Célestin Freinet, il grande pedagogista e insegnante francese che aveva creato il metodo della cooperazione educativa che prevedeva tutta una serie di attività, compresa la tipografia dove i bambini avrebbero potuto esercitare attivamente la loro creatività, la loro espressività e portare i loro contenuto direttamente in forme scritte sia attraverso la tecnica del testo libero inventato direttamente da Freinet che del cosiddetto giornale di classe dove venivano riportate le attività di laboratorio dove sistematicamente si svolgevano dentro le mura scolastiche. Mario Lodi aderisce immediatamente a questo movimento che in Italia si struttura nel Mce (Movimento di Cooperazione Educativa) presidiato da grandi figure del mondo scolastico italiano come Bruno Ciari, Giuseppe Tamagnini e seguito dall’Accademia pedagogica progressista di quel periodo, Aldo Visalberghi in primis, Alberto Borghi e poi negli anni ’70 Franco Frabboni, Andrea Canevaro e tanti altri. Proprio Mario Lodi nell’86, nella cittadella di Assisi, al Convegno Nazionale del Cem che organizzai io stesso testimoniava queste sue radici in questo modo. «Partecipando a questo convegno mi sono, in un certo senso, ringiovanito di circa quarant’anni; sono cioè ritornato all’atmosfera dei primi convegni a cui ho partecipato quando ero giovane. Erano gli anni del primo dopo guerra, e la gente aveva una gran voglia di vivere e di far festa, anche se nei cinema si proiettavano pellicole sul fungo atomico. Allora, giovane maestro, incontrai casualmente altri maestri delle scuole medie che avevano detto di no alla violenza del fascismo, che si erano in qualche modo impegnati nella lotta di quel tempo ed ora, finita la guerra, erano stati mandati nella scuola ad educare i figli del popolo. Essi si chiedevano: i valori che ci hanno guidati nella opposizione alla dittatura come possiamo ora tradurli nella scuola? Come possiamo farli diventare opera educativa? Che tipo di uomo e di società vogliamo costruire, ora che passiamo da un regime di dittatura a un regime di libertà democratica? È vero, c’era l’Assemblea Costituente che stava discutendo i principi fondamentali della Costituzione della Repubblica promulgata poi nel ’48. Su questi principi eravamo pienamente d’accordo. Quello che non ci andava era invece, nella struttura pubblica, la scuola così com’era, perché era ancora quella del tempo del fascismo; cioè una scuola verticista di tipo gentiliano, con in cima il ministero e sotto i suoi servitori che cercavano di creare attraverso noi operatori il consenso, l’accettazione della loro politica, della loro ideologia. Così ci siamo trovati incastrati dentro questa trappola di scuola autoritaria. Pensavamo: se è cambiata fuori la società, le leggi, i principi, i valori ecc. dovrà pure cambiare qualche cosa anche dentro la scuola » (Autori vari, Liberare l’educazione sommersa , Emi, Bologna 1988). Tutto questo spirito non si trasforma in prediche, in esercizi di contenuti, in sermoni più o meno accademici, programmi nuovi, programmi scolastici o cose del genere ma diventa la matrice di una nuova didattica, la didattica cooperativa appunto, che permette alle idee democratiche di non restare una declamazione fin troppo praticata nei convegni, nelle aule italiane, quanto una concreta esperienza dentro il contesto di una classe. La cooperazione educativa è esattamente quello che dice il termine, non si tratta di una metafora, ossia i bambini lavorano assieme, imparano lavorando tra di loro piuttosto che dalla parola del maestro. Il maestro assume un ruolo come nella tradizione della pedagogia attiva, che in Italia aveva trovato un’esponente eccezionale in Maria Montessori, di regista che costruisce, che crea le condizioni affinché i bambini lavorino fra di loro. Un dubbio che Freinet aggiunge alla vocazione di libertà della Montessori, il tocco delle teorie di Vygotskij che spingevano molto a partire dagli anni ’30 sulla valenza cognitiva della compenetrazione sociale. Nulla di nuovo per la storia della pedagogia in quanto come poi riuscirà ad applicare anche Don Milani il mutuo insegnamento, l’insegnamento reciproco è sempre stato un grande cavallo di battaglia di tutte le scuole progressiste dimostrando che l’interagire degli alunni è ben più efficace che ascoltare pedissequamente un insegnante che spiega una lezione. Mario Lodi interpreta perfettamente questo spirito innovativo. Non solo. Grandissimo merito è quello che sulla base di una capacità di scrittura letteraria indiscutibile che lo porterà a produrre racconti importantissimi proprio nell’ambito della storia della letteratura infantile, documenta il lavoro coi bambini, non viene perso niente. Questo è un punto estremamente prezioso in quanto, come sanno tutti gli insegnanti, non è mai facile riuscire a raccogliere, in termini comunicabili, la vastità del lavoro che in un anno scolastico si riesce a realizzare coi bambini. Mario Lodi ci riesce e sono libri su libri, vengono pubblicati in particolar modo da Einaudi a partire dagli anni ’60, quindi anche da Laterza. Raggiungono letteralmente il grande pubblico, sono dei veri e propri successi editoriali specialmente Il paese sbagliato , c’è speranza se questo accade al Vho, che raccontano una scuola diversa, non una scuola sovversiva come avrebbe voluto il ’68 ma una scuola semplicemente in linea con tutto quello che erano state le scoperte di psicologia dell’età evolutiva, i grandi movimenti pedagogici a partire dagli inizi del ’900. Nulla di nuovo da un punto di vista puramente tecnico. Ma con Mario Lodi lo spirito di questo rinnovamento trova una concretizzazione e una capacità di comunicazione che permette di far uscire da una nicchia elitaria di pochi eletti che condividono un progetto di eccellenza per raggiungere un pubblico letteralmente più vasto. Sono idee che vengono profondamente condivise fra gli anni ’60 e gli anni ’70. sono gli stessi genitori a chiedere una scuola dove si lavori assieme, una scuola che non generi inutile competizione precoce fra i bambini, una scuola che sia lanciata profondamente al territorio e che quindi utilizzi il territorio come materiale di apprendimento. E allora ecco Mario Lodi documentare nei suoi libri le storie scritte dai bambini, i laboratori di matematica legati all’osservazione della realtà concreta, gli esperimenti scientifici fatti sugli animali delle campagne cremonesi, una continua interazione col territorio con visite alle fattorie, alle mostre, i bambini trasformati in artisti con la creazione della pinacoteca dell’arte infantile. Ma indubbiamente per la prima volta in Italia un libro di letteratura infantile di enorme successo come Cipì non ha un vero e proprio autore ma è la produzione di un’impresa collettiva fra il maestro e i suoi bambini. È anche il riscontro scolastico di altre esperienze che si andavano diffondendo. Danilo Dolci in Sicilia raccoglieva le storie dei pescatori, dei contadini, dei disperati di Partinico, di Trappeto e li trasformava in testimonianze preziose di un mondo e di una terra qualificata semplicemente come terra di mafia e di banditi. Ma anche in Sudamerica Paolo Freire non va dimenticato, negli stessi anni inventava un metodo di alfabetizzazione popolare che diventò effettivo strumento di liberazione degli strati popolari spesso oppressi dalla società e il più delle volte analfabeti. È una scuola, quella di Mario Lodi, che rivoluziona lo spazio e il rapporto fra maestri e alunni. Lo spazio in quanto la cattedra viene sostanzialmente abolita, si usano i banchi come piano di appoggio per lavorare, per scrivere, per fare attività concrete come a livello artistico come a livello scientifico, realizzare la famosa tipografia scolastica di Celestine Freinet. Ma specialmente un cambiamento straordinario, che favorisce la figura di Mario Lodi come portabandiera del movimento di dissenso pedagogico antiautoritario degli anni ’60, ’70 è indubbiamente la rinuncia all’esercizio dell’autorità dell’insegnante come esercizio di potere. Quindi c’è una riflessione drastica se non definitiva sull’uso del voto come strumento arbitrario di giudizio. In concomitanza anche un altro grande maestro della stessa epoca Alberto Manzi veniva sospeso per 3 mesi dall’insegnamento scolastico perché aveva continuato a rifiutarsi di dare i voti ai suoi alunni utilizzando semplicemente sui documenti di valutazione la famosa formula stampata col timbro «Fa quel che può, quel che non può non fa».

