Il padre in panchina

Articolo pubblicato su Rocca n° 14

14 Luglio 2014

Il padre in panchina

La cronaca continua a riportarci episodi e situazioni in cui gli adolescenti sia maschi che femmine sono coinvolti in situazioni di trasgressione ad alto rischio sociale e personale: bullismo, prostituzione, vandalismi, furti e quant’altro illegale ci possa essere. È un dato di fatto che dietro queste storie ci sia una totale assenza di padre e di valori paterni. Questa constatazione non è una novità. Il caso della tossicodipendenza, attualmente in calo, ma ampiamente studiata negli anni ’70 e ’80 ha dimostrato che l’assenza del padre pesa in modo inequivocabile e sostanziale sull’utilizzo di sostanze stupefacenti e comunque proibite. Il problema non mi pare ribadire questa ovvietà. La questione riguarda, negli ultimi anni, specialmente negli ultimi decenni in Italia ma non solo, una progressiva generalizzata scomparsa del padre sullo scenario educativo degli adolescenti. Da tempo, come consulente pedagogico, ho smesso di chiedere alla coppia genitoriale che viene in studio chi fa il padre in casa, dato che la risposta era sempre la stessa, ossia la madre che alzava pazientemente la manina per dare la sua conferma. Nelle società tradizionali, come è noto, uscendo dall’infanzia il ragazzo veniva consegnato dalla madre, se non dal sistema educativo femminile, ai maschi della comunità in modo che potessero assumersi, nei suoi confronti, una specifica responsabilità. Oggi prendiamo atto che la figura del padre presenta anzitutto problemi di legittimazione. Dopo secoli di vessazione sull’infanzia e sulle figure femminili, il padre viene da tante donne vissuto letteralmente come una minaccia. Quando sia veramente una minaccia o quando viceversa sia una percezione psicologica legata ai propri vissuti personali da parte della mamma, è sempre difficile capirlo e verificarlo.

L'alienazione della figura paterna

Sta di fatto che gli adolescenti, le adolescenti, subiscono una profonda alienazione dalla figura paterna. Non si tratta pertanto e semplicemente del fatto che il padre si disinteressa dell’educazione dei figli. Il padre peluche , il mammo non è l’invenzione di qualche barzelletta, è una presenza effettiva per tutta l’infanzia. Di cosa si tratta? Di un padre che c’è, che organizza i weekend per i figli, che li fa divertire, magari anche sottraendo loro ore di sonno, che desidera e ottiene ogni sorta di benefit per i figli stessi. Un padre che va a litigare con gli insegnanti perché le cose non funzionano, che litiga con gli altri genitori perché altri bambini hanno morsicato il suo, un padre che fa i compiti ai figli. La situazione dal mio osservatorio di consulente pedagogico è profondamente cambiata rispetto alla figura ancestrale non solo del padre padrone ma anche del padre puramente assente. Quello che è in discussione oggi è il ritorno sulla scena educativa del padre. A chi fa paura? E perché questo non sta avvenendo? Quale è il muro, l’ostacolo che impedisce al padre non di tornare a fare il despota ma di avere una configurazione paterna dell’educazione dei figli. Una configurazione che agisca sull’area normativa delle regole e sull’area psicologica del coraggio, dell’avventura, della responsabilità, dell’esplorazione, della conquista della vita. Tutte le cose di cui ci lamentiamo sistematicamente della mancanza. Penso che sia lo stesso identico problema della scomparsa delle figure maschili dalle Istituzioni educative. Non parlo dei Nidi o delle Scuole dell’infanzia ma parlo proprio delle Scuole primarie e delle superiori di primo e secondo grado dove ormai la presenza degli uomini si conta in ogni scuola sulle dita di una mano. E non si tratta di questioni economiche. Ancora oggi un insegnante delle superiori di primo e secondo grado ha uno stipendio del tutto dignitoso.
Penso che il problema stia nel vivere come necessari i valori paterni nell’educazione dei figli. C’è un ripiegamento sui valori del maternage , dell’accudimento, della protezione. Bisogna stare bene con i figli, bisogna che i figli ci parlino e che noi parliamo con loro, che si sentano a proprio agio con i genitori. La gradevolezza diventa spesso una misura tirannica nella relazione con i figli, facendo dimenticare la responsabilità educativa in quanto tale. Quando in adolescenza si pigia il pedale unicamente sul dialogo, sul confronto, sulla confidenza, addirittura sull’amicalità, la crescita si ferma, i ragazzi, le ragazze restano bambini, perdono la consapevolezza delle tappe evolutive che devono affrontare e superare. Finiscono così coll’affogare in una palude di buoni sentimenti, di morbide disposizioni che li portano non tanto verso comportamenti trasgressivi e pericolosi ma senz’altro verso un’assuefazione all’indolenza e alla mancanza di coraggio che è quanto di meno auspicabile ci sia oggi nella nostra società in un momento di crisi, di fatica, dove il rimboccarsi le maniche è necessariamente l’unica cosa che possiamo fare tutti assieme.

