Né buoni né cattivi

L'alfabetizzazione al conflitto per una nuova cittadinanza

Convegno Nazionale CPP - 12 ottobre 2019 a Milano 

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È giusto punire i figli per una brutta pagella?

In questi giorni le famiglie sono alle prese con i risultati del primo quadrimestre. Ma come reagire di fronte a qualche insufficienza? La parola a due esperti.

A favore delle punizioni

«Una punizione ha un valore positivo: non è un atto contro tuo figlio, ma un invito al futuro, e va considerato un gesto che alimenta la sua autostima. Perché attraverso il castigo lo inciti a migliorare, per il semplice motivo che credi nelle sue grandi capacità. È un modo per dirgli: «tu vali molto e mi aspetto che tu possa tirarlo fuori». Se non reagissi in modo fermo, gli trasmetteresti il messaggio che se nella vita si impegna oppure no in fondo non cambia nulla, e allora tanto vale far il minimo. Ma c’è di più, dare una punizione è come accendere la luce sulla realtà: aiuta il ragazzo a vedere la sua mancanza e l’opportunità che sta perdendo se non si impegna. E, insieme, permette al genitore di prendere atto che nei quattro mesi del primo quadrimestre non è stato in grado di educare il figlio in modo adeguato al senso del dovere. Come dire: “Finora non ha funzionato: lo ammetto, è ora di cambiare strategia per entrambi. L’anno non è finito e abbiamo margine per recuperare”». Come punirlo: «Le regole da seguire sono due. La prima consiste nel trovare una leva emotiva sul ragazzo, senza umiliarlo. Per esempio, privarlo per un periodo di qualcosa a cui tiene particolarmente. Un’idea? Niente videogiochi fino alla fine dell’anno scolastico. Ma attenzione: anche tu devi rispettare le regole e non cedere dopo una settimana, con la scusa che ormai ha capito la lezione. Succede un po’ come gli antibiotici: perché siano efficaci devi prendere tutta la scatola. Se smetti non appena va meglio, ci sono soltanto gli effetti collaterali ma nessun beneficio».

(Paola Mastrocola, insegnante e scrittrice)

Contro le punizioni

«Punire è inutile e sbagliato: educare non vuol dire mortificare. E tutte le ricerche dicono che non ci sono ragazzi contenti di andare male a scuola o indifferenti ai voti in pagella. L’insuccesso scolastico, per tuo figlio, è già una punizione. Quindi, invece di rincarare la dose con prediche, giudizi avvilenti («Non combinerai mai niente nella vita!») o divieti, serve di più mettere a fuoco il problema. E capire come superarlo. Con una premessa: le insufficienze in pagella arrivano dalle medie in poi. Cioè nell’età in cui la mente dei ragazzi è fisiologicamente instabile: deve ancora terminare la maturazione della corteccia prefrontale, sede di riflessione, controllo degli impulsi e consapevolezza. Ecco perché tuo figlio, come tutti, impara alla svelta ma si distrae con niente, si sente onnipotente, ha un senso del pericolo estremamente limitato e un ritmo circadiano spostato sulla notte (non vorrebbe mai andare a dormire mentre la mattina fa molta fatica ad alzarsi dal letto). Come aiutarlo: Per risolevvare un cinque ha soprattutto bisogno di aiuto nell’organizzarsi. Un consiglio? Usare la cena per fare una piccola verifica: «Sei a posto con i compiti per domani?». E, nel caso, usare il dopocena per finire un esercizio o ripassare (quello che si studia prima di dormire, è dimostrato, rimane impresso in modo indelebile). Sì anche a qualche lezione di rinforzo, ma solo perché, poi, possa camminare con le sue gambe. Insomma, occorre aiutarlo a fare bene da solo: sarà quella la sua soddisfazione più grande».

(Daniele Novara, pedagogista)

Articolo scritto da Ilaria Amato e Silvia Calvi pubblicato su Donna Moderna, gennaio 2016

Staff

Daniele Novara

Fondatore e direttore del CPP, pedagogista e autore

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