Litigare fa bene (basta farlo nel modo giusto)

Articolo pubblicato su Cooperazione tra consumatori

1 Agosto 2015

Litigare fa bene!
(basta farlo nel modo giusto)

Oggi c’è un grandissimo bisogno di alfabetizzazione al conflitto, per capire come gestirlo e vivere bene. A Educa il metodo innovativo del pedagogista Daniele Novara. Ecco i quattro passi per insegnare (e imparare) a litigare

Litigare fa bene, sia ai bambini che agli adulti. Basta farlo nel modo giusto. È questa (l’apparente) provocazione rivolta a genitori e insegnanti da Daniele Novara, pedagogista e fondatore del Centro Psicopedagogico per la Pace e la gestione dei conflitti di Novara, ospite della VI edizione di Educa, il festival dell’educazione dedicato a “Desiderio e conflitto”. Un tema che lo stesso Novara ha definito coraggioso perché propone una visione inedita del desiderio e del conflitto come occasioni di rinnovamento, per adottare sguardi nuovi e orizzonti inaspettati che diventano nuova possibilità di vivere e conoscere. “Il desiderio - afferma Novara - è la base dell’imparare, elemento importante che ci collega all’infanzia, quando l’apprendimento era spontaneo e dato dalla curiosità. Lo stesso vale per il conflitto: il passaggio da area di minaccia ad area di desiderio per scoprire di avere risorse che non conoscevamo è straordinario”. Dottor Novara, fin dalla prima infanzia, sia in famiglia che a scuola, ai bambini viene detto e insegnato che litigare è sbagliato. Da anni, invece, Lei sostiene il contrario, perché? Sono numerose le ricerche scientifiche che aiutano a sfatare l’idea diffusa tra gli adulti per cui i bambini a litigare si farebbero male: in realtà, nei primi 6 anni di vita, hanno una spontanea tendenza a utilizzare il coetaneo per il gioco, pertanto il loro pensiero opportunistico cerca sistematicamente la possibilità di continuare a giocare con loro e di conseguenza la capacità di creare un accordo dopo il contrasto è elevatissima. Uno di questi studi dimostra che nei primi 6 anni nel giro di un minuto i bambini sono in grado o di sospendere le ostilità o di cercare un accordo: per cui basta che un genitore o un educatore aspettino un minuto e il litigio rientra. Un’altra ricerca illustra come a livello infantile il contrasto è una componente ludica: se due bambini hanno un solo giocattolo ovviamente se lo contendono, poi alla fine possono trovare un accordo o meno. Cosa devono fare genitori e insegnanti quando i bambini litigano? Io e il mio Centro abbiamo elaborato un metodo che abbiamo chiamato “Litigare bene” che consente ai bambini di utilizzare le parole (quando sono in grado di farlo) per esprimere il proprio stato d’animo all’interlocutore con cui ha litigato, creando un setting che consente la ricomposizione del litigio. Il metodo si articola in quattro passi fondamentali, due indietro e due in avanti. Partiamo dai due passi indietro. Il primo è quello di non cercare il colpevole: un bimbo non può essere considerato tale perché sta giocando. Molte ricerche dimostrano che i bambini lasciati soli in un centro educativo arrivano a litigare 10-12 volte all’ora, mentre fratelli e sorelle addirittura 50 volte. Non si possono esaminare i litigi infantili alla luce del concetto di giustizia e pertanto un adulto che fa il giudice impedisce di sviluppare quella naturale capacità di fare da soli e creare un’autoregolazione un’autoregolazione. Il secondo passo indietro è quello di non dare la soluzione. La sovrapposizione adulta al mondo infantile in questo caso è posticcia perché il pensiero infantile è pratico e operativo, mentre quello adulto è elaborato e razionale. Quindi la soluzione adulta è incompatibile con le capacità infantili, viceversa se i bambini hanno la possibilità di elaborare una propria modalità per gestire il litigio ci riescono, perché è nella loro natura voler tornare a giocare. Quali sono, invece, i due passi in avanti? Il primo passo è far raccontare ai bambini la reciproca versione dei fatti: è un momento molto importante, perché la loro rappresentazione non è mai uguale alla realtà e talvolta l’adulto non ha visto cose equivalenti a quelle che racconta il bambino, quindi il rischio di un’interferenza è molto elevato. Questo passo è centrale nel metodo, perché si crea una decontrazione emotiva che permette ai bambini di staccarsi dal problema. In queste situazioni ad esempio noi usiamo il “sistema dei foglietti” e del conflict corner, uno spazio apposito che stiamo sperimentando con grande soddisfazione in giro per l’Italia, in cui i bimbi creano una corrispondenza sostenibile attraverso la loro modalità di pensiero. Il secondo passo in avanti è aiutarli a cercare un accordo, che però non sempre è possibile o necessario, perché a volte i bambini non lo vogliono trovare e preferiscono tornare subito a giocare. A volte gli adulti si intestardiscono a cercare un accordo ma non è un problema, devono aiutarli più che altro a trovare una decantazione emotiva. Come si devono comportare gli adulti in caso di litigio davanti ai figli? Io sono assolutamente in disaccordo con quelli che dicono che non bisogna mai litigare di fronte ai figli, perché escludere il litigio non solo è inutile, ma anche controproducente. Nell’ambito della conflittualità famigliare le ricerche dimostrano che i figli di genitori che sanno litigare bene hanno enormi benefici emotivi. Litigare bene significa condurre una discussione col partner senza sopraffazione e insulti, e noi dobbiamo insegnare ai nostri figli a litigare bene: tenere un atteggiamento assertivo senza cadere in intemperanze minacciose, saper ascoltare le ragioni degli altri, saper domandare e recepire le informazioni e infine raggiungere delle sintesi. Spesso nei media litigio e violenza vengono utilizzati quasi come sinonimi. Lei cosa ne pensa? L’idea che il litigio porti alla violenza è francamente sciocca. In realtà è vero proprio il contrario: sono la mancanza e l’incapacità di litigare bene che conducono alla violenza e all’omicidio. Purtroppo si tende a scrivere “il litigio è poi sfociato nell’omicidio” perché è una frase ad effetto. Sarebbe invece corretto affermare “la rabbia ha portato all’omicidio”, perché la rabbia non è il conflitto, bensì un’emozione primaria che può generare violenza, così come la paura; il litigio invece è una relazione culturale tra persone che richiede le giuste competenze. I media stanno sbagliando da questo punto di vista, e le persone dovrebbero proprio imparare a stare nel conflitto e fare attenzione a quelle che hanno carenza conflittuale e non sono in grado di gestire le proprie emozioni. Quindi i media possono contribuire all’educazione al conflitto? Assolutamente sì. Oggi c’è un grandissimo bisogno di alfabetizzazione al conflitto, perché la nuova frontiera della convivenza è basata anche sul gestire il fastidio e la contrarietà, e ciascuno di noi deve cercare di imparare a vivere in una società dove mettersi in sicurezza nella capacità di gestire i conflitti.

Scritto da Thomas Pastorino

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