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L'alfabetizzazione al conflitto per una nuova cittadinanza

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Educare alla cittadinanza

Articolo pubblicato su SCUOLA MATERNA N. 12

1 Marzo 2009

Educare i bambini alla cittadinanza

La valorizzazione del gruppo e la gestione dei litigi.

Nel contributo precedente1 abbiamo evidenziato due indicazioni: - l’infanzia degli educatori non deve essere il parametro principale per l’azione pedagogica, - non riduciamo l’educazione alla cura. In questo senso dobbiamo lavorare perché le istituzioni, piuttosto che spazi di accudimento in cui esercitare la cura sottraendo compiti e responsabilità ai bambini, siano invece prevalentemente occasioni di crescita e di responsabilizzazione. Per svolgere tale compito credo che le istituzioni educative abbiano due risorse, due forme pedagogiche loro proprie, che vanno particolarmente valorizzate: il gruppo e i litigi.

LAVORARE SUL GRUPPO

Il gruppo è una forma spontanea: i bambini e le bambine fanno gruppo automaticamente (a partire dal terzo anno di vita i bambini sono in grado di fare gruppo e sicuramente così avviene a partire dal quarto, quando in genere comincia la scuola d’infanzia). Perché il gruppo è interessante? Perché il gruppo di coetanei è la prima struttura di apprendimento. Nelle istituzioni, dove i bambini si ritrovano insieme a tanti altri, quello che imparano lo devono soprattutto ai coetanei più che alle figure adulte di maestri e maestre. Se il gruppo funziona, se sostiene il processo di acquisizione e condivisione delle competenze, c’è davvero la possibilità di sviluppare esperienze significative e l’autonomia. Pensiamo al problema linguistico dei bambini stranieri che oggi sono numerosi: è risaputo che insegnare una lingua al di fuori di una full immersion linguistica è un esercizio difficilissimo. È infatti il gruppo che aiuta questo tipo di apprendimento e, nel caso dei bambini stranieri, è il fatto di stare con i bambini italiani a generare quell’elemento di “frustrazione linguistica” che non è un problema ma, appunto, il modo per imparare. Per cui quello che deve preoccupare, nelle situazioni in cui ci si trova con una maggioranza di bambini stranieri, non è tanto il pericolo di una ghettizzazione ma piuttosto il rischio che si blocchi il processo di apprendimento. La terza indicazione è quindi quella di lavorare sul gruppo, perché il gruppo è una struttura antinarcisistica: attiva una serie di processi di appartenenza, che si avviano normalmente e fisiologicamente, che possono consentire di favorire esperienze e fluidificare il lavoro.

LASCIAMOLI LITIGARE!

