Né buoni né cattivi

L'alfabetizzazione al conflitto per una nuova cittadinanza

Convegno Nazionale CPP - 12 ottobre 2019 a Milano 

Informazioni

Adolescenti, cioè nuovi barbari ?

Articolo pubblicato su RIVISTA DELL'ISTRUZIONE del Marzo/Aprile 2009

Adolescenti, cioè nuovi ‘barbari’?

A differenza del Romano, che era sempre un ‘cittadino’ e si sentiva parte di qualcosa di più vasto, la società e lo Stato, il barbaro era soltanto ‘un individuo’, gelosissimo della propria assoluta indipendenza (1).

Età al confine Negli ultimi anni si è passati da uno stile educativo prevalentemente autoritario ad uno stile prevalentemente dimissivo: entrambi rinunciatari e carenti rispetto alle responsabilità dell’adulto e alla necessità, imprescindibile in educazione, di stabilire relazioni basate sul confronto vero e la comunicazione autentica. Se pensiamo che, durante l’adolescenza, il rifiuto, l’asimmetria dei ruoli e il conflitto hanno una funzione generativa straordinaria e che l’opposizione e lo scontro con i genitori sono un modo per mettersi alla prova, ci rendiamo subito conto della privazione grave che un adolescente è costretto a subire in assenza di figure capaci di favorire la trasformazione della sua naturale aggressività in comunicazione e dialogo. Durante l’adolescenza i valori affettivi paterni sono centrali, il saper discriminare, il rispetto delle regole, la responsabilità, e la latitanza degli adulti in questo senso e sul versante educativo in generale, provoca fenomeni inquietanti. Purtroppo anche le città appaiono come contenitori indifferenti ai significati culturali dei propri spazi e dei propri luoghi e si presentano impreparate e prive di registri educativi adeguati e capaci di rispondere alle profonde esigenze dei giovani. Mai come oggi possiamo dire che l’adolescenza assegna nuovi compiti evolutivi sia ai ragazzi sia agli adulti. Un tempo l’età adulta era considerata l’età della maturità, della responsabilità e della piena realizzazione di sé. La famiglia tradizionale e la professione stabile incarnavano l’apice di una visione stadiale della vita, suddivisa in cicli e tappe ben definiti e segnata da snodi piuttosto prevedibili, di un’esistenza scandita da fasi ben precise, demarcazioni, ruoli e compiti evolutivi, momenti di crisi prevedibili. Oggi i paradigmi interpretativi della vita adulta si sono modificati (2 ). In un clima dove prevalgono gli imprevisti, le rotture fuori programma, il senso di precarietà, di incertezza e la possibilità di un cambiamento continuo, non è più possibile pensare all’adolescenza con uno sguardo ancorato a un quadro sociale che non esiste più: il controllo, la stabilità e la sicurezza sociali hanno lasciato il posto alla ricerca di nuovi equilibri individuali, sia a livello personale che professionale. La ricerca della propria identità prosegue e continua per tutto l’arco della vita, attraverso nuove appartenenze culturali e sociali. Gli studiosi americani hanno addirittura cancellato la parola ‘vecchiaia’ per introdurre la definizione di ‘tarda età adulta’. La vita è diventata più fluida o, per dirla con Bauman (3 ), liquida. I bambini fl uttuano da una famiglia all’altra, genitori separati ricostituiscono famiglie che si allargano e si restringono durante i week-end o le vacanze, mentre le relazioni non si rompono più facendo rumore ma si sciolgono nel silenzio dell’anonimato e dell’indifferenza. Pertanto appare sempre più urgente e necessario che la ricerca di adultità si sposi con la consapevolezza della responsabilità educativa e collettiva nei confronti delle nuove generazioni: l’educatore che oggi interpreta la diversità che porta il giovane come segnale di minaccia, è un adulto che non ha preso la giusta distanza con la propria storia educativa e che immette nella relazione le proprie ansie e le proprie paure. Adolescenza e criminalità Come leggere l’adolescenza in questo contesto di cambiamento così radicale? È piuttosto curioso che in uno degli ultimi numeri del 2008, la rivista Panorama , che a suo tempo fu paladina di una campagna massiccia a favore di una maggior sicurezza contro il bullismo e contro le baby-gang, abbia pubblicato sulle proprie pagine un servizio sul crollo dei reati minorili in Italia