Alla Scuola italiana manca la pedagogia

Di: Alex Corlazzoli

Riflessione di un maestro di scuola primaria.

Riflettendo sulla scuola italiana e sul problema delle certificazioni infantili mi sembra che le domande fondamen­tali da porsi siano tre: "Cosa fare per non scambiare per malattia l'immatu­rità dei bambini?”; “Perché in Italia s’investe poco nei progetti educativi?” “È possibile opporsi a questa deriva re­cuperando proprio la missione prima­ria delle famiglie e dei docenti nel­ l'educazione?” E poi un’ultima: “Quan­t'é importante restituire ai ragazzi una buona educazione?”

Io sono un maestro. I miei datori di lavo­ro sono i bambini e i miei maestri sono Mario Lodi, don Lorenzo Milani, Danilo Dolci, Maria Montessori, Alberto Manzi e aggiungo l'amico Daniele Novara.

Per riflettere su questi temi vorrei partire con un sondaggio: provate a chiedere una persona qualunque se si sia mai sentita un DSA, un DOP oppure un BES. A me è capitato a 41 anni di scoprire di essere un DOP. Ero a un corso di aggior­namento, uno di quelli noiosissimi e inu­tili, e di conseguenza mi facevo un po' i cavoli miei. La docente, sempre di con­seguenza, mi ha additato dicendo: “Ve­dete, per esempio, lui è un DOP”. E così, ho scoperto in quell’occasione di avere il Disturbo Oppositivo Provocatorio. E proprio in quel momento ho fatto una riflessione, e mi sono chiesto: “Quanti maestri, quanti professori DOP ci sono nella scuola italiana?” e ancora: “Quanti cittadini italiani sono DOP?”

Dovremmo ancora riflettere magari su quanti sono i bambini e gli insegnanti BES, quanti quelli iperattivi, o forse sa­rebbe meglio e più utile riflettere su quanti sono quelli non iperattvi, anzi inattivi o depressivi, quelli che entrano tristi in aula. Quest'anno vorrei dedicar­mi alla pedagogia del sorriso. Ci vorreb­be, sarebbe utile.

In realtà, io sono un maestro, un mae­stro che rimane tutto il giorno in con­tatto con gli alunni, mi è anche capita­to di chattare su WhatsApp alle 20.30 di sera con qualcuno di loro. I miei ra­gazzi chattavano con me, il loro ex­ maestro. Ma perché succede? Perché nessuno li ascolta. Gliel'ho chiesto: “Avete un professore a cui dare fidu­cia?” E la risposta è stata: “No”. E già questo è drammatico. Una mia ex­ alunna, Valentina, mi racconta: "Oggi avevamo il test d'ingresso e non sape­vo niente. In matematica ho preso 53.3/100, nell'altro test ho preso 0/8. Sì, faccio davvero schifo, faccio schifo in tutto tranne che nelle cavolate”. Scrive così, poi però, se le parli, ti dice che lei pensa all'università, perché vor­rebbe fare una scuola difficile. Valentina è una di quelle ragazzine che ha il suo piano personalizzato, dopo che le hanno fatto la sua bella diagnosi. Ma che effetto ha avuto questa diagnosi? Quali benefici porta? Se poi valuto Va­lentina con un sistema che dice che ha un 53.3/100 cosa succede?

Succede che lei, a 11 anni, si considera uno schifo. E noi lì abbiamo ucciso una persona, e questo è estremamente pre­occupante, o meglio: è il fallimento completo del sistema.

Ha ragione Novara: c'è un'assoluta man­canza di gioco di squadra educativo, che se esistesse potrebbe essere un'alterna­tiva efficace alla ricerca di disabili a tutti i costi. Ed è davvero drammatico come oggi noi etichettiamo questi ragazzini: qualche anno fa ho scritto un libro con un mio ex­ alunno e abbiamo parlato an­che d’inclusione. Proprio lui mi diceva che i nostri insegnanti non aiutano l'in­tegrazione, anzi sembra che facilitino le differenze. Un esempio? Quando il do­cente in classe chiede, come capita spesso: “I DSA che hanno la fotocopia al­zino la mano”, io, fossi uno di loro, mi sentirei etichettato. Mi vergognerei. Cosa possiamo fare di fronte a una scuo­la che ha creato il glossario degli acroni­mi, per decifrare tutte le sigle con cui vengono marchiati bambini e ragazzi? La scuola è tale quando parla veramen­te con i genitori. E Novara afferma una cosa fondamentale: nelle nostre scuole abbiamo bisogno di avere la figura del pedagogista, occorre recuperare le competenze pedagogiche degli inse­gnanti. È in questo che si gioca davvero la sfida per il nostro futuro.

Faccio un altro sondaggio. Quante volte, in un collegio docenti, un dirigente pro­pone: “Leggiamo un brano della Mon­tessori oppure di Mario Lodi, e facciamo una riflessione?”

In certe scuole che ho visitato ho tro­vato i banchi divisi ancora a uno a uno, come nel dopoguerra. Non è cambiato niente. C'è ancora la lezione frontale, e i docenti chiamano i bambini iperat­tivi perché si alzano dal banco per an­dare al cestino!

Daniele Novara lo dice molto bene quando parla dell'importanza dei luo­ghi, della classe, per riprendere in mano la questione dell'educazione. Una volta mi è successo di trovare le finestre di un'aula coperte da una fascia per impe­dire ai ragazzi di guardare fuori. Ho chie­sto spiegazioni e mi hanno risposto che in classe fanno così perché gli alunni non si devono distrarre.

Per questo, io credo fermamente che i tre nodi problematici, i punti chiave che la scuola italiana dovrà affrontare nei prossimi anni sono questi: il recluta­mento degli insegnanti; le metodiche arcaiche, compresa la rigidità della se­parazione tra le materie; un sistema di valutazione adeguato.

In particolare, faccio riferimento a come attualmente una persona diventa do­cente: io ho partecipato a un concorso dove mi hanno fatto dei test di logica. E va bene. Ma il problema è che sono i fondamentali della pedagogia che non vengono considerati. Perché se sai co­me funziona oggi il reclutamento degli insegnanti ti spieghi come mai accade tanto frequentemente che i genitori consegnino il figlio alla scuola e se lo vedano restituire certificato, etichettato, e poi, di fatto, abbandonato a se stesso. 

Articolo pubblicato sulla rivista Conflitti n°1-2018

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