Educare alla cittadinanza

Articolo pubblicato su SCUOLA MATERNA N. 11

Educare alla cittadinanza

Considerazioni e indicazioni dall’esperienza di consulenza.

Spesso, quando parliamo di educazione, non sappiamo più di cosa stiamo esattamente discutendo: le parole perdono progressivamente il loro significato e, soprattutto, si sta trascurando quel sapere pedagogico che è invece importante per avere i punti di riferimento, le coordinate, che consentirebbero di affrontare efficacemente le sfide educative della società in cui viviamo. Occorre, se si vuole capire come educare questa generazione di futuri cittadini, cominciare a guardare alla realtà con uno sguardo seriamente pedagogico e cercare di acquisire una maggiore consapevolezza della situazione dell’infanzia attuale.

DA “TIRANNEGGIATI” A “TIRANNICI”?

Da queste premesse nasce la prima indicazione: l’infanzia degli educatori non è più, e non deve più essere, un parametro, un riferimento per l’azione pedagogica. Ci troviamo in un periodo storico in cui il riferimento al passato non è utile, anzi può trasformarsi in problema. Talvolta la passione pedagogica nasce dalla necessità di riscattare qualcosa della propria infanzia che forse non è andato esattamente come sarebbe dovuto andare: noi educatori spesso proveniamo da infanzie un po’ vessate, da un periodo storico in cui il bambino era in qualche modo tiranneggiato da adulti che non lo capivano, non lo ascoltavano, non prendevano in considerazione i suoi bisogni. Oggi però ci troviamo in una situazione completamente diversa, direi quasi ribaltata, e quindi il riferimento al passato diventa una complicazione, un equivoco pericoloso che non consente una corretta lettura dell’attualità. Oggi normalmente i bambini, se non in casi palesemente seguiti dai servizi sociali, non sono tiranneggiati. Avviene piuttosto il contrario: i bambini e le bambine decidono a che ora andare a letto (e la media oraria di sonno di questa ultima generazione è calata di un’ora), decidono dove passare le vacanze, comandano, guidano i genitori nella loro educazione. Non intendo giudicare questa situazione ma ritengo fondamentale acquisirne consapevolezza: non possiamo continuare ad accanirci, anche in senso sanitario, sui casi limite prendendoli come unica misura di un possibile discorso pedagogico, perché questo ci impedisce di capire quello che sta succedendo e di operare quindi di conseguenza. Oggi il fenomeno emergente dal punto di vista pedagogico, in tutti i paesi industrializzati, è quello dei bambini tirannici. Sta diventando una questione sempre più seria e che ha delle incidenze enormi sia sul sistema scolastico che su quello della cittadinanza. Cosa si intende per “bambino tirannico”? Un bambino che è cresciuto in un contesto in cui il discorso sui suoi diritti è stato così allargato da essere travisato e trasformato in atteggiamento narcisistico. Un esempio. Partendo da una percezione che avevamo, legata alle tante consulenze pedagogiche effettuate come Centro Psicopedagogico ai genitori, abbiamo deciso di svolgere una ricerca per verificare quanti bambini di sei anni (prima elementare, settimo anno di vita, pensiamo alle riflessioni di Piaget su questa fascia d’età) dormivano ancora nel lettone. Lo abbiamo chiesto direttamente ai bambini tramite le loro maestre. Le risposte hanno purtroppo confermato il nostro timore. Il 20% dei bambini e delle bambine dorme stabilmente nel lettone. Un bambino su cinque! Sono convinto che questi bambini saranno i prossimi inevitabili clienti di psicoterapeuti dell’età adolescenziale: quindi, o prepariamo team di specialisti per affrontare le problematiche che questi bimbi svilupperanno in futuro o, cosa che ritengo molto più efficace, lavoriamo per aiutare i genitori a capire che ci sono dei limiti, che ognuno deve stare al suo posto, che ci sono dei ruoli. Torniamo all’inchiesta: un altro 40% di bambini non si trova in una situazione migliore. Si tratta di bambini che non dormono stabilmente nel lettone ma