La convergenza educativa sul padre

Ai genitori che vengono in consulenza pedagogica portandomi situazioni più o meno pericolose di adolescenti in ritardo sulle tappe della vita propongo senza mezzi termini una strategia che è totalmente assunta alla psicologia dell’età evolutiva, ossia la convergenza educativa sul padre nel periodo preadolescenziale e adolescenziale. Di cosa si tratta? Si tratta di mettere in pratica quella che è la constatazione iniziale da cui siamo partiti e di cui peraltro tutti sono consapevoli e parlano: se l’infanzia è l’età educativa dove la prevalenza è quella della madre e dei valori materni di accudimento e di costruzione di una gratificazione personale fondante anche la sicurezza e l’identità, l’adolescenza, a partire dalla preadolescenza è invece l’età del padre, non solo come figura maschile ma padre come valori paterni. Spesso e volentieri il padre non c’è in adolescenza. Separazioni terribilmente laceranti oppure allontanamenti o situazioni di lutto presentano famiglie dove il padre non è letteralmente operativo. Ci sono poi famiglie dove il padre esiste ma effettivamente è solo sulla carta. Queste ultime non sono la maggioranza. La stragrande maggioranza delle situazioni genitoriali sono quelle del padre che sta nello sgabuzzino, che resta in panchina, del padre che non viene utilizzato dal sistema famigliare come padre, del padre che o rinuncia o è costretto a rinunciare al suo ruolo. Durante tutta l’infanzia, fino ai 10 anni, la mamma ha avuto un ruolo prevalente nella gestione dei figli, non tanto perché ha deciso da sola senza consultare il partner, ma perché ha sempre avuto una maggiore responsabilità nella comunicazione educativa. Fino a 10 anni i figli tendono a rivolgersi a lei che viene vista giustamente come il loro referente principale. Si tratta di un gioco di squadra dove la mamma gioca più all’attacco e il padre un po’ più nelle retrovie. Viceversa nella pre e nell’adolescenza arriva il tempo del padre. A questa età le funzioni di accudimento materno si sono sostanzialmente esaurite. I ragazzi affrontano il lungo cammino che progressivamente li porta sempre più fuori dal nido famigliare in un allontanamento che i genitori spesso subiscono piuttosto che affrontare come se fosse una tappa necessaria e indispensabile della loro crescita. Giustamente si lamentano che i ragazzi abbiano trasformato la casa in un albergo dove vanno e vengono o che usano come una pura e semplice suite per il loro divertimento e il loro relax. Viene l’ora del padre che ha proprio la funzione di sostenere e regolare i figli nel passaggio dall’infanzia all’età adulta. È un periodo molto lungo che va dai 12 ai 24 anni reso sempre più difficile da modalità educative troppo orientate alla gradevolezza e alla conversazione. In realtà ogni adolescente ha bisogno di un genitore resistente che non vuol dire duro o rigido ma vuol dire una figura educativa che sa negoziare le regole, presidiarle, delimitare i necessari argini alle eventuali trasgressioni. Occorre coraggio piuttosto che divieti. La protezione che i genitori devono assicurare è quella di aiutarli ad affrontare le fatiche, i conflitti, le frustrazioni ma anche le conquiste di un’età dove si scopre la sessualità attiva, l’importanza del gruppo dei pari, le vacanze da soli, l’uso dei soldi, l’utilizzo autonomo delle tecnologie e i primi successi nella vita. Concretamente il padre si pone in una posizione di negoziatore delle regole di convivenza e delle scelte relative alla vita adolescenziale. La madre evita la gestione diretta di questa negoziazione accordandosi preventivamente con il padre. Lo stesso gestisce la paghetta, gli orari, le uscite. La madre rinuncia deliberatamente al front office educativo col figlio passando la palla al padre anche quando è fisicamente assente. «Ne parlo col papà» diventa una frase in funzione di un progetto educativo e non una spaventosa e arcaica minaccia. Per alcune coppie, anche separate, si tratta di una vera e propria rivoluzione, in quanto nel passaggio dall’infanzia all’adolescenza non è cambiato nulla nei ruoli educativi. Se realizzata con determinazione e senza tentennamenti la convergenza educativa sul padre ottiene risultati anche in situazioni difficili come disturbi alimentari, ritiri scolastici, incontinenza emotiva, videodipendenze e situazioni di indolenza esistenziale. Da ultimo ma non per ultimo, succede che il padre sia proprio sparito o fisicamente o da un punto di vista educativo. Succede purtroppo. Alla madre non resta che adottare codici e modalità unicamente paterni rinunciando senza incertezze ad ogni forma di accudimento materno. Indugiare col maternage quando i ragazzi vogliono allontanarsi staccando la spina dal nido infantile, rischia di creare pericolosi corti circuiti. «È la resistenza dell’aria che consente il volo» ricordava Kant, una frase che è anche un viatico per un’adolescenza che si indirizzi verso l’età adulta piuttosto che coltivare nostalgie di infanzia perduta.

Scritto da Daniele Novara

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Immagine laterale Rocca n°14