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L'alfabetizzazione al conflitto per una nuova cittadinanza

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Il diritto di litigare in pace

Articolo pubblicato su Rocca

1 Dicembre 2009

Il diritto di litigare in pace

I bambini fanno i capricci, disturbano, sporcano e si sporcano, picchiano, litigano, urlano e piangono anche a sproposito e senza mai capire quando è ora di finirla e quando non è il caso. I bambini, cioé, continuano imperterriti a fare i bambini, nonostante per anni i pedagogisti, gli psicologi e tutti coloro che accompagnano e supportano i genitori e gli educatori si siano sforzati di cercare e suggerire ricette aspiranti all’armonia e alla felicità familiare e relazionale. Ma l’ideale del «bravo bambino» è un mito: tanto ambìto quanto impossibile da realizzare, per ottenerlo spesso si paga un prezzo molto, troppo, caro. Come è nato questo mito? Dal punto di vista storico-sociologico l’ambizione all’armonia e alla serenità familiare, l’idea di famiglia come ambito di affetto, amore, sentimenti e relazioni fondate sulla gratuità e l’intimità, nasce nel Novecento assieme al movimento pedagogico, sociale e politico che concentra la sua attenzione sui bambini e conduce a una privatizzazione della relazione con i figli. Prima di allora la famiglia era soprattutto un contratto sociale basato sulla convenienza, i figli garantivano la sussistenza nelle classi meno abbienti o assicuravano una discendenza ai ceti benestanti, e sostanzialmente non crescevano in casa ma per strada o affidati a balie e tate.

Il mito del bravo bambino

Con l’evoluzione del concetto di famiglia anche i figli acquisiscono un nuovo ruolo: nascono per favorire il benessere familiare e per unirsi all’armonia affettiva, sono portatori di una speranza, di una promessa di felicità. Però, a un certo punto, questo ideale di felicità e armonia diviene prescrittivo e il conflitto, i contrasti, le difficoltà della relazione educativa stentano a trovare un loro senso e un loro ruolo. Da qui il mito del «bravo bambino»: una famiglia dove il bambino crea problemi, litiga, si oppone, fa i capricci è una famiglia in crisi, non sa educare i propri figli, ha fallito il proprio scopo. Peccato che i bambini siano appunto per loro natu ra oppositivi e il conflitto, con i coetanei, con i fratelli, con gli adulti, non sia in realtà un problema ma piuttosto un’esperienza quotidiana che può trasformarsi in un’occasione di apprendimento privilegiato. A travisare il valore del conflitto tra bambini hanno contribuito anche anni di pedagogia tradizionale e moralistica dall’atteggiamento profondamente giudicante: il litigio è sempre stato letto come una parentesi problematica, un intoppo all’interno dell’ordine e dell’armonia da ristabilire il prima possibile. Da qui l’impostazione di un’educazione (che tutti abbiamo più o meno sperimentato) incentrata sulla stigmatizzazione della litigiosità come elemento di colpa, di errore, di sbaglio, di qualcosa di inquietantemente tragico. Proibito litigare e, in caso di conflitto, l’adulto-giudice individuava il colpevole che era punito per non essere stato capace di stare assieme agli altri, di rispettare le regole della convivenza. «Smettetela subito di litigare!», «Chi ha cominciato? », «Se litigate ancora una volta vi metto in castigo!»: il giudizio adulto ordinava di evitare ogni forma di rottura, di disturbo, di opposizione, di contrasto. L’idea che la convivenza si fondi sull’assenza di conflitto è però un’idea profondamente errata oltre che irrealistica. Ciascuno di noi sperimenta nella propria esperienza relazionale quotidiana diversi e numerosi conflitti e, piuttosto che contrapporre la dimensione del litigio e dello scontro a quella dell’incontro, dell’ascolto e della comprensione reciproca, occorrerebbe riflettere che si tratta di due facce della stessa medaglia, due poli della stessa competenza sociale. L’incontro vero e la comprensione reciproca effettiva, anche in famiglia (1), nascono grazie alla capacità di vivere e affrontare lo scontro e il conflitto come momento dello «stare con» l’altro, come occasione di riconoscimento e di esercizio di apertura e accettazione reciproca. La convivenza nasce dal conflitto, non a prescindere da esso. Un conflitto non va risolto (per ritornare all’armonia perduta...) ma va gestito: occorre imparare a riprendere la comunicazione e vedere se e come si è in grado di mettere in gioco risorse e apprendimenti per contenerne gli aspetti più difficili e pericolosi.