vagano. Arrivano nel lettone il mattino, ci si addormentano e poi vengono spostati, oppure nelle situazioni anche più problematiche arrivano nel lettone e uno dei due genitori si sposta nel lettino. Se quindi guardiamo la situazione attuale, dobbiamo constatare che tre bambini su cinque alla fine del periodo edipico, nel settimo anno di vita, dormono ancora nel lettone. Dal punto di vista pedagogico questo significa che hanno passato tutto il periodo della cosiddetta frustrazione edipica dormendo in mezzo ai genitori. Si può credere o non credere alle teorie di Freud però non si può non riconoscere che la frustrazione, l’incontrare dei limiti, è un elemento fondamentale per crescere. Questi bambini che concetto avranno di cittadinanza? La logica in cui vivranno la cittadinanza sarà soprattutto quella dell’onnipotenza. Si sono infilati nel talamo (uso questo termine arcaico ma denso di significato perché il lettone è proprio questo) e non hanno incontrato sostanziali resistenze. In genere i genitori giustificano la presenza del piccolo nel lettone motivandola con: “Altrimenti piange”. Da cui però emerge un altro spaventoso equivoco pedagogico: pensare che automaticamente il pianto infantile denoti sofferenza! Si perdono le conoscenze pedagogiche di base e si finisce così per travisare la realtà. Viviamo in un’epoca che ha sostituito l’autoritarismo di un tempo con queste modalità di apparente tutela, cura e protezione, modalità che però sono pericolose per lo sviluppo autonomo e creano una dipendenza inquietante. Corriamo il rischio poi, data la situazione di emergenza educativa che si viene a determinare, di riproporre quello stesso autoritarismo sotto forme semplificate e ancor più inefficaci nell’affrontare i problemi attuali. È molto importante perciò che gli educatori che non vogliono correre quel rischio svincolino il lavoro pedagogico dai vissuti della propria infanzia. La nostra infanzia è consegnata alla Storia, i bambini di oggi sono bambini e bambine completamente diversi e vivono in un mondo completamente diverso. Pensiamo anche ad esempio alla competenza tecnologica: oggi i bambini di quattro anni usano tranquillamente computer, videogiochi, anche eventualmente la Playstation. Oppure pensiamo a fenomeni meno palesi come quello collegato al concetto di pudore. Oggi i bambini vivono in casa una promiscuità molto accentuata e non mi riferisco solo al dormire nel lettone ma anche a tutta una serie di altri fenomeni che, attuati nella logica dell’emancipazione, divengono in realtà occasioni di controllo. Se pensiamo che ancora oggi l’Italia è il paese in Europa con il minor tasso demografico non possiamo non renderci conto che i bambini sono pochi, controllati in tutto, seguiti pedissequamente, e spesso trasformati in figure talmente “venerate” da risultare tediose e tiranniche. Ma questo non è un vantaggio per i bambini, è piuttosto fonte di sofferenza. Nel momento in cui ci interroghiamo sull’educazione alla cittadinanza è importante riflettere su questi aspetti. Come educatori, infatti, la domanda che ci dobbiamo porre riguarda l’apprendimento: impostare una strategia educativa per insegnare ai bambini ad avere buone relazioni significa aiutare i bambini a imparare quello che a loro serve per diventare grandi. Il nostro punto di vista non è quello psicologico e neppure eventualmente quello etico, ma quello pedagogico. E quindi dobbiamo essere consapevoli che in questa fase storica di emergenza educativa, dal punto di vista pedagogico ci troviamo a gestire una situazione in cui raramente si vuole che i bambini diventino grandi, in cui prevale un’attenzione esagerata, a volte anche morbosa, un eccesso di controllo e di protezione spesso richiesti anche alle istituzioni educative. Si vorrebbe non solo quello che io chiamo il “genitore peluche”, una figura ormai sostanzialmente votata al consumismo, ma anche l’“educatrice peluche” una figura ancor più grottesca che impedirebbe, se veramente dovessimo acquisirla, proprio di educare.

