Litigare fa bene (alla coppia)

Articolo pubblicato sul n° 44 di Intimita

6 Novembre 2015

Pensate che smettere di litigare, sopportare in silenzio, essere tolleranti e pazienti sia indispensabile per garantire l’armonia di coppia?
Niente di più sbagliato. Le incomprensioni che si ingigantiscono nel mutismo, i dispiaceri che si trasformano in rabbia, le delusioni che diventano rancore danneggiano irrimediabilmente la relazione. Allora, è molto meglio “dirsele”, cioè sapere esprimere la conflittualità e non evitare a tutti i costi gli attriti. A patto, però, di farlo bene.
Non ci si separa perché si litiga troppo, ma perché si litiga male o non abbastanza:
lo sostiene Daniele Novara, pedagogista, fondatore del CPP (Centro Psicopedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti) e docente del Master in Formazione interculturale all’Università Cattolica di Milano.
Se si impara a litigare bene, il momento conflittuale diventerà una buona occasione di ascolto e di accrescimento reciproco, una preziosa opportunità di evoluzione individuale e di progresso insieme al partner. Tanto per cominciare, non bisogna sentirsi in colpa perché si litiga. «In una coppia il litigio è inevitabile, è una forma imprescindibile della relazione, proprio perché il legame è profondo, spiega Novara. Si litiga solo con le persone a cui siamo interessati, non certo con gli estranei». Il problema è che solitamente si confondono litigio e violenza, un equivoco che impedisce di distinguere tra l’inevitabile divergenza relazionale e la distruttività reciproca che provoca conseguenze irreversibili sulle persone. Litigare bene è un vero antidoto alla violenza, perché consente di gestire al meglio la conflittualità, integrandola nella relazione e impedendo che le emozioni prendano il sopravvento e diventino demolitrici. Al contrario della violenza, «il litigio permette di fare chiarezza, di vedere altri punti di vista, di fare un’utile manutenzione del rapporto affettivo. Il litigio è una forma di accudimento e di vigilanza. Imparando a litigare bene, si impara a gestire l’aggressività: la strada giusta non è sopprimere la fonte di un eventuale gesto che può danneggiare l’altro, ma creare una manutenzione di quel gesto, una manutenzione del litigio». Perché la coppia sia più felice e comunicativa, è dunque importante sviluppare una buona competenza conflittuale, intesa come «capacità, da un lato, di fare le scelte giuste per la propria vita affettiva, adeguate alle proprie esigenze piuttosto che alle necessità sociali e, dall’altro, di gestire le contrarietà e le difficoltà che inevitabilmente ci si troverà ad affrontare». Viceversa, colui che soffre di carenza conflittuale, e che vede dunque il litigio come una minaccia all’armonia e alla serenità, è incapace di reggere la tensione e le situazioni di contrarietà che inevitabilmente si creano nell’intimità e, davanti alla fatica di affrontare la sfida della diversità, cerca di eliminare il problema, nella migliore delle ipotesi ignorandolo. Molto spesso, la possibilità di affrontare gli elementi critici della vita relazionale gli è stata preclusa nell’infanzia, poiché gli è stato insegnato che “litigare non va bene”, che è sempre meglio assecondare i genitori ed essere in tutto disponibili nei confronti degli altri. La bella notizia, però, è che a litigare, e a farlo bene, si può imparare. Come? È necessario partire dall’intimità, situazione in cui si è particolarmente esposti e che costringe a fare i conti con la nostra infanzia: con le ferite subite, le carenze del passato, le aspettative deluse.
LA FORZA DELLE EMOZIONI
Spesso, nei momenti di difficoltà in coppia, si rivivono emozioni strettamente legate all’infanzia e, nel litigio, si rischia di trasformare il nostro partner nel fantasma di nostro padre o di nostra madre. «Allora, consiglia Novara, è bene fermarsi e chiedersi: quali mie parti infantili sta toccando questa situazione?». I tasti dolenti che vengono riattivati in un contrasto sono del tutto personali e molto forti, e possono comprendere il senso di abbandono, la sensazione di esclusione, il giudizio soffocante, il non essere ascoltati, l’autorità vissuta come oppressione, il sentirsi derisi. Riconoscere che si tratta di ruoli obbligati che appartengono al passato, piuttosto che al presente della coppia, è già un ottimo passo avanti. Per lo stesso motivo, per poter costruire momenti di condivisione ed essere capaci di affrontare anche i conflitti, è fondamentale condividere le proprie infanzie, parlarne al partner. «Raccontarsi la propria infanzia non solo aumenta l’intimità, ma è anche una strategia protettiva, perché le cose non dette uccideranno la coppia. La coppia che ha segreti, anche se risalenti all’infanzia, è destinata a finire. Ci sono coppie che si separano senza sapere neanche perché: poi viene fuori una questione legata all’infanzia, mai emersa tra i partner, e tutto si spiega». Le emozioni infantili, tuttavia, sono le più difficili da gestire. Proprio perché vengono riattivate in caso di attrito, e smuovono sensazioni molto profonde, prima di affrontare una situazione conflittuale è indispensabile prendere tempo, creare una distanza rispetto alla rabbia generata al momento: l’esplosione emotiva non aiuta mai la comunicazione. Anzi, la impedisce. Lo sfogo eccessivo rende impossibile un’efficace gestione del conflitto e vanifica il tentativo di comunicare. Allora conviene applicare la vecchia regola del contare fino a dieci, o esplicitare il fatto che di quella cosa sarà meglio parlarne in un altro momento. È solo così, litigando bene, che la coppia dimostra interesse reciproco e si mantiene solida e armonica. Conclude Novara: «È grazie alla capacità di accettare che quando l’altro tira fuori delle divergenze sta facendo qualcosa che potrebbe essere utile alla coppia, e non sta semplicemente mettendo i bastoni fra le ruote, che si liberano tante energie positive».

Scritto da Sabina Spada

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