L’altra struttura pedagogica fondamentale su cui occorre lavorare è quella dei litigi. I bambini raramente sono in conflitto, i bambini litigano. La distinzione tra conflitto e litigio è che il conflitto è un contrasto che non necessariamente viene esplicitato. I bambini non possono avere questo tipo di conflittualità se non a partire dal settimo anno di vita perché, come dicevamo nel contributo precedente, non hanno sufficiente pensiero reversibile, quel pensiero appunto che consente la permanenza nella memoria di situazioni pregresse e di più elementi in contemporanea. I bambini quindi litigano. E il litigio è sostanzialmente un conflitto esplicitato: si insultano, urlano, si mettono le mani addosso, si strappano di mano i giocattoli. Il litigio è importante perché è la struttura frustrativa per antonomasia. L’altro c’è, fa sentire la sua presenza, opponendosi tangibilmente alla mia onnipotenza. Sarebbe interessante capire come mai per molti di noi operatori del settore, anche se oggi è sempre meno così, i litigi costituiscono un problema. Una volta si motivava la paura che gli educatori avevano del litigio tra bambini con la paura dei genitori in merito all’incolumità dei figli. Non dico che questo fattore non conti più del tutto, ma credo che spesso la difficoltà con cui gestiamo i litigi tra bambini nasca soprattutto da due pregiudizi che ci portiamo dentro. Il primo è un pregiudizio infantile (e ancora richiamo alla necessità che gli educatori non facciano riferimento alla propria infanzia nell’esercitare il proprio ruolo) ed è collegato al vissuto del litigio come una catastrofe per cui occorre quindi assolutamente intervenire. “Non dare fastidio al tuo fratellino, guarda come è buono, tu sei sempre il solito… Non litigate!”; “Lascia stare i tuoi compagni di classe, adesso ti mando fuori…”; si poteva addirittura essere sospesi da scuola perché si litigava troppo. Queste esperienze in qualche modo hanno sviluppato in noi un’associazione interiore che finisce per collegare il litigio a un errore, a una colpa. Non credo che oggi sia ancora così: la convinzione che il litigio non sia da considerare una colpa è sicuramente più diffusa e prevale la consapevolezza che alla fine il litigio sia preferibile al conflitto. Meglio litigare che portare rancore, il rancore è ben più pericoloso. Però poi, quando il bambino litiga, esprime cioè la sua rabbia, le sue emozioni, piange, si agita, finisce per attivare in noi il ricordo di tutte le volte che da piccoli siamo stati rimproverati e puniti per questo, e si tratta di un imprinting da cui non è facile liberarsi. Il secondo pregiudizio nasce da una struttura mentale che definirei più di origine culturale e che deriva dall’attuale spaventosa confusione linguistica tra il termine “conflitto” e il termine “violenza”, “guerra”. La cultura mediatica contemporanea, soprattutto italiana, opera continuamente questa sovrapposizione di termini: “Conflitto in Iraq: quaranta morti in un attentato…”. Questa equivalenza semantica finisce per generare ansia e confusione: non siamo più capaci di distinguere il conflitto con il nostro vicino di casa dalla violenza gratuita, non siamo più in grado di riconoscere la guerra per quello che è, e cioè distruzione, morte, violenza assoluta. Il conflitto invece è un’esperienza assolutamente normale nella vita di ogni persona. I contrasti, le relazioni difficili, la fatica di stare assieme, gli equivoci fanno parte della nostra quotidianità. E dietro ogni conflitto c’è sostanzialmente sempre qualcosa che non è stato chiarito, qualcosa che non si conosce. Basterebbe questa semplice constatazione, per aiutare a capire la vera natura del conflitto a non averne paura e a viverlo come una dimensione personale dalle potenzialità anche creative. In questo noi adulti dobbiamo imparare dai bambini che sono più bravi di noi, semplicemente per motivi psicoevolutivi e forse anche perché non vengono più così drasticamente puniti quando litigano. Sono convinto che se riusciamo a superare questi due pregiudizi – che il conflitto sia una colpa e che il conflitto sia uguale alla guerra – potremo renderci conto di quanto il conflitto sia una risorsa pedagogica straordinaria. Cambiare il modo di leggere e vivere i conflitti può far emergere riflessioni molto interessanti. E una di queste, scoperta analizzando i litigi tra bambini e dimostratasi un elemento fondamentale nell’educazione al conflitto, è: non bisogna cercare il colpevole. Abbiamo osservato che basta semplicemente smettere di cercare sempre di chi è la colpa per ottenere un clima notevolmente più buono.

STRATEGIE

Qual è allora la logica nella quale deve operare l’educatore di fronte ai litigi? Non cercare il colpevole e restituire subito il problema ai bambini. Restituire subito i disturbatori al gruppo, non assumere tutta la valenza transferale dei disturbatori, perché il rischio che si corre è quello di non riuscire più a gestire la situazione. Non c’è alternativa al restituire, è il gruppo la struttura contenitiva, non l’insegnante, che altrimenti si trasforma in terapeuta e smette di essere educatore. Il gruppo ha capacità straordinarie da molti punti di vista; per i bambini è davvero faticoso stare all’interno di questa struttura, ma lo sforzo che fanno è un grande sforzo creativo ed è molto importante dal punto di vista evolutivo. Una corretta educazione al conflitto comporta quindi di non cercare il colpevole, restituire i disturbatori al gruppo, instaurare una dinamica molto semplice: quando scoppia un litigio chiedere ai bambini di dare la propria versione di quello che è successo. Vogliono aver ragione? Si diano da fare: raccontino, spieghino, facciano un disegno, facciano fatica. Normalmente questa richiesta funziona da straordinario deterrente. Spesso già alla terza volta che l’insegnante utilizza questa tecnica, i bambini finiscono per mettersi d’accordo da soli. Perché sono in grado, perché non hanno il senso del rancore. William Corsaro ha scritto un libro bellissimo di etologia infantile, Le culture dei bambini2, che dimostra l’incredibile capacità riconciliatoria dei piccoli che è ovviamente molto importante imparare a sfruttare. Dai bambini abbiamo molto da imparare: dobbiamo superare le nostre paure e imparare a leggere la realtà in cui viviamo, a utilizzare le regole, il gruppo e i conflitti perché questi elementi sono oggi molto importanti nell’educazione alla cittadinanza. Se noi evitiamo che i bambini sperimentino la fatica dell’imparare a relazionarsi con gli altri, finiranno per sviluppare una cultura della cittadinanza fondata sull’aspettarsi che tutto sia garantito da un’autorità superiore. Ma una cittadinanza così che cittadinanza è?

Articolo scritto da Daniele Novara

 

Note

1 Cfr. D. Novara, Educare alla cittadinanza, “Scuola Materna” n. 11, pp. 7 ss.

2 W. Corsaro, Le culture dei bambini, Il Mulino, Bologna 2008.

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