Litigare bene

Articolo pubblicato su Psicologia contemporanea luglio/agosto 2014

1 Luglio 2014

Litigare bene

Insegnare ai bambini a gestire i conflitti

Per i bambini e le bambine il litigio è un’esperienza naturale: normale, fisiologica, carica certo di emotività, ma facilmente riletta a posteriori come priva di significati diversi da quelli vissuti in quel momento. È piuttosto la reazione adulta al litigio dei bambini che disorienta: finisce per attribuire contenuti presunti e spesso errati a episodi in sé marginali, modificando inevitabilmente la percezione e il valore dell’evento. Le ricerche di psicologia dello sviluppo sull’argomento hanno contribuito a confermare alcune caratteristiche della litigiosità infantile che possono essere spiegate solo interpretandola come un evento fisiologico, un modus vivendi, una parte quasi inevitabile del giocare assieme. Prima di tutto la pervasività: Catherine Garvey (1985) documenta con le sue ricerche una media di 11-12 episodi conflittuali orari nei gruppi di bambini della scuola dell’infanzia. In secondo luogo, è da tener presente la sua base relazionale: Marina Butovskaya ha potuto verificare una correlazione positiva tra comportamento aggressivo e comportamento amicale: più sono amici, più litigano (Butovskaya e Kozintsev, 1999). Sempre la Butovskaya osserva che la riconciliazione, o comunque la conclusione di un litigio gestito autonomamente dai bambini, avviene mediamente entro un minuto dall’inizio del litigio stesso; mentre studi etologici come quelli di Shantz del 1987, dimostrano che l’attacco fisico e quello verbale ricorrono in percentuali molto basse all’interno delle strategie utilizzate dai bambini che litigano. I litigi infantili durano mediamente pochissimo e, per lo più, non sono scatenati da impulsi aggressivi intenzionali come spesso temono gli adulti. Anche nella mia ricerca psicopedagogica sul litigio infantile (Novara 2013a; 2013b), realizzata insieme a Caterina Di Chio in alcune scuole dell’infanzia e primarie della provincia di Torino su un campione di 466 bambini fra i 3 e i 10 anni, ho potuto constatare che su 113 litigi osservati nella scuola primaria e 93 microlitigi osservati nella scuola dell’infanzia, solo una minima percentuale, tra il 4 e il 5%, era da attribuirsi a un’incapacità di gestione della rabbia. In genere, come si vede nelle figure 1 e 2, con le dovute differenze tra i 3-6 anni e l’età successiva, i bambini litigano soprattutto per mimesi (il desiderio infantile di avere o fare qualcosa che ha o fa l’altro), per esibizionismo, per conflitti di interesse, per il possesso e l’utilizzo di oggetti, per l’assunzione di ruoli all’interno di un gioco o (in particolare nella scuola primaria) per motivazioni procedurali. Ma anche per i rigidi ruoli attribuiti loro dagli adulti di riferimento.