Cosa ci lascia Mario Lodi?

Mentre racconto ai lettori di Rocca questa straordinaria esperienza umana, scolastica e pedagogica di Mario Lodi, mi sembra proprio di parlare di un mondo che in qualche modo ha subito una violazione. Non voglio dire che non c’è più. Ma indubbiamente la sensazione di una cesura storica è inevitabile. Allora insorge questa naturale domanda. Con la scomparsa di Mario Lodi è morto un sovversivo dell’ordine scolastico costituito, una parentesi sovversiva della scuola corretta oppure viceversa con Mario Lodi e tutto il suo movimento se ne va la figura di un maestro come dovrebbe essere un insegnante e più che altro come dovrebbe essere la scuola? Una scuola dove gli alunni imparano facendo, dove la lezione frontale non si usa, dove il nozionismo non esiste e non viene utilizzato per valutare gli alunni, dove le risorse degli studenti vengono incoraggiate e riconosciute progressivamente nel loro emergere. Ma specialmente una scuola dove gli alunni collaborano cooperano, piuttosto che una scuola triste e malinconica del non copiare, del fare da soli, dell’individualismo più nefasto come già criticato giustamente da Don Lorenzo Milani, grande amico sodale di Mario Lodi sempre in quei straordinari anni ’60. L’autorità scolastica ha già dato abbondantemente una risposta sia nel corso di questi ultimi 20 anni ma specialmente al funerale di Mario Lodi, nessuno era presente, né autorità scolastiche né autorità politiche significative. Per questi Mario Lodi e il suo movimento restano una parentesi. Il ritorno alla didattica tradizionale, al nozionismo e ormai ai voti numerici, sebbene in controtendenza a quello che succede nel resto d’Europa, sono stati assorbiti dal sistema scolastico anche se con qualche malumore, specialmente durante il tragico quadriennio della ministra di centro destra Maria Stella Gelmini. La mia opinione è esattamente il contrario, la scuola della cooperazione, la scuola della libertà e della creatività è la scuola che permette non solo ai bambini e agli alunni di diventare migliori ma a tutta la società di crescere, di trovare un beneficio dallo sviluppare al massimo le risorse delle nuove generazioni. Di certo non si può consegnare Mario Lodi ai manuali di pedagogia per i licei. Come l’esperienza di Maria Montessori, di don Milani, di Danilo Dolci, restano documentazioni inequivocabili di come si possono ottenere risultati eccezionali se si fanno le mosse giuste, se si imposta i lavoro con una metodologia adeguata, se, specialmente come ricorderebbe Mario Lodi si parte dal bambino, dai suoi bisogni, dai suoi interessi, dalle sue motivazioni profonde e lavorando nel gruppo classe si costruiscono forme di apprendimento che siano anche nuove forme di conoscenza.

Scritto da Daniele Novara

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