Litigare è un diritto dei bambini

Si capisce allora perché è fondamentale lasciare ai bambini la possibilità e il diritto di litigare. Un bambino che non ha potuto imparare a litigare da piccolo diventerà facilmente un adulto con difficoltà a riconoscere la differenza fra la violenza e la legittima necessità di esprimere le proprie opinioni, di esplicitare le situazioni di conflittualità, di affrontare in maniera costruttiva le problematiche relazionali. L’incompetenza nell’esplicitare e gestire i conflitti fa sì che essi si mantengano in quell’area di occultamento e colpevolezza che aggrava la situazione relazionale, impedendole di sviluppare le sue potenzialità evolutive. Per questi motivi la psicopedagogia moderna considera i litigi tra bambini come organici contributi allo sviluppo della persona e all’acquisizione di autonomia e competenze relazionali più evolute, fondate sulla conquista personale e non sulla proibizione. Attraverso il litigio il bambino impara a riconoscere se stesso e gli altri, scopre il senso del limite (la presenza dell’altro, adulto o bambino come argine al proprio naturale narcisismo e alla propria onnipotenza), individua, grazie alla resistenza che incontra, le proprie capacità e i propri difetti, impara a sbagliare, a scoprire l’errore come momento evolutivo e creativo, a gestire le proprie forze e a misurare quelle degli altri. Il litigio è una forma profonda di autoconoscenza, legata alla necessità di distinguere se stessi dagli altri, sviluppando la capacità di tenere conto della presenza altrui e di separare e individuare la propria opinione: una grande esperienza di differenziazione, autonomia e competenza relazionale.

Conflitto e violenza

Ovviamente si parla di conflitto e non di violenza. Conflitto e violenza sono due cose ben diverse, che però nel linguaggio e nell’idea comune tendono spesso a sovrapporsi creando non pochi problemi nel mondo degli adulti come in quello dei bambini. Occorre ricordare però che prima dei sette anni non è possibile parlare di intenzionalità dell’atto violento, non è presente la violenza perlomeno nei termini in cui la intendono e percepiscono gli adulti. Certo, nei conflitti tra bambini è indubbiamente presente una buona dose di fisicità dato che la verbalizzazione non è ancora sufficiente ad esprimere le emozioni, ma la violenza intenzionale (è un’altra cosa). Anzi, tra bambini non si può neanche parlare di vero e proprio conflitto, quanto piuttosto di bisticcio, di microlitigio: fino ai sei anni di età, dal punto di vista psicoevolutivo, non è presente nei bambini il pensiero reversibile, quello che consente di avere memoria delle offese ricevute e questo impedisce che si sviluppi rancore o sentimenti di vendetta tipici dei conflitti adulti. Anche per questo i litigi tra bambini si caratterizzano per la loro istantaneità: è molto facile che i due contendenti si riconcilino in breve tempo e difficilmente il litigio si protrae a lungo (2). I bambini hanno una capacità innata di far pace: una ricerca realizzata da un gruppo di antropologi russi ha fatto emergere come difficilmente, prima dell’adolescenza, si possano formare inimicizie stabili tra membri di uno stesso gruppo, classe, squadra, ecc. (3). Prima dei tre anni poi assistiamo a «scontri» che sono piuttosto di tipo animalesco, che prescindono da motivazioni reali e somigliano soprattutto a forme di difesa del territorio. Dopo, i litigi si attivano in base a motivazioni concrete che attengono all’area della frustrazione: qualcosa o qualcuno che impedisce di raggiungere lo scopo prefissato; il desiderio di qualcosa o la sua mancanza.

