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Come affrontare con i bambini e i ragazzi il terrorismo

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Come affrontare con i bambini e i ragazzi l’emergenza terrorismo

“La violenza è l’ultimo rifugio dell’incompetente” (Isaac Asimov)

La tensione resta costante. TV e giornali non parlano di altro. La paura è palpabile e i luoghi di aggregazione si assottigliano sempre più nel numero di presenze. In un certo senso i terroristi hanno già ottenuto il loro scopo, ossia creare panico e incertezze. Ma i danni peggiori potremmo crearli noi stessi con i nostri figli.
Si tratta di fare le mosse giuste piuttosto che lasciarsi prendere dall’ansia di dire a tutti i costi qualcosa, come se le parole potessero placare il nostro bisogno di controllare la situazione mentre viceversa rischiano di trasmettere ulteriore panico.
Nelle mie attività da sempre mi occupo del rapporto fra bambini, guerre, catastrofi e quant’altro, anche lavorando direttamente sui territori degli eventi critici (ex Jugoslavia, Corleone, Kosovo).

Cosa possono fare genitori, insegnanti ed educatori in genere?

1. Meglio cambiare canale
Anzitutto evitare di terrorizzare i bambini col terrorismo! Sembra un gioco di parole ma in realtà può succedere proprio questo. In due modi. Il primo modo è quello di esporre inutilmente i più piccoli alla brutalità e alla crudezza delle immagini peggiori che i media di tutto il mondo continuano a trasmettere. Esposizione sostenuta dalla discutibile idea che “non bisogna cambiare canale” quasi che evitare le immagini più terrificanti ai bambini sarebbe una specie di resa al nemico. L’altro modo è quello di affrontare coi bambini contenuti a loro inaccessibili.
Come fa un bambino di 6 anni a distinguere fra Stato islamico e religione islamica? Le loro capacità cognitive, ancora impregnate di pensiero concretistico e anche magico, non sono in grado di operare questa distinzione creando nei piccoli una confusione che genera ulteriore timore. Quando lavoravo alla Fondazione Fossoli di Carpi che gestisce il museo del deportato e le visite al campo di concentramento (dove passò anche Primo Levi), le visite scolastiche erano previste a partire dalla prima media e in casi particolari dalla quinta elementare. Nessuno del Comitato Scientifico si sarebbe sognato di aprirle ai bambini più piccoli.
Spaventare i bambini con argomenti fuori dalla loro portata ottiene l’effetto opposto di quello che si vuole aggiungere. Per i più piccoli è pertanto sufficiente, a fronte delle loro domande, un atteggiamento adulto, calmo e rassicurante, senza indulgere nei particolari macabri.

2. Ci si identifica con l’uno non con il molteplice
La psicologia sociale nei suoi studi sull’empatia, da sempre riconosce che la comprensione di un evento drammatico in età evolutiva avviene a partire dalla narrazione di una vicenda umana singola. Viceversa l’enfasi sui numeri delle vittime, sui danni complessivi, sulle immagini della catastrofe e quant’altro del genere creano una profonda sensazione di impotenza e distrazione, quasi che l’evento fosse qualcosa di estraneo. Ad esempio nel caso di Parigi può essere molto interessante e vitale ricostruire la vita della ragazza italiana uccisa dai terroristi. Si attiva così, a partire dai 10 anni, una resistenza critica ed emotiva che rafforza gli anticorpi contro la violenza e la guerra.
La foto di un bambino, due grandi occhi spauriti, raccontano più di tante bombe, sparatorie, orrori sanguinolenti e consente ai ragazzi di sviluppare non solo una solidarietà attiva ma anche una vera e propria cultura della non violenza che riconosca il diritto di ogni individuo alla vita e alla felicità. Si tratta di creare lo stimolo giusto che porti a una interiorizzazione personale. Non ha senso pretendere le risposte scolastiche di fronte a certe tragedie.
Ognuno vive e racconta le sue personali emozioni. Questo consente di decontrarre i blocchi e le ansie che inevitabilmente si generano.

3. L’azione libera dalla paura
L’eccesso di parole non aiuta a recuperare la forza per darsi risposte e costruire alternative. Agire qualcosa anche simbolicamente consente di trovare un senso, di scaricare la tensione.
Agire qualcosa assieme agli altri permette di sentire la condivisione del dolore, la volontà comune di essere comunità, di restare uniti per proteggersi e costruire qualcosa assieme che liberi dalla paura. Manifestare nelle piazze, realizzare marce o cortei per la pace e contro la violenza, scrivere lettere comuni di solidarietà alle vittime, realizzare assieme un murales o qualche altra opera pubblica, accendere candele, danno ai ragazzi la consapevolezza che non si è soli, che con i compagni si può creare una forza comune. Importante al proposito il coinvolgimento dei ragazzi musulmani. Sono tanti nelle scuole italiane. Possono essere una vera risorsa per capire quello che sta succedendo, per mettere a fuoco che non si tratta di una guerra di religione ma di terrorismo, di violenza pura e semplice, di brutalità vera e propria. Ogni iniziativa andrebbe realizzata anche con loro.
Battere il terrorismo è un interesse comune.

4. Imparare a litigare bene come antidoto alla violenza
Appare indubbio che il terrorismo nutre il delirio di chi pensa di risolvere i conflitti con gli altri eliminando gli altri. Da 30 anni personalmente e con lo staff del CPP facciamo ricerche ed esperienze sul valore del saper gestire bene i conflitti per imparare a vivere senza subire o infliggere violenze.
Per i bambini
il metodo Litigare Bene da me creato risulta molto efficace e si sta diffondendo nelle famiglie e nelle scuole. Rafforza l’autostima e favorisce la capacità di stare e comunicare con gli altri anche in presenza di contrasti relazionali.
Imparare a litigare bene in età evolutiva rappresenta un’iniezione di fiducia e speranza per tutto il resto della vita.


Daniele Novara, pedagogista, direttore del CPP, daniele.novara@cppp.it


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