I grandi siamo noi. Dimenticarlo costa caro

Articolo pubblicato su Blog la 27esima ora, Corriere.it

6 Ottobre 2012

I grandi siamo noi 
Dimenticarlo costa caro

«Un incontro per genitori: un papà mi chiede se può usare la paghetta come punizione: toglierne un po’ alla figlia (5 anni) disubbidiente… Per me, due orrori in uno», commenta l’educatore Daniele Novara. «Una mamma mi racconta del figlio, 4 anni, che fa sempre quel che gli pare. Poi, per dimostrarmi quanto sia “avanti”, mi dice: pensi che quest’estate ha scelto lui dove andare in vacanza, voleva vedere la Cina», racconta Anna Oliviero Ferraris, docente e psicoterapeuta dell’età evolutiva.

Esempi, tra i tanti che gli esperti di famiglia e infanzia collezionano quotidianamente. Che dicono quanto la situazione ci stia sfuggendo di mano. Quanto nella nostra generazione i bambini siano sempre più chiamati a decidere al posto dei grandi, costretti a prendere posizione.

Bambini «adultizzati», che scelgono i corsi da frequentare, la scuola, cosa si fa nel weekend. In quale casa restare quando mamma e papà non vanno più d’accordo…

Quelli che Irene Bernardini psicoterapeuta con grande esperienza di conflitti, genitori e figli descrive nel suo libro «Bambini e basta» (Mondadori). Bambini che avete presente di sicuro, che non andrebbero a letto mai, interpellati su tutto («che cosa vuoi mangiare amore?»), super protetti dalla fatica di imparare a vivere, ma costretti a dare corpo a un’immagine da vincenti.

E che, loro malgrado, si trovano anche a farci un po’ da mamme e da papà. Bambini, in fondo, soli. Perché lasciati soli a decidere, quando siamo noi a dover decidere per loro. Mentre noi, gli adulti, dice la psicologa, siamo, all’opposto, «infantilizzati»: sempre più insicuri e fragili. Incapaci di governare le nostre vicende personali, scarichiamo responsabilità e compiti sui figli.

Quanti ne vediamo di bambini così? «Tanti — assicura Daniele Novara, arrabbiato con un Paese orfano di pedagogia —. Sono più di vent’anni che assistiamo a questo ribaltamento dei ruoli. Siamo passati dal padre-padrone al padre-peluche, una figura di genitore morbida, compiacente, gratificante. Che non ama stare nel suo ruolo, si trova a disagio. Dal disordine esce un “figlio tirannico”». Oppure quello che Susanna Mantovani (docente di Pedagogia, prorettore all’Università Bicocca di Milano) chiama: «figlio disorientato». È l’altra faccia del rispetto, dice. Dal «decido tutto io» si è passati al «non decido niente».

L’eccesso di scelta manda i piccoli in confusione. Invitare il bambino a dire «voglio» crea uno squilibrio, mentre l’educazione è questione di equilibrio. Un equilibrio che cambia a seconda dei tempi e delle circostanze.

 La tendenza a non scegliere ciò che è giusto per il figlio, la pigrizia emotiva, caratterizzano questo tempo. «Io preferisco un genitore che si impone un po’, magari anche sbagliando, a un educatore fragile, che rende i bambini insopportabili e confusi». Rinunciando al compito di far loro conoscere il mondo, aspettando che si comportino da adulti, certi genitori si sfiniscono, si arrabbiano, sprofondano nell’impotenza e cedono sempre di più.

«Credono di farlo per amore, invece lo fanno per sé, perché non sanno che un bambino è soprattutto piccolo. Che ci vuole un gran lavoro dei grandi per aiutare un bambino ad affrancarsi, poco alla volta, dai suoi desideri assoluti», sostiene Bernardini.

Se i nostri bambini crescono troppo in fretta, è anche colpa della società del consumo, dice Anna Oliverio Ferraris, che qualche anno fa ha dedicato un libro — «La sindrome Lolita», Rizzoli — a questi adulti in miniatura:

«Siccome devono diventare anche loro degli acquirenti, si spingono il più presto possibile verso l’adolescenza convincendoli che sono molto più maturi di quanto non siano e che possono scegliere autonomamente».

Gli studi degli psicologi ci dicono che i bambini oggi sono più svegli, più intelligenti. «Ma si fa confusione tra intelligenza e maturità, che è fatta di anche di crescita emotiva, di esperienza — avverte la psicoterapeuta —.I nostri bambini possono capire più di quello che emotivamente sono in grado di reggere».

Invertire la rotta è possibile? Sì, secondo Novara. Cominciando a dire qualche no, senza sprofondare nei sensi di colpa. Poi? «Sospendere le discussioni. Si chiede ai genitori di parlare tanto con i figli, ma l’educazione viene prima. Il discussionismo provoca nei figli un senso di solitudine». Infine, dice — e lo spiega anche in un manualetto appena uscito, «L’essenziale per crescere» (Mimesis) — bisogna evitare ogni forma di «servizievolezza»: e cioè fare «le cose che san fare i bambini, solo perché i bambini non le vogliono fare». Esempio? Ti taglio la pizza a sei anni o ti raccolgo la forchetta perché tu non hai voglia di farlo. Novara è speranzoso: «Questa è una generazione di genitori molto ingaggiati, che vogliono fare il meglio possibile». Mantovani vede la strada in salita: «A volte bisogna avere il coraggio di farsi aiutare da un esperto».

E Bernardini: i bambini non sono più «i bastoni della nostra vecchiaia», come li chiamavano i nonni. E non possono essere le nostre bussole.

Hanno bisogno che noi siamo grandi. Che assecondiamo non i loro desideri ma i loro bisogni. E noi abbiamo bisogno che loro siano piccoli. Bambini. E basta.

Scritto da Antonella De Gregorio

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