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Belli addormentati

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Belli addormentati
di Daniele Novara


Un film di Marco Bellocchio è sempre un’esperienza particolare. Non ti lascia mai come prima. Bella addormentata è un’opera che comunica una scossa benefica. Devo dire che non sono mai stato particolarmente attratto dalla vicenda di Eluana Englaro: se la vita non è più tale occorre avere il rispetto di questa semplice constatazione. Fortunatamente il film non entra nel merito della vicenda e di questa problematica. Trovo che la usi semplicemente come metafora per le tre storie di cui è composto. Il racconto si dipana presentando le vicende di tre persone che non stanno veramente vivendo, che si trovano in una specie di anestesia esistenziale. Una ragazza è in balia della droga; un politico deve votare decisioni in cui non si riconosce assolutamente subendo gli ordini del partito; un’attrice di successo si è consegnata all’adorazione della figlia bellissima ma tenuta in vita solo da una macchina. Nell’arco delle due ore del film queste tre persone si giocano il futuro per riconquistare la loro autenticità e liberarsi dal torpore. Sono loro la Bella addormentata. Eluana è solo un pretesto, l’invenzione narrativa per riproporre il bisogno vitale di tutti i protagonisti dei film di Bellocchio: il riscatto possibile attraverso la rottura degli schemi consolidati con la conquista di una coscienza più profonda. Sono dei dissidenti. La narrazione filmica li sta braccando per offrirgli una possibilità di riscatto. Alla fine ce la faranno. Sarà l’amore? Come ci ha detto a più riprese il regista? Può essere.
Sta di fatto che finalmente escono dal
coma esistenziale in cui si erano confinati e rinascono.
Il tema è complesso, giocato sui grandi rovelli psicanalitici dell’autore: il labile confine fra normalità e follia, il rispetto delle convenzioni a discapito della propria autenticità, l’ambivalenza dell’amore materno, la crisi del padre. Ma la lettura è più chiara che in altri suoi film. Il grido di dolore è palese: si sente una voce che invoca il risveglio per uscire dalla coazione a ripetere e provare a vivere.
Si intravede sempre una vocazione pedagogica nei film di Bellocchio, un innegabile bisogno di offrire tracce per diventare finalmente sé stessi.
I giurati di Venezia non hanno avuto il coraggio di riconoscerlo. Peccato! Occorre ugualmente correre al cinema per non perdersi un film bellissimo.




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