A LITIGARE SI IMPARA

Il metodo rivolto a genitori e insegnanti, che ho chiamato “Litigare Bene”, è frutto di un lungo lavoro di esplorazione sulla possibilità di insegnare a litigare. L’ipotesi di partenza, confermata dalla ricerca, è che i bambini, per tutta l’infanzia, hanno grandi capacità di autoregolarsi nei loro litigi. E qui mi trovo ad affrontare un tema particolarmente attuale: il timore che due bambini che litigano si possano fare del male. La ricerca lo ha confermato: fino al sesto anno di vita i bambini e le bambine non dispongono, anche in termini cognitivi, di un’intenzionalità consapevolmente lesiva; litigano ma non intendono far del male. In molte osservazioni e racconti di litigi l’intenzionalità non è riscontrabile, se non in quei rari casi legati a difficoltà infantili nella maggior parte “diagnosticate” in modo grave. Certo, dopo il sesto anno di vita questa intenzionalità può prendere forma, ma anche la mia sperimentazione conferma l’eccezionalità di comportamenti davvero pericolosi fra litiganti anche nella fascia 6-10 anni. I bambini tendono comunque ad autoregolarsi. Per prevenire davvero episodi pericolosi, è piuttosto importante aiutarli a sviluppare competenze opportune. L’applicazione del metodo evidenzia un incremento di competenze di gestione del conflitto. I bambini si accordano spontaneamente 4 volte di più quando l’insegnante applica il metodo maieutico, che mira a responsabilizzare il bambino, rispetto a quando l’adulto interviene a correggere il comportamento infantile. Tali dati coincidono sia nella scuola dell’infanzia che nella scuola primaria. Nelle figure 3 e 4 possiamo osservare i dati della scuola primaria. Il confronto tra i dati precedenti alla ricerca e quelli successivi, mette in evidenza che i litigi che si bloccano (accordi imposti + sospensioni), hanno una diminuzione relativa del 70%. La variazione della percentuale di accordi spontanei indica, poi, come si è detto, che questi ultimi sono quadruplicati. Questo dimostra l’efficacia dell’approccio educativo maieuticamente orientato a lasciar agire i bambini, piuttosto che a correggerli. In cosa consiste il metodo “Litigare Bene”? In due passi indietro e due passi avanti. Il primo passo indietro: non cercate il colpevole perché non c’è. «Chi è stato? », «Chi ha iniziato?», sono le domande che da sempre riecheggiano. Si accentua nei bambini l’idea di stare compiendo qualcosa di sgradevole e di rovinoso che senz’altro non piace agli adulti e, dato che i bambini vogliono per loro natura compiere azioni che gli adulti gradiscono, scatena un corto circuito: il bambino non riesce più ad agire nelle sue componenti naturali autoregolative e comincia ad attivare le antenne su quello che l’adulto si attende da lui. Si instaura così una triangolazione: non sono più i bambini che litigano tra di loro, ma il loro litigio avviene in funzione dell’adulto giudice, colui che può restituire il giusto e lo sbagliato. In questo senso la ricerca del colpevole è un atto che interferisce profondamente perché falsa la naturalezza psicologica con cui i bambini affrontano i loro disaccordi e fornisce l’occasione, specialmente nei contesti intrafamiliari, di agire un certo esibizionismo, di attivare una sistematica ricerca di attenzione. Il secondo passo indietro: non imponete la soluzione. Non esiste la risposta esatta, ma la capacità di gestire la situazione. La paura dell’adulto è che i bambini non siano in grado di agire da soli quando sono in una situazione di contrasto. Così si legittima un interventismo piuttosto coercitivo che implica la necessità di dire ai bambini ciò che devono fare. «Basta!», «Smettetela!», «Giocate senza litigare», «Fate la pace ». L’inefficacia di questo tipo di intervento, per quanto animato da equità e parvenza di imparzialità, è data dal fatto che una soluzione imposta non rappresenta ovviamente un livello adeguato di compenetrazione relazionale tra i bambini. E per questo è destinata, già di per sé, al sostanziale fallimento. Il primo passo avanti: fateli parlare fra loro del litigio. Quando c’è un litigio vi è sempre qualcosa che sfugge alla percezione dei litiganti: un’incomprensione, un irrigidimento eccessivo o una volontà dominante che prescinde dalle reali condizioni relazionali. Il parlarsi consente ai bambini di uscire da una dinamica stereotipata, da quelle modalità un po’ nevrotiche e ripetitive che possono aver assunto nel relazionarsi tra loro, per ascoltare la versione dell’altro. Questo passaggio, che fonda il metodo, contrasta con la tradizione che vorrebbe invece che i bambini tacessero. La matrice evolutiva sta, e in questo vi è anche un significato letteralmente paradossale, nel costringere i litiganti a enfatizzare la propria versione piuttosto che a negarla o a sopprimerla. Può essere realizzato in vari modi, in base dell’età dei bambini, e offre all’educatore un’occasione per attivare risorse e creatività: con le parole ma anche con elementi simbolici come disegni, e ancora meglio fogliettini scritti, nei quali ognuno riporta la propria versione e la offre al compagno. L’obiettivo è attivare un sistema di decantazione emotiva: aiutare a riconoscere le emozioni in gioco e spostare su un piano simbolico, quello appunto del linguaggio sia scritto che parlato, la comunicazione con la controparte. Le emozioni in un litigio sono veri e propri segnali d’allarme, ma poi devono poter essere sottoposti proprio allo scambio comunicativo: «Datevi la vostra versione dei fatti!». E l’adulto è il responsabile di questo importantissimo atto di reciprocità divergente. Il secondo passo avanti: favorite l’accordo fra di loro. I litiganti hanno potuto esprimere le loro ragioni: è importante ora che l’adulto, mantenendo una posizione di neutralità, aiuti i bambini e le bambine a riconoscere che entrambe, o tutte quelle fornite, sono legittime. Non c’è una ragione più o meno prioritaria rispetto all’altra, non c’è una ragione che debba più o meno soccombere o risultare svalutata dalla discussione. Ecco che i litiganti sono pronti a individuare tra loro un atto di autoregolazione. Il bambino che abbandona all’altro il giocattolo a cui ambiva; una qualche forma di accettazione dell’opinione altrui; l’assunzione di un atteggiamento conciliativo di fronte a una posizione più determinata. È un equivoco pensare che nelle situazioni conflittuali chi rinuncia sia il più debole e quindi vada in qualche modo premiato o difeso. Spesso invece la capacità rinunciativa richiede competenze e risorse interiori che invece chi non ha saputo cedere il giocattolo, la propria posizione, l’opinione, non ha ancora acquisito. Occorre piuttosto che l’adulto rinunci alla sua idea di giustizia, troppo lontana dal pensiero infantile.