Gestire i litigi come occasioni formative

Sono tre i criteri a cui ci si può attenere per fare in modo che i bambini possano vivere bene il loro litigio e mantenere la neutralità empatica, stimolare la decantazione narrativa; sostenere il bisogno di ricostruire il rapporto. Il criterio della neutralità empatica si può riassumere nel: «Evitare di cercare il colpevole». Questo è il compito più difficile per l’adulto che spesso, chiamato in causa come riferimento e anche in parte gratificato dal ruolo di giudice che gli viene assegnato dai bambini, tende a intervenire continuamente. I vissuti psichici fanno poi la loro parte: fantasmi di soprusi antichi e bisogni di risarcimento rischiano di portare l’adulto ad allearsi anche inconsciamente con il più debole finendo per esserne manipolato e per impedire alla «vittima» di acquisire una propria autonomia. È poi difficile che in un conflitto tra bambini si possa chiaramente individuare un colpevole e spesso l’intervento dell’adulto non fa altro che aumentare la percezione della gravità di un problema, che spesso è banale, ma che assume un significato di maggiore importanza proprio per l’intervento di un «grande ». Tra fratelli poi il ricorso e l’intervento continuo della figura materna o paterna finisce per alimentare la scontrosità: il litigio è anche una richiesta di attenzione e se litigando si ottiene questa attenzione, l’equazione è presto fatta: più si litiga meglio è. Il primo criterio è quindi quello della neutralità: l’educatore non è un giudice ma ha il compito di trasformare le esperienze infantili in occasioni di apprendimento. Per questo, nel momento in cui si viene chiamati in causa o in cui si interviene per evitare che il litigio degeneri l’importante è restituire la situazione ai bambini, mettendo tutti i contendenti in condizione di esprimersi e di spiegare cosa è successo e perché. Un secondo aspetto da ricordare è allora quello della decantazione narrativa. Si tratta del: «Dammi la tua versione ». È molto importante che ciascun bambino possa spiegare i fatti senza esercitare o subire comportamenti minacciosi e senza insultare. Si può spiegare, o disegnare o scrivere, si può lasciare del tempo perché le emozioni, se troppo forti e difficili da gestire, decantino e trovino uno sbocco nell’esplicitazione. Questa modalità gestionale ha due vantaggi: stimola la capacità di trovare modalità espressive del conflitto e spesso, aspetto non irrilevante, funziona da deterrente nei confronti dei bambini che tendono a ricorrere troppo all’intervento dell’adulto e a delegare la gestione della situazione. I bambini se vogliono aver ragione si devono impegnare, devono far fatica, e questo facilmente ridimensiona la percezione del problema e stimola a trovare accordi e un equilibrio in autonomia. Nel «Dammi la tua versione » appare vincolante ed efficace costruire un’occasione di dialogo tra i due contendenti. Sono loro che hanno il problema, e loro possono parlarsi e chiarirsi. Il terzo criterio riguarda i rituali. Un litigio crea comunque una ferita relazionale, che può essere interpersonale ma anche di gruppo. Occorre allora darsi il tempo di ricostruire il rapporto, supportando i bambini nel trovare momenti e modi per recuperare il legame. La ritualità, la possibilità di avere dei momenti comunitari in cui i litigi vissuti vengono affrontati e in cui si individuano modalità di riconciliazione di gruppo (4) consente di riallacciare le relazioni compromesse e di acquisire competenze di mediazione e negoziazione molto importanti nell’alfabetizzazione al conflitto. Ritengo le nuove generazioni decisamente più pronte e inclini del passato nell’assumere le complicazioni relazionali come essenza e forza vitale dello stare assieme.

Scritto da Daniele Novara
 

Note

(1) Si veda in merito alla relazione tra genitori e figli il nuovo libro: D. Novara, Dalla parte dei genitori. Strumenti per vivere bene il proprio ruolo educativo, Franco Angeli, Milano 2009.

(2) Si veda: W. Corsaro, Le culture dei bambini, Il Mulino, Bologna 2008.

(3) Da: A. Oliviero Ferraris, Dai facciamo pace!, «Corriere salute», pp. 32-33, supplemento al «Corriere della Sera» del 16 giugno 2002.

(4) Alcuni strumenti in questo senso possono essere il «Cestino della rabbia» che individua un «luogo» fisico a cui affidare le proprie emozioni difficili, o il «Tavolo della pace» in cui con il supporto di un mediatore ai bambini è data la possibilità di individuare un accordo e ricomporre la frattura che il litigio ha provocato. Per maggiori informazioni: Centro Psicopedagogico per la Pace e la gestione dei conflitti, Piacenza, www.cppp.it

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