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L'illusione delle prove Invalsi

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L'illusione delle prove Invalsi

di Daniele Novara

La valutazione del processo di apprendimento di un alunno è anzitutto un diritto dell’alunno stesso.
La Scuola deve restituire agli alunni e alle famiglie la certezza che la frequenza scolastica garantisca un’efficacia rispetto al suo bisogno di imparare.
Il problema sorge sulle modalità di questa imprescindibile esigenza.
Le prove Invalsi che in questi giorni si sono svolte e si stanno svolgendo nelle Scuole Italiane mi consentono di fare una serie di considerazioni sui processi valutativi dell’apprendimento scolastico.
Si tratta com’è noto di valutazioni che pretendono di fotografare gli alunni (circa 2 milioni) in un momento specifico del loro processo di apprendimento e di comparare questa fotografia a una fotografia corretta.
La prova Invalsi non fa che riproporre l’antico equivoco, abbondantemente superato dalle teorie dell’apprendimento, secondo cui possa esistere una valutazione basata sulla risposta esatta. La conferma che un alunno conosca o non conosca un determinato contenuto in realtà non ci dice nulla rispetto al suo processo di apprendimento, se non comparare la sua conoscenza rispetto a degli standard generali e ovviamente rispetto ai suoi compagni.
Immaginiamo pertanto situazioni che si presentano comunemente nella scuola, ad esempio il bambino straniero che ha una competenza linguistica limitata perché nella sua famiglia si parlano altre lingue o eventualmente è arrivato in Italia da poco tempo. In aggiunta possiamo anche immaginare un alunno con qualche difficoltà di concentrazione. Necessariamente le prove Invalsi basate sulla
risposta esatta non possono in alcun modo intercettare i progressi che il bambino o il ragazzo ha maturato rispetto ai suoi punti di partenza. Non possono vedere i loro miglioramenti anche se fossero stati significativi.
È un metodo che crea discriminazione in quanto incapace di riconoscere gli sforzi compiuti dall’alunno nel corso della frequenza scolastica
. Per la verifica dell’apprendimento sono più importanti i progressi compiuti che non il risultato assoluto.
Se l’Invalsi non vuole continuare a subire, come sta succedendo in questi giorni, le proteste del corpo docente, delle famiglie, se non degli studenti stessi alle Superiori, deve liberarsi da impianti valutativi puramente nozionistici e inutili dal punto di vista dell’apprendimento.
Come è noto l’Invalsi è stato da anni diretto da economisti e statistici e solo da febbraio è subentrata la professoressa Anna Maria Aiello della Facoltà di Psicologia di Roma. All’insediamento aveva annunciato un cambio di metodo che purtroppo non c’è stato. Il carrozzone Invalsi, ben foraggiato dal Governo, continua imperterrito a ripercorrere le tracce della più arcaica scuola tradizionale. Se vuole sopravvivere deve aprirsi alle consapevolezze scientifiche e uscire dagli stereotipi del passato.
In tutti i casi ritengo che se il Ministero dispone di queste risorse economiche la priorità assoluta deve essere la formazione metodologica, pedagogica e professionale degli insegnanti che dagli anni Novanta non hanno più alcuna possibilità di formarsi adeguatamente all’interno dell’Istituzione scolastica stessa.
Probabilmente si tratta dell’unica categoria professionale per cui non è richiesto un sistematico aggiornamento e una sistematica formazione.
La Scuola ha bisogno di ben altro che questo tipo di prove Invalsi. Il rischio è una decadenza che finirà per colpire le nuove generazioni, le stesse che dovrebbero garantire la rinascita e il riscatto del nostro Paese.


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