IMPARARE A STARE ASSIEME

La ricerca ha dimostrato che, utilizzando il metodo maieutico, progressivamente i bambini imparano da soli a gestire i loro litigi e non si rivolgono più agli adulti. E che, soprattutto nella fascia 6-10 anni, i litigi diminuiscono considerevolmente: i bambini e le bambine hanno realizzato quel processo di consapevolezza, ma specialmente di apprendimento, che è l’imparare a stare insieme. L’importanza delle dinamiche conflittuali per la crescita e lo sviluppo della vita relazionale infantile è stata studiata e confermata da studiosi diversi. In Italia da ricercatori come Felice Carugati, Coltilde Pontecorvo, Anna Oliverio Ferraris, Silvia Bonino, Laura Bonica, Silvia Vegetti Finzi, Alba Marcoli: partendo da posizioni epistemologiche differenti sono concordi nel sostenere che il contrasto tra bambini, anche se prevalentemente in termini di interazione sul piano verbale, costituisce un motore importante di ristrutturazione e progresso cognitivo personale e sociale. Cosa possono imparare i bambini litigando tra pari? In primis ritengo che l’apprendimento fondamentale sia quello di riuscire a tirar fuori le loro risorse e a fare da soli, che poi è il ruolo delle procedure maieutiche nei processi di apprendimento: sostenere le risorse interne, i processi endogeni all’atto di imparare. Ci sono poi tre funzioni che io ritengo “protettive” perché garantiscono un imprintig positivo anche nel futuro della crescita personale. La prima è lo sviluppo della competenza autoregolativa che consiste, in una logica antinarcisistica, nell’attivare la capacità negoziale tra se stessi e la realtà esterna, armonizzando la propria volontà con quello che sta accadendo. La seconda è favorire la capacità di decentramento: è estremamente importante imparare a vedere il mondo da vari punti di vista sviluppando quella capacità plastica, già presente nei bambini, che si oppone all’altra tendenza infantile che è quella del puro e semplice pensiero dicotomico. E per ultima la possibilità di attivare la funzione creativo-divergente: individuare, nelle diverse situazioni della vita, la strategia più efficace, anche rinunciativa, alla ricerca di nuove occasioni di gratificazione e scoperta. Si impara davvero a stare insieme quando si riesce a interagire nella criticità, nella complessità delle relazioni. Non certo, o non semplicemente, quando si coopera, si lavora insieme, ci si ascolta. Così è fin troppo facile: occorre imparare la convivenza, la socialità, proprio nei contesti difficili, quando la contrarietà sembra minare la possibilità di lavorare con gli altri. Dare alle nuove generazioni l’opportunità di uscire dal tunnel della colpevolezza per sperimentarsi nella divergenza creativa, non è più una pura e semplice teoria ma una concreta possibilità.

 

Scritto da Daniele Novara (daniele.novara@cppp.it)

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