nell’ultimo decennio (tab. 1) (4 ). Strano per due motivi: sia perché il giornale rischia di smentire se stesso, sia perché è difficile, in questo periodo, trovare sui giornali notizie positive riguardanti i ragazzi. Il mondo degli adolescenti appare come un serbatoio inesauribile di nefandezze di ogni tipo che alimentano senza grandi scrupoli le pagine di cronaca di tutti i quotidiani e delle televisioni d’Italia. In realtà, il dato di Panorama, proveniente sia dall’Eurispes, ma specialmente dal Dipartimento della Giustizia Minorile, era da tempo noto agli esperti del settore. La situazione italiana è una piccola isola felice rispetto a quello che avviene al di là delle Alpi, dove la situazione è talmente grave che in alcuni casi le legislazioni prevedono la persecuzione penale nei confronti di ragazzi sotto i 14 anni, limite della normativa italiana. Addirittura in Inghilterra è stabilita a 10 anni. In Spagna si discute se portare a 12 anni la punibilità penale . Niente di tutto questo sembra riguardare il Bel Paese che resta tale almeno per quanto riguarda il profilo penale dei propri adolescenti. Per tornare a Panorama , il settimanale sembra propendere per l’idea che in Italia permane un buon funzionamento delle forze di polizia. Ma poco più avanti si contraddice, evidenziando come l’eccesso di persecuzione poliziesca in Inghilterra stia provocando un effetto perverso, con le carceri piene di ragazzini che proprio in quei luoghi si preparano a carriere criminogene non facili da debellare. In realtà l’Italia è caratterizzata da un imprinting di codice educativo materno, estremamente protettivo, che non favorisce i comportamenti violenti ma orienta i ragazzi ad assumere un’attitudine relazionale più bonaria e meno rilevabile penalmente. Resta in ogni caso la necessità di analizzare cosa stia succedendo fra gli adolescenti, se non altro per intraprendere azioni educative di prevenzione per cui al momento non è certo il caso di ridurre i finanziamenti pubblici. La prevenzione della criminalità minorile deve essere centrata sull’idea della comunità educativa, del prendersi cura più che del reprimere, del cercare di impostare relazioni basate sull’ascolto e sulla partecipazione attiva, che consentano di sviluppare un rapporto autentico e caldo con i ragazzi, preservandoli da situazioni strane. Ricordo una mamma, peraltro impegnata proprio nel settore educativo, il cui figlio, in una retata, fu ritrovato con in tasca un mozzicone di hascisc. Dopo una trafi la socio-assistenziale e giudiziaria molto penosa per i due genitori, che furono in grado di gestirla senza eccessive drammatizzazioni, nel giro di poco tempo la situazione rientrò, senza ulteriori necessità punitive se non con i dovuti controlli relativi ai tassi allucinogeni (l’haschisc non è un allucinogeno) nel sangue del ragazzo. Questo genere di routine dà qualità al nostro sistema di relazione sociale con le nuove generazioni, tuttavia non ci solleva dalla preoccupazione. Trasgressione o depressione? L’adolescenza rimane una condizione di rischio. Ma non mi riferisco al rischio della trasgressione, bensì a quello che prelude alla depressione. Il ragazzo e la ragazza, che non sono ancora diventati adulti, ma non sono nemmeno più bambini, devono fare i conti da un lato con un’esplosione biologica, e dall’altro, con un’esplosione emotiva ed ormonale. In realtà cosa stiamo osservando in questi ultimi anni? Si registra una sorta di anticipazione sistematica dei registri evolutivi adolescenziali; quella che una volta era definita la preadolescenza rischia di apparire come l’unica adolescenza possibile, cioè l’unica fase di passaggio reale. In che senso? Se noi riflettiamo sul passaggio dall’adolescenza all’età adulta, scopriamo che l’età adulta è sempre più ‘adolescenzializzata’, sia in termini simbolici, sia in termini comportamentali. I vissuti tipicamente adolescenziali permangono anche nelle età successive, basti osservare il modo di vestire degli adulti. L’idea di un’adolescenza prolungata è fortemente incentivata dal sistema di marketing mediatico tanto che l’essere adulti non presume avere un appeal adeguato. Resta quindi un’unica fase della vita caratterizzata dal passaggio alla vita adulta: la