La situazione sti­molo serve per riaccendere la motivazione

Di: Daniele Novara

Costruire la situazione stimolo at­tiene alla capacità dell’insegnante, o dell’educatore, di pre­disporre o attivare situazioni adatte all’età dei propri alunni.

È la fase più complessa del lavoro maieutico, perché individuare o cogliere una buona situazione stimolo permette di definire le condi­zioni giuste per l’attività.

Facciamo un esempio

Il Giorno della Memoria, il 27 gennaio di ogni anno, può essere ottimo se utilizzato correttamente. È la data in cui, in Italia e in Europa, si ricorda ormai da alcuni anni la liberazione dei prigionieri dal campo di sterminio di Auschwitz, e come tante al­tre date rappresenta indubbiamente un’occasione di apprendimento.

Nella versione scolastica più usuale e ormai consueta, di questa giornata si approfitta per ribadire contenuti piuttosto densi di signifi­cato: il rispetto della diversità, la tolleranza, il valore della vita, il rico­noscimento storico di quello che è successo e tanti altri.

Purtroppo, or­mai capita di sentire alcuni studenti, che magari sono già al loro quinto Giorno della Memoria, che dicono: «Ah, sì, domani è la giornata della Memoria, si parlerà delle solite cose...». Viceversa, nel laboratorio ma­ieutico quella giornata, riproposta in una prospettiva di situazione sti­molo, serve per riaccendere la motivazione, uscire da una logica celebrativa e attivare un processo di ricerca.

Anzitutto va considerata l’età degli alunni. In questo caso il tema è impegnativo e richiede un pensiero che sia in grado di contestualizzare e di andare oltre gli aspetti meramente emotivi, quindi un’età di almeno 10 anni.

È difficile pensare che un bambino di 8-­9 anni, per non parlare di quelli più piccoli, possa essere in grado di metabolizzare dal punto di vista cognitivo una situazione così tragica come quella dell’Olocausto, dei campi di sterminio, della violenza perpetrata ai danni di un intero popolo, quello ebraico. Un laboratorio maieutico su questo tema può ri­guardare le classi dalla quinta elementare in poi.

Con alunni di 10 anni si può partire per esempio dalla visione di un film. Ne esistono diversi di adatti, e uno di questi è Il diario di Anna Frank, che nel complesso è abbastanza accessibile anche a bambini di questa età. 

Oppure si può scegliere un documentario sulla casa­mu­seo di Anna Frank ad Amsterdam. O, ancora, organizzare una visita al campo di concentramento (non di sterminio) di Fossoli, vicino a Carpi, o a qualche museo specifico come può essere il Memoriale della Shoah di Milano o il museo­monumento al deportato di Carpi. 

Confrontarsi con questo tipo di situazioni concrete è uno spunto molto intenso per far partire un laboratorio maieutico.

Quando gli alunni hanno la possibilità di vivere una situazione stimolo adeguata alla loro età, le domande sorgono spontanee.

Dopo averle raccolte, si può passare alla seconda fase.

La situazione Stimolo

Domande, problemi, ostacoli.

Le situazioni stimolo possono essere di tanti tipi: un articolo d’attuali­tà sul giornale, un film, per i più piccoli l’arrivo di un nido di uccellini a scuola o il rinvenimento di qualcosa in un bosco. Ma vanno benissi­mo anche eventi personali che coinvolgono membri del gruppo­clas­se, come la nascita di un fratellino, oppure l’arrivo in famiglia di un nuovo animale, o, ancora, le visite a una particolare zona o a un mo­numento della città.

Per ragazzi e giovani si possono approntare attività decisamente più complesse e intriganti, che coinvolgano a diversi livelli i processi della conoscenza.

È dalle domande che scaturisce la fase successiva, suscitata pro­ prio dalla situazione stimolo. Si tratta delle domande maieutiche, che permettono lo strutturarsi di un percorso di ricerca ed esplorazione. Le possibilità sono migliaia.

Per esempio, una situazione stimolo riguarda l’origine dei cogno­ mi presenti in classe. Ne possono scaturire interrogativi di ogni tipo: «Ma se mi chiamo Parma di cognome significa che la mia famiglia viene da Parma?»; «il cognome Rossi è davvero molto diffuso... Chis­sà come mai...»; «e il cognome Salib che cosa vorrà dire in arabo?».

Dalle domande dei ragazzi nasce un mondo di possibilità.

Si possono intervistare parenti e testimoni; studiare i siti di cognomistica; sco­ prire il senso dei cognomi derivanti dalla toponomastica, dalle pro­ fessioni, dalla storia, dall’orfanità. Per esempio, interrogarsi sui co­gnomi legati a quest’ultima condizione, come Esposito, Innocenti o Diotiallevi, consente di attivare un percorso tra lo storico e l’antropo­logico, collegabile al fenomeno dell’esposizione dei bambini che durò fino all’Ottocento; oppure sulla storia della figlia segreta di Giuseppe Verdi, anch’essa abbandonata in un brefotrofio, e quindi sulla situa­zione degli orfanotrofi nel corso dei secoli.

Gli spunti sono di varia natura, intersecano diverse discipline e fanno attivare competenze attinenti a una pluralità di materie, con l’obiettivo di sviscerare que­stioni che potrebbero sembrare banali ma, in realtà, richiedono cono­scenze e approfondimenti.

Su quante domande lavorare?

Fatto salvo che conta anzitutto lo spirito pedagogico e maieutico del laboratorio, risulta più efficace con­ centrarsi su una sola, piuttosto che su tante. Il motivo è semplice: si facilita il lavoro di ricerca ed esplorazione, rendendo il laboratorio più essenziale da costruire.

Con una sola domanda il lavoro si concentra adeguatamente senza dispersioni.

A seconda dell’età degli alunni o comunque dei partecipanti, il ruolo dell’insegnante o del conduttore nello scegliere la domanda su cui lavorare diventa più o meno significativo: maggiore con i bambi­ni, minore con i grandi.

Spetta comunque al responsabile del laboratorio orientare il grup­po nell’individuazione dei quesiti che più si prestano a sviluppare un lavoro di apprendimento vero e proprio.

Le domande meramente informative vengono scartate, in favore di quelle che creano effettivi problemi, da affrontare con un lavoro basato su ricerche ed esperienze.

Occorre però fare attenzione alle questioni eccessivamente eccentriche, che non consentono di lavo­rare assieme («È meglio mangiare le mandorle con la buccia o sen­za?»). In genere è il gruppo stesso che stabilisce la preferenza con una votazione.

L’individuazione di una domanda crea un ostacolo, e questo, a sua volta, produce l’esigenza di un’azione di ricerca.

A scuola con coraggio

Tornando al laboratorio sul Giorno della Memoria, chiedersi: «Può ancora accadere qualcosa di simile?» impone la necessità di defini­re uno spazio di ricerca che possa aiutare i ragazzi a trovare una loro risposta.

È un ostacolo, una fatica, uno sforzo sia mentale sia emoti­vo. Gli itinerari da percorrere possono essere diversi, ma la domanda è sempre quella.
Anche l’ascolto di un’intervista a un sopravvissuto può dare delle indicazioni.
Oppure la lettura dei quotidiani per una settimana di seguito, per capire se nel mondo sta accadendo qualcosa del genere. Sono tutte piste di lavoro che si possono esplorare, usan­do anche le discipline scolastiche, per affrontare quel tipo di interro­gativo.


Articolo estratto dal libro di Daniele Novara "Cambiare al scuola si può" (ed. BUR Rizzoli).

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