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L'orfanità pedagogica produce mostri

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L'orfanità pedagogica produce mostri
di Daniele Novara



Dieci anni fa nessuno se lo sarebbe immaginato. Nel 2002 il settore educativo italiano era in fermento: risorse, idee, proposte, la Legge 285/97 Disposizioni per la promozione di diritti e di opportunità per l'infanzia e l'adolescenza, unica nel suo genere a livello internazionale, dava i suoi frutti. Ora nel 2012 il settore educativo è in caduta libera: 8 miliardi di tagli alla Scuola in tre anni, carenza strutturale non solo di Nidi pubblici ma soprattutto di Scuole dell’Infanzia, aumento dei disturbi educativi, genitori in balia di bimbi tiranni, assenza totale di progetti e di disponibilità di investimento pubblico per le nuove generazioni.
Senza progettualità e risorse dedicate all’educazione, alla formazione, all’apprendimento le società involvono e si deteriorano.
Siamo riusciti, in dieci anni, a lacerare la relazione tra l’educazione e il pensiero scientifico che la sosteneva con un taglio così netto che il risultato ci viene sbattuto in faccia tutti i giorni senza tanti complimenti.
La Pedagogia è scomparsa dall’ambiente universitario, e ormai quando dico che di professione faccio il pedagogista in tanti mi chiedono di cosa si tratta. La confusione di ruoli e ambiti di intervento tra educatori, pedagogisti, psicologi, pediatri, psichiatri, criminologi e quant’altro è totale, come pure la capacità di leggere con sguardo competente le difficoltà e le problematiche dei più piccoli. In Italia siamo orfani di un pensiero e una pratica pedagogica che dia qualità all’agire educativo.
Faccio alcuni esempi. I bambini e le bambine italiani sono sempre più ammalati. Non è solo un problema di un ambiente avvelenato, c’è anche l’acquisizione di uno stile di vita sempre più anti-infantile. Penso ai bambini che non possono frequentare il Nido o la Scuola dell’Infanzia e che finiscono per passare tra i tre e i sei anni, età specialissima e preziosa per l’
attaccamento sociale, la maggior parte del loro tempo in casa con i nonni, spesso davanti alla televisione.
Voler risparmiare sui progetti per la prima infanzia costringe a mettere in piedi un enorme apparato medico-sociale-assistenziale per bambini che a sei anni avranno così le più svariate certificazioni e il diritto all’insegnante di sostegno e all’educatore pagato dal Comune.
Il 29 settembre, sul Corriere della Sera, il sottosegretario Rossi Doria (una mosca bianca, perché è da tempo immemorabile che ai vertici del Ministero dell’Istruzione non si vede un educatore) ha affermato che le certificazioni di disabilità aumentano ogni anno, da dieci anni, del 4%. Sono cifre importanti. Non sarebbe più legittimo farsi qualche domanda sul perché questo 4% di bambini e bambine continui a disabilizzarsi piuttosto che accanirsi sulla ricerca spasmodica di insegnanti di sostegno su cui puntualmente ogni anno scoppia la bagarre?
Non sarebbe meglio chiedersi come mai, nonostante i Pronto Soccorso pediatrici, tutte le cure più o meno incessanti che dedichiamo ai nostri figlioli, aumentano le certificazioni scolastiche di disabilità?
Ho un altro esempio in mente: ci sono 11542 cattedre in palio, entreranno nella scuola pubblica, per concorso, 11542 insegnanti tra precari e laureati certamente non più giovani (occorre essere laureati entro il 2002). Per accedere al concorso, spiega il bando, occorre superare una prova preselettiva con cinquanta quesiti a cui rispondere in cinquanta minuti. La prova consta di diciotto domande sulle capacità logiche, altrettante sulla capacità di comprensione del testo, sette domande sulle competenze digitali e altre sette sulla conoscenza della lingua straniera. Le conoscenze in ordine alle scienze dell’educazione, alla pedagogia e alla didattica non sembrano essenziali per poter fare l’insegnante. Abbiamo perso il buon senso oltre che ogni logica educativa? Possibile che le prove selettive per diventare insegnante non contemplino domande sul proprio profilo professionale?
Oppure pensiamo alle prove Invalsi. Il direttore dell’Istituto Invalsi è un economista, anzi praticamente l’Invalsi è gestito da un gruppo di economisti e viene naturale chiedersi come mai siano loro a doversi occupare di valutazione scolastica. Riporto il testo di una delle prove Invalsi realizzate quest’anno nelle seconde elementari italiane.

Questo è il titolo del racconto che poi leggerai: “La gara di barche”.
Leggendo questo titolo puoi aspettarti che il racconto parli quasi sicuramente di alcune cose, indica quali. Ricordati che devi mettere una sola crocetta.

Domanda 1. Le barche saranno:
a. di tanti colori
b. più di una
c. molto grandi
d. tutte belle

Il bambino che seguivo l’ha sbagliata. Quale era secondo voi la risposta corretta? In questa prova si richiedono competenze logiche che, se gli economisti dell’Invalsi avessero studiato Jean Piaget, saprebbero non ancora pienamente raggiunte in seconda elementare. Sette anni sono un’età in cui il pensiero reversibile non è ancora ben definito, ma la prova lo richiede in modo ben strutturato. Secondo me i bambini di sette anni che hanno risposto a. di tanti colori hanno dimostrato di essere semplicemente intelligenti e anche creativi. E se gli economisti dell’Invalsi sono convinti che la risposta giusta fosse la b io metto in dubbio la loro intelligenza, ma soprattutto mi chiedo il senso di far valutare l’apprendimento da qualcuno che di apprendimento infantile sembra saperne davvero poco.
In Italia il problema è serio. Un amico, arrivato all’ultima prova del recente concorso per dirigenti scolastici mi dice: “Spero che non mi facciano domande pedagogiche perché non ne sappiamo niente”. Diventerà dirigente scolastico. E la colpa non è sua, è di un sistema che pensa sia possibile affrontare le sfide educative complesse e nuove che la nostra epoca ci pone solo con competenze economiche o burocratiche.
Ma basta leggere i dati sui nostri bambini e ragazzi, ascoltare i genitori, entrare in una scuola, per rendersi conto che qualcosa non funziona.
Ne paese della Montessori, di Gianni Rodari, di Danilo Dolci, di Don Milani e Mario Lodi, sentirsi orfani dei basilari educativi risulta davvero una brutta sensazione.








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