COLTIVARE UNA CULTURA DELLE REGOLE

La seconda indicazione è: stiamo attenti a non ridurre l’educazione alla cura. Il CPP, riflettendo su questi aspetti e sui ruoli educativi, ha elaborato la distinzione tra codice materno e codice paterno. Non è una distinzione di genere ma è piuttosto una distinzione culturale, psicologica ed educativa, che separa il ruolo educativo paterno dal ruolo educativo materno. Durante le consulenze pedagogiche con le coppie di genitori scopro che oggi spesso il ruolo paterno è esercitato dalla mamma. Da un certo punto di vista questo aspetto è positivo: la figura del padre-padrone non è più attuale e, nonostante ultimamente qualcuno si lasci tentare dall’idea, è sicuramente difficile avere nostalgia di quei padri che minacciavano i figli con la cinghia dei pantaloni. Non abbiamo bisogno dei padri padroni adesso, però i valori e il ruolo paterno non possono scomparire. Tra questi c’è, ad esempio, quello edipico: il padre che impedisce al pargolo di entrare nel lettone. Parlo del padre in un senso metaforico: intendo quella figura che crea una frustrazione evolutiva, per cui quello che il bambino non può fare oggi lo potrà fare domani se se lo conquista, se diventa per lui un’area di esperienza. Non ti metto sull’albero, faccio in modo che tu, a poco a poco, impari a salire sull’albero. Non vado dall’allenatore di calcio a minacciarlo di farti giocare, faccio in modo che tu possa migliorare le tue prestazioni, oppure semplicemente ti propongo un altro sport. Questo è il codice paterno: responsabilizzare, stimolare alla conquista della vita, al meritarsi la vita; in altri termini: dare regole, porre limiti. Analizziamo il tema della regola. È una questione importante, l’ambito pedagogico specifico di genitori ed educatori, e ci aiuta ad affrontare il discorso sulla cittadinanza. Quando chiedo ai genitori quali regole danno ai loro figli, spesso mi sento rispondere: “Li sgridiamo tantissimo”. Questa risposta è segnale di quanto il concetto di regola sia ormai poco chiaro e di questa confusione ho fatto esperienza diretta: durante un incontro con genitori e educatori ho provato a chiedere al pubblico se riteneva la sgridata una regola o una punizione. La domanda era sicuramente mal posta, ma con mia sorpresa la platea si divise esattamente a metà. Come pedagogista ritengo questo disorientamento significativo: certo, la sgridata magari non è neanche da considerarsi una punizione, ma ritenerla una regola significa aver perso delle conoscenze educative di base. Se i genitori quando si parla di regole pensano che si tratti di dover sgridare di più i propri figli, significa che per uscire dalla situazione di emergenza educativa in cui ci troviamo occorre prima di tutto un lavoro di progressiva “alfabetizzazione pedagogica”, e non basta che sulle regole lavorino istituzioni educative straordinarie perché l’imprinting che danno i genitori (ormai le conoscenze sulle teorie dell’attaccamento sono acquisite) è quello prevalente. Costruire una cultura delle regole è determinante. E la cultura delle regole non è la cultura delle proibizioni. In Italia siamo capaci di formulare proibizioni, ne abbiamo più di quante ne occorrerebbero, il problema con cui ci scontriamo è piuttosto quello della legalità, del rispetto delle regole appunto. Per capire quindi come insegnare a rispettare le regole della convivenza e come educare i bambini alla cittadinanza occorre oggi confrontarsi con una società e con una generazione di genitori che sgrida, comanda, impone. Non si picchiano più i bambini, se non in misura limitata, però l’idea diffusa quando si accenna al discorso delle regole è che si tratti di una questione collegata al comandare, alla forza e al rispetto di un comando, in una confusione di concetti problematica e fuorviante. Dare regole non significa assolutamente comandare. La regola è piuttosto uno spazio di libertà in cui si decide in che modo bisogna comportarsi rispetto a determinate situazioni. Passare dalla logica del comando a quella delle regole significa stabilire un’oggettività. La cultura pedagogica è fatta di regole, di fermezza e di coesione educativa. Il fattore della coesione è molto importante e lo si sperimenta anche nelle équipe educative: quando non si trova l’accordo su questioni più o meno fondamentali si apre un “varco” dove i bambini si infilano. La capacità percettiva dei bambini rispetto all’inconscio degli adulti è straordinaria e difficilmente si riesce a cambiare queste dinamiche; nei contesti dove manca la coesione educativa è poi difficile che i bambini rispettino le procedure. La regola è quindi uno spazio di educazione civica straordinario, occorre però essere consapevoli che il concetto di regola non fa parte della nostra cultura che, piuttosto, è fondata sulla sgridata e sulla proibizione. Il “no” funziona se è motivato da una regola altrimenti non serve, anzi, attiva quello scontro simmetrico con il bambino o la bambina, tanto biasimato anche dalla Montessori, e in cui i bambini sono spesso più forti degli adulti. L’accudimento è nella logica materna, la regola è nella logica paterna. Dal mio punto di vista, oggi, gli educatori devono lavorare poco nella logica materna e tanto nella logica paterna. Occorre ricordare che l’istituzione è un luogo dove si fanno esperienze, dove i bambini si mettono alla prova, dove si costruisce una cultura del fare da soli, del prendere in mano le proprie risorse, le proprie capacità, e non tanto o semplicemente un luogo dove essere accuditi. Maria Montessori diceva che se un bambino sa fare una cosa e l’adulto la fa al suo posto, non è solo un errore, è un danno! In questo senso dobbiamo lavorare perché le istituzioni, piuttosto che spazi di accudimento in cui esercitare la cura sottraendo compiti e responsabilità ai bambini, siano invece occasioni di crescita e di responsabilizzazione.

Articolo scritto da Daniele Novara

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