preadolescenza, quando effettivamente la bambina archivia le sue bambole e si prepara per andare in discoteca, mentre il maschio esce finalmente e definitivamente dal lettone, per entrare nel gruppo degli amici come sua nuova famiglia. Qualche anno fa Miguel Benasayag, psichiatra francese d’origine argentina, ebbe un’intuizione che sviluppò nel famoso libro L’epoca delle passioni tristi, nel quale azzardò una tesi, all’epoca provocatoria, oggi ormai abbastanza acquisita: “Cosa succede quando la crisi non è più l’eccezione alla regola, ma è essa stessa la regola della nostra società?” (5). Come può l’adolescente vivere la sua situazione di destrutturazione infantile e di ricerca di nuovi approdi, ossia di crisi profonda, quando attorno a lui non trova punti di riferimento e neanche un sostegno sicuro nell’età adulta, ma al contrario incontra una sorta di sgretolamento diffuso che lo lascia solo e senza una bussola? La carenza nella fase giovanile della presenza di adulti consapevoli del proprio ruolo formativo lascia un vuoto devastante, laddove dovrebbe invece crescere una prateria sconfinata, che stimola l’adolescente ad avventurarsi verso nuovi orizzonti d’identità. Inoltre le pervasività mediatico-commerciali soffocano la spinta all’emancipazione trattenendo i ragazzi in una sorta di palude adolescenziale, una condizione di vita che ingabbia e non offre possibilità di uscita. Di fronte a questo quadro occorre ovviamente reagire. Non si può pretendere di fare scuola senza considerare quest’inedito storico, nel senso che gli adolescenti non possono ribellarsi, non possono agire la loro trasgressione evolutiva, ma sono costretti a subire, oltre all’assenza del mondo adulto, la mancanza di resistenza e di risposta alle loro istanze dirompenti. L’essere adulti non coincide più con l’essere educatori Penso allora ai nostri adolescenti come a nuovi barbari giunti in una terra sconosciuta, estranei a chi li osserva senza comprenderne la natura, in una società che li vede ma non li riconosce, li teme perché diversi, incapace di tenerli in considerazione. Barbari privi di cittadinanza propria e senza un nemico da combattere. Orde di nomadi (o esiliati?), più intenti in molti casi ad autodistruggersi che a distruggere, si mimetizzano apparentemente indifferenti a un contesto che li schiva, troppo fragili per combattere per i loro diritti e conquistare la loro terra. La strada da percorrere può essere a mio avviso quella dell’educazione maieutica che favorisce il processo di recupero delle istanze interne in contrapposizione alla trascuratezza e all’indifferenza pseudo-amicale, alla repressione brutale o al punitivismo ancora in voga, specie nelle scuole superiori. Una tecnica interessante è quella delle conversazioni maieutiche (vedi schema). Bisogna incentivare i riti di passaggio fra l’adolescenza e l’età adulta, lavorare su questi rituali per ridefinire e favorire, in termini comunitari e non consumistico-depressivi, l’ingresso dei ragazzi e delle ragazze in una società adulta capace di nuove modalità di convivenza e intenzionata a riconoscere ai giovani una nuova forma di cittadinanza attiva . In questo senso la scuola può avere ancora un ruolo centrale.

Articolo scritto da Daniele Novara
 

Note:

1) I. MONTANELLI, Storia d’Italia, vol. IV, I barbari e la fi ne dell’Impero, Rizzoli, Milano, 1965.

2) Il paradigma dell’arco di vita evidenzia che vengono meno i tratti d’identità certi che distinguono i quattro grandi periodi della vita: infanzia, adolescenza, adultità e vecchiaia. Molteplici fattori possono influenzare lo sviluppo individuale, rendendolo indeterminabile a priori e talune fasi di sviluppo possono essere di natura regressiva e non solo progressiva. Per eventuali approfondimenti vedi D. DEMETRIO, L’età adulta. Teorie dell’identità e pedagogie dello sviluppo, La Nuova Italia Scientifica, Roma, 1990.

3) Z. BAUMAN, Vita liquida; Amore liquido, sulla fragilità dei legami affettivi; Modernità liquida; Modus vivendi, inferno e utopia del mondo liquido; Editori Laterza, Bari.

4) BIANCA STANCANELLI, Piccoli criminali calano, Panorama del 23 dicembre 2008.

5) M. BENASAYAG, L’epoca delle passioni tristi, Feltrinelli, Milano, 2004.

< Indietro
Immagine laterale