Aprire spiragli di pace dipende anche da ciascuno di noi

Di: Daniele Novara

Occorre unire tante forze che in questo momento sembrano totalmente sopite.

La situazione si fa sempre più pericolosa.

Tre settimane di guerra e non si rileva nessun segnale di allentamento della tensione.

Le minacce reciproche non cessano e i combattimenti sul campo continuano a essere l’ingrediente principale di quel che sta avvenendo nel mezzo dell’Europa.

Ciò che fa paura è la superficialità con cui i leader politici stanno affrontando questo momento senza rendersi conto che gestire una distruttività come quella scatenata dall’establishment e dall’esercito di Putin merita un’altra attenzione, un’altra disposizione.

Prende allora spazio il carosello delle terminologie medievali, al massimo ottocentesche: eroismo, resistenza ad ogni costo, “meglio il sacrificio della vita che la schiavitù”, “ci batteremo fino alla morte”. Termini che non hanno alcun senso, se non quello di portare tutti alla catastrofe.

Non ci sarà una Terza Guerra Mondiale come non ci sarà una guerra nucleare, ma solo l’estinzione della nostra specie. L’armamentario atomico odierno ha la possibilità di distruggere il Pianeta 100 volte! 

Ci si chiede se questi politici abbiano studiato, oppure no, un po’ di storia: Hiroshima, Nagasaki, la Guerra Fredda… 

Due anni di pandemia, con le persone isolate in casa e le scuole spesso sprangate, hanno finito col creare una docilità nelle persone stesse, un conformismo, un’incapacità di reagire nemmeno per la propria sopravvivenza… perché di questo si tratta. 

È impensabile fare guerra alla Russia (una potenza nucleare), un vero e proprio suicidio. Lo dicono i militari e i loro analisti.

Come è possibile che questi politici si appellino al sovranismo, al patriottismo, all’eroismo, al militarismo più bieco e non ricordino la lezione della storia, di ciò che ci arriva dal passato?

L’opinione pubblica sembra essere del tutto anestetizzata, incapace di lottare per imporre una riduzione di questa agghiacciante tensione.

Addirittura in tanti gongolano sulla nuova cultura del nemico, che è quanto di più angosciante si possa anche solo pensare, e verso la quale non esiste alcuna preparazione psicologica.

Davanti a noi il baratro della distruzione reciproca. Addirittura i pacifisti, quelli che cercano di stemperare la tensione e di portare i contendenti a un accordo, vengono accusati, proprio come ai bei tempi del Fascismo e del militarismo, di disfattismo e di essere dalla parte del nemico.

Quale nemico? Ma chi sono i nostri nemici? Qualcuno ce lo vuole dire una volta per tutte? I russi? Siamo in guerra con loro?

L’incapacità di distinguere fra l’establishment di Putin, con la sua incredibile costruzione dittatoriale, e quello che è uno dei Paesi più importanti d’Europa, ovvero la Russia con tutta la sua cultura (Tolstoj, Dostoevskij, Čechov, Tchaikovsky … tanto per non fare nomi), è un’ennesima dimostrazione di ignoranza, di supponenza e di banalità di una classe politica che non meritiamo e che ci sta portando alla catastrofe.

Diventare speculari a Putin e al suo entourage non può essere né la soluzione né una via d’uscita dalla guerra. Occorre spingere sulla pace, sui negoziati e sulla comunicazione.

Bisogna smettere di usare insulti e minacce e di esaltare la guerra come ai tempi di D’Annunzio. Nessuno può vincere questa guerra, qualcuno lo dica anche a Zelensky.

Si può reagire? Me lo auguro, ma occorre unire tante forze che in questo momento sembrano totalmente sopite. Aprire spiragli di pace dipende anche da ciascuno di noi, dalla capacità di distaccarsi dall’immaginario unicamente bellico. 


Daniele Novara, pedagogista e direttore CPP. (18 marzo)

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